Camillo di Christian RoccaIndovina chi viene a cena al Council on Foreign Relations

New York. A cena con Ahmadinejad. Il salotto buono della politica estera americana, ovvero il Council on Foreign Relations di Manhattan, ha invitato questa sera il presidente iraniano che vuole dotarsi della bomba nucleare, che chiede di cancellare lo stato di Israele dalla faccia della terra e che continua a sostenere l’inesistenza dell’Olocausto nazista (ieri lo ha ripetuto in un’intervista pubblicata da Time). L’ultima trovata del club di miliardari del Council – liberal e conservatori, ma sempre politicamente corretti – ha fatto infuriare alcuni dei suoi più autorevoli esponenti e rinsaldato il giudizio di coloro che in questi anni hanno spesso provato a spiegare il suo ruolo nefasto nell’indirizzare il dibattito politico americano. Il problema, in sintesi, è se si possa conversare amabilmente con un capo di stato che invita a commettere un genocidio, magari tra un’insalata di radicchio e un trancio di salmone al forno.
“La missione del Council è quella di parlare con tutti i capi di governo, quindi anche con il presidente iraniano, non c’è nulla di strano anche perché non sosteniamo mai le proposte o le politiche di chi invitiamo”, ha detto Lisa Shields, la bella portavoce del circolo di Park Avenue. L’evento è a porte chiuse, il privilegio è esclusivo per i membri del Council e, per un gesto di estrema cortesia nei confronti dell’ospite importante, non si terrà nell’elegante palazzetto dell’Upper East Side, ma all’hotel Intercontinental, dove è ospite Ahmadinejad. Il Foglio ha chiesto un posto a tavola, ma l’ufficio stampa ha ribadito che l’incontro con il presidente iraniano è off limits per i non affiliati e, piuttosto, ha ricordato che sempre oggi, ma di primissima mattina, ore 7:45, al Council c’è un breakfast con Romano Prodi.
Il nostro premier è ben impegnato anche lui con pranzi e cene. Questa sera, invece, dopo la levataccia a Park Avenue, insieme con il presidente pachistano Pervez Musharraf invita a cena i rappresentanti dei 192 paesi del mondo all’hotel Roosevelt per  una mega cena. La strana coppia Prodi-Musharraf farà lobbying perché la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ammesso che si faccia, non danneggi le aspirazioni italo-pachistane (cioè non promuova di grado Germania e India).
Tornando al caso Ahmadinejad, il primo a denunciare la spaghettata con il presidente iraniano è stato Martin Peretz, il patron del magazine politico di sinistra The New Republic. Nel suo nuovissimo blog The Spine. Peretz si è fatto vanto di aver rifiutato l’affiliazione al Council e si è chiesto se nella “mission” del cenacolo, qualora fosse capitata l’occasione,ci sarebbe stato anche il compito di organizzare uno snack con Goebbels. “Credo sia oltraggioso”, ha detto al New York Sun il vice presidente della Conferenza delle principali organizzazioni giudaico-americane, Malcolm Hoenlein, rifiutando l’invito a partecipare all’incontro e preannunciando una qualche forma di protesta. Le organizzazioni in difesa di Israele, peraltro, questa mattina hanno in programma una grande manifestazione guidata dal premio Nobel Elie Wiesel davanti al Palazzo di Vetro, proprio contro le parole omicide di Ahmadinejad e per chiedere l’espulsione dell’Iran dalle Nazioni Unite. Tra gli altri che non andranno “a spezzare il pane con Ahmadinejad”, malgrado l’invito, ci sono aMortimer Zuckerman, proprietario del New York Daily News, e Abe Foxman dell’Anti-Defamation League. Il senatore repubblicano Rick Santorum ha scritto una lettera al presidente del Council, Richard Haass, invitandolo ad annullare il meeting.
E’ stato invitato anche Elie Wiesel, ricorda Peretz: “C’è qualcosa di osceno nell’invitare a cena l’iconico, sublime ed eloquente emissario della morte e dei superstiti della catastrofe ebraica assieme al più entusiasta e impegnato antisemita del mondo. L’intero affare è una creazione di Richard Haass, il presidente del Council, egli stesso un ebreo delicato oltre che un analista di politica estera di non grande spessore intellettuale, se non simile a quello di Brent Scowcroft e Casper Weinberger”. Haass è stato consigliere per il medioriente del primo presidente Bush, ha lavorato anche al dipartimento di stato di Colin Powell, è un realista fortemente critico della politica bushiana in medio oriente ed è convinto che sia necessario mettersi d’accordo con l’Iran dei mullah. “Per favore, nessuno mi dica stronzate sulla ‘libertà di espressione’ – ha scritto Peretz – Ahmadinejad ha tutta quella che vuole, anzi molto di più. Qui la questione è la neutralità del Council in politica estera”.
L’accusa dei liberal
Il liberal Peretz, grande amico e finanziatore di Al Gore, ricorda che se Chamberlain, il Duca di Windsor e Charles Lindbergh non aveessero parlato con Adolf Hitler, la strade dell’appeasement non avrebbe portato da nessuna parte: “Non sto comparando Ahmadinejad con Hitler, anche perché si spaventano tutti quando si fanno i paragoni con Hitler, ma pensateci bene: oggi le intenzioni di Ahmadinejad verso gli ebrei sono già molto più chiare di quanto non fossero quelle di Hitler fino al 1939”. Peretz non riesce a capire a cosa possa servire questo incontro, magari a fare domande del tipo “signor presidente, quando lei dice che vuole cancellare Israele dalla carta geografica, lo dice strategicamente o il suo sentimento genocida è finalizzato esclusivamente al consumo interno?”. Il liberal Peretz non ha dubbi che ci sarà qualcuno del Council che, dopo aver discusso con Ahmadinejad, si autoconvincerà di avergli fatto fare qualche passo avanti verso la ragionevolezza: “Poveri imbecilli”.

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