Camillo di Christian RoccaLa notizia bomba che non avete letto e quelli del quartierino

C’è una notizia bomba che nei giorni scorsi non avete letto sui giornali italiani, escluse le solite e rare eccezioni. Ricorda da vicino l’antica storia di Alger Hiss, un rispettato esponente dell’establishment governativo americano protetto dalla casta dei suoi simili, malgrado fossero noti e provati i suoi servigi al nemico sovietico. La notizia di questi giorni riguarda il gran dibattito sulla guerra in Iraq, le infuocate polemiche intorno alla risposta da dare alla sfida jihadista dell’11 settembre, gli scontri tra gli apparati dello stato e la principale delle accuse mosse in questi anni a Bush dalla stampa libera e indipendente: aver raccontato menzogne per giustificare l’intervento in Iraq.
Ora c’è la conferma che la menzogna era precisamente l’accusa a Bush di aver mentito, eppure per quasi tre anni abbiamo letto sui giornali di tutto il mondo che da un momento all’altro la Casa Bianca sarebbe crollata sotto il peso delle proprie bugie e dei propri orrori. C’era chi chiedeva l’impeachment per Bush, la galera per Cheney, la gogna per Rove. Ogni giorno c’era un’indiscrezione nuova, un particolare inedito, un’ulteriore riprova della natura criminosa dei perfidi padroni del mondo residenti illegittimamente al 1600 di Pennsylvania Avenue.
Lo strumento di purificazione e di catarsi a disposizione dell’élite editoriale, intellettuale e politica del mondo occidentale era l’inchiesta federale del procuratore Patrick Fitzgerald sul Ciagate o Plamegate. Ricordate? L’indagine avrebbe dovuto svelare i contorni della cospirazione neocon contro un oscuro ex diplomatico e sua moglie, rei di aver avuto il coraggio di raccontare la scomoda verità sugli intrallazzi bushiani per vendere al pubblico americano la sporca guerra irachena. L’ex ambasciatore Joe Wilson aveva scritto sul New York Times che Bush, ben prima del discorso sullo Stato dell’Unione del 2003, sapeva che non c’era stato alcun tentativo di acquisto di uranio nigerino da parte di Saddam. Gliel’aveva detto lui stesso, sedicente inviato da Cheney in Niger. Non importa che nessuna delle informazioni fornite da Wilson fosse vera, né nella sostanza né nei particolari, perché la cosa che ha mandato in sollucchero i furbetti dell’intellighenzia era il possibile disegno criminoso ordito dalla Casa Bianca per vendicarsi delle critiche dell’ex ambasciatore. Si disse che Rove e Cheney avessero soffiato a giornalisti compiacenti l’identità segreta della moglie di Wilson, l’analista Cia Valerie Plame, commettendo un reato federale. Peccato, però, che l’identità non fosse segreta e che chi svelò il nome di Plame fosse un conservatore contrario alle politiche mediorientali di Bush. Per due anni la Casa Bianca è stata sotto inchiesta, indebolita, stremata dallo stillicidio di “leaks”, di compromettenti soffiate ai giornali alimentate da quella casta di Washington che non ha mai accettato il “rebel-in-chief” del Texas.
Tenere fuori “chi non è elegante”
Chiunque avesse studiato il Ciagate più di cinque minuti avrebbe capito all’istante che le accuse non reggevano, al pari del capitolo italiano della stessa vicenda, il Nigergate o Nigerbarzelletta. Il procuratore federale è stato costretto, infine, a scagionare Rove e ha dovuto riconoscere che nessuno dei bushiani aveva violato la legge riguardo a Valerie Plame. Ma il sospetto e il chiacchiericcio dei giornali liberal non è mai svanito. La notizia che non avete letto sui giornali italiani è il nome della vera fonte del giornalista Novak, peraltro già individuata da questo giornale oltre un anno fa. L’uomo nero era Richard Armitage, ex vice di Colin Powell, feroce avversario ideologico dei neocon e uomo di governo contrarissimo all’intervento in Iraq. Era lui lo spifferatore e Powell lo sapeva. Ne era al corrente anche Bob Woodward, il giornalista del Watergate che sta vivendo una nuova giovinezza professionale scrivendo libri che raccontano i segreti dell’Amministrazione Bush, svelati da Powell e Armitage.
Nessuno dei tre beniamini dei giornali liberal ha detto nulla in questi anni, lasciando rosolare la Casa Bianca sulla griglia dell’opinione pubblica. E ora che la notizia è ufficiale, non si trovano più giornali disposti a dedicarle le solite paginate. David Brooks, editorialista del New York Times, ha provato a spiegare ai suoi lettori i meccanismi e le regole del salotto buono dell’intellighenzia di Washington: esistono comportamenti illeciti che risultano politicamente utili e altri così inutili politicamente da non essere nemmeno considerati illeciti. “E’ meglio essere ‘uno di noi’ piuttosto che ‘uno di loro’”, è la regola che vige nella comunità permanente della politica americana, come di quella italiana. I membri della casta si proteggono a vicenda, Armitage è uno di “noi”, Rove no. Conclude Brooks: “Spero di avervi spiegato alcuni dei rituali della nostra cultura politica. Spero non ci giudichiate duramente. In fondo non facciamo altro che distruggere chi non è elegante”. E con questo ha spiegato anche gli usi dell’establishment italiano: oppure credete che il nostro salotto buono riconoscesse Craxi come uno dei loro e consideri Berlusconi un uomo elegante?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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