Camillo di Christian RoccaLa serie tv che spiega che cosa succede quando non si combatte la guerra al terrorismo

New York. Domenica la Abc ha trasmesso le prime tre ore del docu-drama “The Path to 9/11”, senza pubblicità a interrompere l’emozione di questa storia cominciata otto anni e mezzo prima dell’11 settembre 2001, con l’attentato del 1993 alle torri gemelle di Manhattan. Ieri sera è andata in onda la seconda parte, spezzata in due da un discorso alla nazione di George W. Bush, a conclusione di una serie di suoi interventi per fare il punto sullo stato della guerra al terrorismo.
Lo sceneggiato televisivo della Abc, basato in parte sul famoso rapporto bipartisan della Commissione sull’11 settembre, ha scatenato le ire preventive dei clintoniani, dei democratici e dei commentatori liberal perché mostra chiaramente quella “mancanza di immaginazione”, per usare le parole delrapporto sull’11 settembre, che ha colto impreparate le istituzioni americane. Fuori dal linguaggio politicamente corretto del rapporto, il film racconta la sottovalutazione della minaccia terrorista da parte della Casa Bianca di Bill Clinton, oltre che l’impreparazione dell’Amministrazione Bush insediatasi otto mesi prima dell’attacco. La scelta della Abc ha stupito perché è una rete considerata vicina ai democratici e a Clinton in particolare, ma del resto “The Path to 9/11” non è un caso isolato. Questa estate è uscito “United 93”, il formidabile film sull’aereo che non si è schiantato sul Congresso degli Stati Uniti grazie all’eroico ammutinamento dei passeggeri. Poi è capitato che il sommo teorico hollywoodiano della cospirazione, il regista Oliver Stone, ha diretto un film, “World Trade Center”, che è un inno al patriottismo, alla religione e ai valori familiari  che, addirittura, si conclude con l’eroe buono del film che si riarruola nei marine per andare in Iraq “a vendicare tutto questo”.
“The Path to 9/11” va oltre il racconto patriottico ed eroico, perché suggerisce che, negli otto anni di presidenza Clinton, la Casa Bianca sia stata più interessata a difendersi dallo scandalo Lewinsky piuttosto che a far fuori l’organizzazione che aveva dichiarato guerra all’America e ucciso centinaia di americani in giro per il mondo. Il film riconosce, però, che ogni volta che Clinton ha agito contro bin Laden (e contro Saddam) con bombardamenti in Afghanistan, in Sudan (e in Iraq), è stato subito accusato dagli avversari repubblicani, ma anche dalla sinistra liberal, di aver tentato di distogliere l’attenzione dai suoi problemi personali, inventandosi conflitti e guerre inesistenti.
Per evitare la demolizione del luogo comune secondo cui negli anni di Clinton si viveva nel migliore dei mondi possibili, i collaboratori dell’ex presidente hanno chiesto ufficialmente alla Abc, e ai suoi proprietari della Disney, di sospendere il programma. Alcuni parlamentari sono arrivati a minacciare il ritiro della concessione televisiva alla Abc, provocando uno spettacolare ribaltone rispetto a ciò che è successo due anni fa quando la Cbs stava per trasmettere uno sceneggiato su Ronald Reagan che secondo i repubblicani diffamava il presidente della rivoluzione conservatrice. In quel caso i repubblicani ottennero il ritiro della serie dalla Cbs, che però la trasmise via cavo sul canale Showtime, mentre i democratici gridarono alla censura e alla fine della libertà di espressione negli Stati Uniti. Ora sono i liberal ad aver chiesto la censura, mentre almeno due giornali conservatori come il Wall Street Journal e il New York Post hanno in qualche modo giustificato l’arrabbiatura di Clinton, ammettendo che le fiction di questo tipo sono un modo pessimo per raccontare la storia recente.
I clintoniani contestano apertamente la ricostruzione degli eventi, specificando che alcuni episodi del film non sono mai accaduti. In particolare non sarebbe mai stato pronunciato il “no” secco a colpire Bin Laden che, nello sceneggiato, il consigliere della sicurezza nazionale, Sandy Berger, impone al capo della Cia George Tenet, proprio mentre lo sceicco saudita si trovava a tiro degli agenti americani e del ribelle afghano Massoud. Quando agli agenti Cia sul campo arriva il no della Casa Bianca, Massoud commenta: “A Washington non ci sono più uomini, solo codardi”. Ai clintoniani non ha fatto piacere. L’altro episodio contestato è quello dell’ostinazione del segretario di stato, Madeleine Albright, a voler avvertire l’alleato pachistano prima di autorizzare il lancio di un missile contro il campo di Osama, con il risultato che bin Laden è venuto a conoscenza del piano americano ed è riuscito a fuggire. La Abc ha ricordato ai telespettatori, per ben tre volte, che “The Path to 9/11” non è un documentario, ma una drammatizzazione televisiva di eventi reali. Inoltre ha deciso di mitigare la portata visiva delle accuse, tagliando e ricucendo di una ventina di minuti il materiale già montato (ma su Internet, all’indirizzo hotair.com, si possono vedere sia le scene originali, sia quelle tagliate e poi trasmesse dalla Abc). “The Path to 9/11” non va preso alla lettera, ma resta il fatto indiscutibile che dopo il primo tentativo di far crollare il World Trade Center nel 1993, la fatwa di Osama bin Laden del 1996, la strage di americani a Dhahran del 1996, il massacro alle ambasciate americne in Kenya e Tanzania del 1998, lo sventato attentato del Millennio a New York nella notte di capodanno 2000 e l’attacco al USS Cole del 2000, la Casa Bianca ha avuto varie occasioni (nella primavera 1998, nel giugno 1999, nel dicembre dello stesso anno e nell’agosto 2000) per fermare Osama bin Laden. Non l’ha fatto per motivi legali o di opportunità o di rischiosità dell’azione, ma in realtà perché il mondo libero – non importa chi governasse a Washington – non aveva capito la natura del nemico e il pericolo della minaccia che ha portato all’11 settembre. A chiunque si chieda, cinque anni dopo, se stiamo o no vincendo la guerra al terrorismo, “The Path to 9/11” rammenta che ora, perlomeno, c’è qualcuno dei nostri che la sta combattendo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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