Camillo di Christian RoccaMa ce l'avete in Italia uno come me?

Dopodomani, alle 12, arriva George W. Bush. Diecimila “montanans”, dotati di biglietto d’ingresso ritirato al quartier generale repubblicano al centro commerciale di Billings, accoglieranno il presidente degli Stati Uniti al MetraPark, l’arena dei rodeo del più grande paesotto del Montana. Billings, centomila abitanti, si trova a un passo da Little Big Horn, il campo di battaglia dove, nell’estate del 1876, gli indiani di Toro Seduto e Cavallo Pazzo sconfissero i soldati blu guidati dal generale Custer. Centrotrenta anni dopo, queste sterminate distese di praterie e di colline circondate dalle Montagne Rocciose e da fiumi con nomi indiani potrebbero causare la sconfitta dei Repubblicani di Bush e, con essa, un cambio di maggioranza al Senato di Washington. Almeno così sembrava fino a qualche giorno fa.
Senonché la partita si è riaperta. Ecco perché Bush arriva a Billings, quasi all’improvviso e soltanto un giorno dopo la visita, in queste stesse zone, del vicepresidente Dick Cheney. La notizia è che il Montana, detto “the big sky state” per i suoi infiniti orizzonti, è tornato in gioco: “toss up” lo definiscono gli esperti americani. Soltanto un mese fa, il più autorevole degli analisti elettorali di Washington, Charles Cook, credeva che il più settentrionale degli stati dell’“Interior West” fosse il seggio senatoriale repubblicano con maggiori probabilità di passare ai democratici, ancora di più della Pennsylvania del senatore cattolico Rick Santorum, ormai dato da tempo per sconfitto. Il senatore Conrad Burns, infatti, è stato a lungo indietro nei sondaggi, anche di venti punti, ma negli ultimi giorni il vantaggio del democratico Jon Tester, ex presidente del Senato locale, è rientrato nel margine d’errore statistico.
Per capire che cosa sia successo bisogna fare un passo indietro. Il Montana è il quarto stato più grande degli Stati Uniti e il sesto meno popolato. Meno di un milione di persone vive in questa regione che conta sette riserve indiane e confina al nord col Canada, a est con il North e il South Dakota, a ovest con l’Idaho e a sud con il Wyoming. Un anno fa sembrava un gioco da ragazzi per Conrad Burns riuscire a mantenere il seggio di senatore, anche perché qui Bush aveva vinto con oltre venti punti di scarto sia contro Al Gore nel 2000, sia contro John Kerry nel 2004. Il Montana, addirittura, è stato uno dei pochi stati vinti dal repubblicano Bob Dole, nella sua improbabile sfida del 1996 al presidente Bill Clinton.
All’inizio di quest’anno, però, le cose si sono messe male per Burns. Due i motivi. Il primo è quello dei suoi legami con il lobbista Jack Abramoff, condannato per uno scandalo di corruzione e implicato in una mega truffa ai danni delle riserve indiane e dei loro casinò. Burns non è accusato di nulla, ma ha ricevuto finanziamenti (legali) dai clienti di Abramoff ed è stato il più grande alleato del lobbista. Sei mesi fa, nel pieno dello scandalo che ha scosso Washington, Burns ha provato a restituire alle riserve indiane della zona quei 600 mila dollari ricevuti dai clienti di Abramoff, ma gli indiani hanno rifiutato l’offerta. Burns, inoltre, nella cerchia politica è considerato uno dei senatori meno capaci di Washington, anche se lui in realtà snocciola le cifre impressionanti di quanti milioni di dollari federali è riuscito a far arrivare in Montana. Burns non è un grande oratore, esattamente come il suo avversario Jon Tester. Pochi giorni fa, nell’ultimo duello televisivo, Burns ha detto che George W. Bush ha un piano segreto per vincere in Iraq, ma che non vuole farlo conoscere ai democratici per paura che questi lo sabotino. La platea non è riuscita a trattenersi dal ridere, trasformando l’altrettanto grigio Tester nel più credibile tra i due contendenti.
Questi infortuni politici sarebbero passati in secondo piano, e non avrebbero influito in alcun modo sulla sua campagna di rielezione, se non ci fosse stato il ciclone Brian Schweitzer. Questi è il governatore democratico del Montana, eletto a sorpresa nel 2004, dopo aver perso nel 2000 le elezioni senatoriali proprio contro Burns. Dal minuto successivo in cui è entrato nel palazzo del governatore, Schweitzer è diventato un personaggio carismatico ormai ben oltre il Montana. Oggi è uno dei politici più osservati da vicino, quasi un nuovo modello di esponente democratico, tanto che nel giro di un paio di settimane è finito sulle copertine del liberal New York Times Magazine e del conservatore Weekly Standard.
Assistere a un comizio di Schweitzer è uno spettacolo. A un rally in favore di Jon Tester a Poplar – un paesino di cinquecento persone all’ingresso meridionale della riserva indiana di Fort Peck dove vivono settemila tra Assiniboine e Sioux – Schweitzer si è presentato come è solito fare: senza assistenti, segretari o addetti stampa. Ad accompagnarlo, anche sul palco, soltanto il cane Jake e la sua pistola. Il governatore stringe le mani a tutti, poi dice al cane di fare lo stesso e Jake porge la zampa. Quanto alle armi, la sua politica di “gun control” è questa: “Tu controlli la tua pistola, io la mia”. Al Foglio aggiunge: “Quando mi chiedono quante pistole posseggo, rispondo che sono affari miei e, comunque, meno di quanto mi piacerebbe averne”.
Jeans, stivali, gilet con ricami indiani e cravatta alla Tex Willer (o alla Francesco Speroni), Schweitzer ha poco o niente del democratico tradizionale. A scanso di equivoci, al Foglio ha voluto precisare: “Non sono un liberal, sono un populista che riesce a far battere il cuore della gente. Vuoi sapere che cosa intendo? Aspetta un attimo e ascolta che cosa dirò più tardi sul palco”.
Sul podio, in effetti, Schweitzer si è esibito in parecchi numeri a effetto, intimando il pubblico a chiudere gli occhi e pensare a cinque persone da convincere da qui al giorno del voto, parlando col cane che gli gironzolava intorno e, soprattutto, raccontando di quando, all’inaugurazione del suo mandato di governatore, ha deciso di invitare i suonatori di tamburi di tutte le tribù indiane del Montana. Gli avevano consigliato di non farlo, perché il palazzo del governatore è antico e quel vibrare di tamburi avrebbe potuto frantumare i vetri delle finestre. Schweitzer ovviamente se ne è fregato, ha invitato i musicisti e ha pronunciato il discorso di insediamento con quel sottofondo dei tamburi tipico della tradizione dei “first montanans”.
Nel raccontare l’episodio agli elettori di Poplar, Schweitzer non ha smesso un attimo di battere il tempo, tam-tam-tam, usando la sua mano destra contro il podio di legno, proprio per imitare il ritmo dei tamburi e ricordare che mentre pronunciava quel solenne discorso, tam-tam-tam, si augurava davvero che le finestre del palazzo si rompessero in segno di scusa, con cento anni di ritardo, alla grande nazione indiana. Una volta lasciato palco e microfono a Jon Tester, Schweitzer si è diretto verso i due giornalisti italiani presenti in sala e, accompagnandosi con un paio di pacche sulle spalle, ha detto: “Visto che cosa intendevo? Dite la verità: in Italia, ce l’avete uno come me?”.
Schweitzer, ovviamente, è sicurissimo della vittoria di Jon Tester, un imprenditore agricolo del west Montana, populista come lui. Nei comizi parlano di progetti per portare l’acqua dove non c’è, di finanziamenti federali, di tasse da ridurre. A Poplar, Schweitzer non ha mai pronunciato la parola “Bush” e nemmeno “Iraq”. Tester è più pacifista di Schweitzer, tanto da essersi guadagnato il titolo di beniamino del pù radicale blog di sinistra, Daily Kos. A Poplar, Tester ha parlato di Iraq soltanto di sfuggita, quasi un inciso per spiegare che sarebbe meglio spendere quei miliardi di dollari per migliorare le condizioni di vita degli americani e garantire l’assistenza e l’istruzione a tutti gli indiani. Secondo alcuni sondaggi, però, è proprio la contrarietà alla guerra in Iraq a non far conquistare a Tester un vantaggio netto nei confronti di Burns.
L’eccitazione democratica per la possibile conquista del seggio è evidente. Il partito nazionale manda a Tester parecchi soldi e fin qui è riuscitò a tenere alla larga dal Montana i suoi leader più liberal. “Tester non è un democratico del genere Nancy Pelosi o Howard Dean – dice al Foglio il deputato democratico alla Camera del Montana, Margarett H. Campbell – Se dovessi paragonarlo a qualche leader nazionale direi che è più simile a John Edwards”, l’ex senatore populista della Carolina del Nord.
Eppure, malgrado la popolarità del governatore Schweitzer, i repubblicani sono certi di vincere il 7 novembre. Al Foglio lo ha spiegato un portavoce della campagna di Conrad Burns, Jason Clindt: “Non guardate i sondaggi. Nella scorsa campagna elettorale, a dieci giorni dal voto come oggi, Burns era dieci punti sotto. Poi naturalmente ha vinto lui”. Secondo Clindt, “conta, piuttosto, lo sforzo organizzativo per convincere la gente ad andare a votare e, in questo, noi repubblicani siamo eccezionali”. Il governatore Schweitzer non si aspetta una grande affluenza alle urne, invece al quartier generale di Burns pensano esattamente il contrario, come dimostrerebbero i diecimila biglietti già distribuiti per l’evento con Bush di giovedì.
Quest’anno, spiega Clindt indicando le decine di volontari che lavorano al quartier generale di Billings, il Partito repubblicano del Montana avrà a disposizione quella formidabile macchina di mobilitazione nelle ultime 72 ore che nel 2004 è stata decisiva per la vittoria di Bush negli stati più in bilico, dall’Ohio alla Florida. “I democratici rimarranno stupiti, anche questa volta”, assicura Clindt. I repubblicani hanno anche più soldi dei democratici per l’ultima settimana di campagna elettorale, ma il governatore Schweitzer sostiene che, quest’anno, la campagna elettorale è un referendum sul senatore uscente. “Vogliamo un cambiamento reale”, ripete infatti lo sfidante Tester. “Otterrete soltanto qualche spicciolo”, replica Burns giocando sul doppio significato, “cambiamento” e “spiccioli”, della parola “change”.
Burns, infatti, punta quasi esclusivamente sulla valanga di dollari che è riuscito a far spendere in Montana e sul fatto che al Congresso le regole prevedono che i posti di potere e di comando siano assegnati in base all’anzianità di servizio degli eletti. Spiega il portavoce della sua campagna: “Le elezioni si basano su due cose: anzianità ed efficacia. L’anzianità non può essere sostituita, i ‘montanans’ sanno che con Burns avranno al Senato un loro rappresentante che potrà far pesare i propri 18 anni di servizio. Eleggendo Tester,  invece, il Montana manderebbe al Senato una matricola con poche possibilità concrete di trovare soldi federali per il nostro stato. La gente del Montana capisce l’importanza dell’anzianità e, inoltre, non ama le tasse: ecco perché eleggerà Burns”.

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