Camillo di Christian RoccaNuova e spiazzante tendenza della politica americana

New York. C’è una nuova tendenza nella politica americana che, se confermata alle elezioni di metà mandato del 7 novembre e nei mesi successivi che prepareranno la battaglia per la Casa Bianca del 2008, ribalterebbe la semplificazione schematica a cui siamo abituati, quella secondo cui i repubblicani sono il partito populista e religioso e i democratici quello laico e cosmopolita.
Nessuno dei due partiti è sulla via di abbandonare la propria base, né i loro elettori cambieranno facilmente schieramento, ma seguendo da vicino le scelte elettorali di questi mesi e i profili dei candidati dei due partiti si nota qualcosa di nuovo. In breve: la sinistra democratica, in perenne crisi d’identità, insegue temi populisti ed elettori religiosi, mentre la destra repubblicana, che quei voti ce li ha già, preferisce i suoi esponenti più lontani dal mondo dei cristiani evangelici. Nessuno dei grandi candidati conservatori alla presidenza, infatti, è assimilabile alla “destra religiosa”. In prima fila, e senza avversari, ci sono John McCain e Rudy Giuliani, con Mitt Romney possibile outsider. Il senatore McCain è noto per il suo spirito indipendente e per le sue ruvide polemiche con la destra religiosa che, nel 2000, gli costarono la vittoria alle primarie a vantaggio di Bush. McCain sta provando a moderare i toni, ma gli osservatori si sono sorpresi quando, invitato alla Liberty University del reverendo Jerry Falwell, ha tenuto un discorso di politica estera invece che sui valori religiosi. In senso contrario, invece, si muovono i presidenziabili del Partito democratico: Hillary prova a rendere meno evidente la sua immagine di donna liberal sull’aborto, mentre la star nera Barack Obama è protagonista del tentativo di convincere i democratici a non aver paura di mettere Dio al centro del dibattito politico.
L’altro probabile candidato repubblicano alla Casa Bianca, Rudy Giuliani, è stato sindaco di New York  ovvero della città che per una parte degli evangelici è la rappresentazione del male assoluto, la nuova Sodoma e Gomorra. Giuliani è pro choice, cioè favorevole al diritto delle donne di abortire, e per niente ostile nei confronti degli omosessuali, tanto da aver partecipato varie volte alle gay parade di Manhattan e da essere stato a lungo ospite di una coppia omosessuale al tempo della separazione dalla moglie. Il terzo incomodo è Mitt Romney, oggi governatore uscente del Massachusetts, cioè dello stato più liberal d’America. Non solo. Romney è anche mormone, seguace di una religione che i cristiani evangelici considerano una pericolosa setta che pratica la poligamia e si ispira ai principi della massoneria piuttosto che a quelli del Nuovo Testamento. Di più: nel suo stato, Romney ha approvato un modello di sanità pubblica universale che dovrebbe costituire uno choc per i repubblicani. Eppure, malgrado il mormonismo e il liberalismo del Massachusetts, Romney oggi è in lizza per la Casa Bianca e, come spiegava ieri la rivista Slate, potrebbe avere i voti degli evangelici.
C’è molta euforia intorno a un altro repubblicano pro choice, pro gay e semiliberal: l’attuale sindaco di New York, Mike Bloomberg. E se solo fosse nato in America, invece che in Austria, l’hollywoodiano Arnold Schwarzenegger – sulla via della facile rielezione nella liberalissima California – sarebbe un altro solido contendente repubblicano per la Casa Bianca, malgrado la sua palese estraneità alla Bible Belt.
I democratici si muovono in senso opposto e provano a riconnettersi con la “Right Nation”. Nei mesi scorsi non è stato soltanto Obama a invitare solennemente il partito a ridurre il gap religioso con i repubblicani, ma anche il probabile prossimo senatore della Pennsylvania Bob Casey. L’altra stella è Harold Ford, trentaseienne afroamericano candidato al seggio senatoriale del Tennessee lasciato libero dal repubblicano Bill Frist. Ford parla di valori religiosi e di lotta al terrorismo in modo efficace e convincente, quasi con più tenacia di Bush. Grazie alla sua credibilità su questi temi è in testa nei sondaggi, malgrado gli elettori del Tennessee sappiano perfettamente che il loro voto a “Fordie”, come lo chiama amichevolmente Bush, potrebbe consegnare il Senato ai democratici. In Virginia, il candidato democratico è un ex ministro di Reagan, mentre in giro per il paese sono moltissimi i reduci dall’Iraq che i democratici hanno candidato alla Camera per intercettare i voti dei militari e di chi si fida maggiormente dei repubblicani sulla sicurezza nazionale.
L’editorialista conservatore David Brooks, ieri sul New York Times, ha scelto il seggio senatoriale dell’Ohio, un posto cruciale per la vittoria nel 2008, per descrivere lo stato dei due partiti e prefigurare le nuove tendenze politiche. In Ohio si confrontano un senatore repubblicano noto per la sua indipendenza e l’amicizia politica con McCain, Mike DeWine, e un tosto populista democratico contrario ai principi del libero mercato, Sherrod Brown. Se Brown vince, sarà il prossimo modello nazionale dei democratici. Se DeWine mantiene il seggio malgrado le difficoltà di Bush, i repubblicani si affideranno a tipi bipartisan come lui. La politica americana di oggi è questa, conclude Brooks, liberal protezionisti contro conservatori indipendenti.

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