Camillo di Christian RoccaSesso, paggi e Watergate, la settimana nera dei repubblicani

New York. Non ci poteva essere settimana peggiore per i repubblicani di George W. Bush, a un mese dalle elezioni di metà mandato del 7 novembre. In pochi giorni hanno dovuto subire le dimissioni di un influente deputato della Florida implicato in uno scandalo omosessuale, una serie di accuse alla leadership della Camera, la diffusione di un documento della Cia critico sull’Iraq, gli imbarazzi di Condoleezza Rice sui rapporti di intelligence ricevuti due mesi prima dell’undici settembre e, infine, un nuovo libro di Bob Woodward che racconta il caos, l’incompetenza e le faide dentro l’Amministrazione. Non importa che ciascuna di queste storie sia meno grave di quanto appaia, vale la percezione pubblica che se ne ha guardando la televisione e leggendo i giornali.
Bush aveva appena visto il suo gradimento risalire, il prezzo della benzina scendere e le speranze di mantenere la maggioranza al Senato aumentare, quando uno dietro l’altro sono arrivati questi siluri politico-giornalistici che rischiano di consegnare il Congresso ai democratici. Ora il recupero dei repubblicani appare più difficile, anche perché il partito di Bush aveva cominciato la campagna elettorale in crisi di consensi, impelagato in scandali di corruzione e accusato di aver guidato malissimo il 109esimo Congresso. Finanche le pagine degli editoriali del Wall Street Journal, l’enclave conservatrice dei grandi giornali americani, lunedì hanno decretato il fallimento della legislatura repubblicana: “La cosa migliore di questo Congresso è che avendo fatto molto poco, perlomeno ha fatto poco male”. Non è un caso, infatti, che nessun candidato repubblicano si candidi alla rielezione difendendo l’operato del Congresso, piuttosto paventano il pericolo di una Camera guidata da una iperliberal come Nancy Pelosi.
Il Wall Street Journal accusa la leadership repubblicana di non essere riuscita a riformare la previdenza sociale e la sanità nazionale, di non aver reso permanenti i tagli alle tasse, di non aver semplificato il codice fiscale, di aver proposto una soluzione sbagliata al problema dell’immigrazione e, infine, di aver aumentato a dismisura la spesa pubblica e il deficit federale. Nella colonna delle cose positive, secondo il Wall Street Journal, ci sono la conferma dei giudici costituzionali, l’opposizione alla mediocre scelta bushiana di nominare alla Corte suprema la sua consigliera legale Harriet Myers, il sostegno alla guerra al terrorismo e il continuo finanziamento della missione in Iraq (la settimana scorsa rifinanziata all’unanimità dall’intero Senato, con 100 voti su 100). La strategia della Casa Bianca per non perdere le elezioni di novembre è chiara: concentrare l’attenzione su terrorismo e sicurezza nazionale, invece che sull’Iraq o su altre questioni interne. Tra agosto e settembre, Bush c’è riuscito grazie agli arresti di Londra, all’uccisione di Zarqawi, al quinto anniversario dell’11 settembre, a una serie azzeccata di discorsi pubblici, alla cornice legale della guerra al terrorismo varata dal Congresso e alla cronica incapacità dei democratici di fornire al paese un’idea condivisa e credibile sull’Iraq. Senonché è arrivato lo scandalo sessuale, seguito alla controffensiva sull’Iraq dei liberal (e della Cia) alimentata dalla pubblicazione di un estratto del National Estimate Intelligence e dall’atto d’accusa contro Donald Rumsfeld contenuto nel libro di Bob Woodward. La Casa Bianca ha provato a ribattere, ma il solo fatto di aver rispostato l’attenzione pubblica su Baghdad e sugli errori dell’Amministrazione sta facendo il gioco dei democratici. Poi c’è il caso di Condoleezza Rice, accusata dal libro di Woodward di aver sottovalutato l’avvertimento del 10 luglio del direttore della Cia, George Tenet, a proposito di un possibile e imminente attacco di al Qaida. In realtà non è una notizia nuova. Da anni si conosce il contenuto di un memo Cia consegnato a Rice il 4 agosto 2001, in cui genericamente si registravano le intenzioni di bin Laden di colpire gli Stati Uniti. Anche di questo meeting del 10 luglio tra Rice e Tenet si era discusso ampiamente alla Commissione indipendente sull’11 settembre, anche se non era nota la data. Niente di nuovo, quindi. Eppure i riflettori sono tornati a illuminare l’incapacità di Bush di prevedere l’attacco all’America nei suoi primi otto mesi di servizio, piuttosto che sugli otto anni di Bill Clinton come suggeriva lo sceneggiato televisivo trasmesso un mese fa dalla Abc.
Critiche dai giornali conservatori
Infine lo scandalo sessuale al Congresso. Il deputato Mark Foley è stato costretto a dimettersi per aver spedito e-mail compromettenti a un “page”, uno dei cento giovani commessi – tra i sedici e i diciotto anni – che ogni anno svolgono uno stage retribuito al Congresso. Oggi Foley è in un centro di cura, forse gestito da Scientology. Il primo problema per i repubblicani è la probabile perdita del seggio, fino alla settimana scorsa considerato sicurissimo. Il partito ha già il candidato alternativo, ma la legge della Florida prevede che sulla scheda rimanga il nome di Foley, cosa che non aiuta il suo rimpiazzo. Il secondo problema è la sollevazione contro il leader Dennis Hastert, accusato di essere a conoscenza da tempo della relazione tra Foley e il diciassettenne stagista. Hastert ovviamente nega e chiede un’investigazione (sostenuta da Bush). Anche in questo caso, al di là delle responsabilità personali, le apparenze ingannano. Il WSJ si chiede come mai i liberal siano diventati improvvisamente favorevoli alle discriminazioni nei confronti dei gay e il Washington Post ricorda i casi del passato in cui i deputati democratici coinvolti in episodi simili non si sono dimessi e poi sono stati tranquillamente rieletti. La brutta notizia per Hastert, però, è arrivata ieri mattina dall’editoriale del giornale più conservatore d’America, il Washington Times, che chiedeva le sue dimissioni da leader alla Camera. In generale, lo scandalo rischia di far aumentare la disaffezione dei conservatori nei confronti di Bush, magari convincendoli a restare a casa invece che votare. Se avesse questo effetto, i repubblicani potrebbero perdere molti dei collegi in bilico e quindi la maggioranza non solo alla Camera ma anche al Senato.

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