Camillo di Christian RoccaAhmadinejad ruba l'idea a James Baker

Milano. La conferenza regionale sull’Iraq, alla fine, l’ha convocata direttamente Mahmoud Ahmadinejad per il prossimo fine settimana. Il presidente iraniano ha invitato a Teheran i pari grado iracheno, Jalal Talabani, e siriano, Bashar el Assad, anticipando le grandi chiacchiere europee e i possibili suggerimenti della Commissione Baker favorevoli a un summit internazionale per provare a risolvere la questione irachena. La mossa iraniana rischia di spiazzare gli oppositori di George Bush, i quali attendevano lo studio Baker e un eventuale coinvolgimento dell’Iran e della Siria come l’ultima speranza per salvare la campagna irachena. Il lavoro di Baker sarà presentato alla Casa Bianca entro la fine dell’anno, ma Bush nel frattempo si è cautelato commissionando un suo rapporto ai vertici militari del Pentagono, proprio per non farsi dettare l’agenda da un gruppo di persone esterne alla sua Amministrazione. Le prime indiscrezioni del rapporto Baker parlano di un graduale ritiro delle truppe e dell’avvio di una conferenza regionale, con Siria e Iran, per gestire il caos iracheno, peraltro causato in gran parte dall’influenza iraniana e dall’apertura delle frontiere siriane. Un’idea condivisa dai democratici, appena usciti vittoriosi dalle elezioni di metà mandato, e anche da una buona fetta dell’establishment repubblicano. Le eccezioni sono due: il senatore democratico Joe Biden, il quale continua a insistere col suo piano di tripartizione dell’Iraq, e il senatore repubblicano John McCain, il quale non perde occasione per riproporre l’invio in Iraq di un numero maggiore di soldati americani. “Go big”, “Go long”, “Go home” sono le tre ipotesi studiate dal Pentagono per dare una sterzata alla guerra. L’anticipazione del rapporto è apparsa ieri mattina sul Washington Post. Poco prima delle elezioni, Bush aveva chiesto ai vertici militari del Pentagono di vagliare tutte le opzioni possibili sull’Iraq e di provare a suggerire nuove ipotesi tattiche per vincere militarmente sul campo. Affidato al capo degli stati maggiori riuniti, Peter Pace, il rapporto chiesto da Bush sintetizza le tre opzioni con un “Go big”, cioè inviare più truppe, “Go long”, ridurne il numero ma rimanendo in Iraq per un tempo maggiore, “Go home”, ritirarsi. Il Pentagono propone di utilizzare una combinazione tra la prima e la seconda opzione, ovvero inviare subito trentamila soldati in più e prevedere un impegno in Iraq più lungo di quello previsto inizialmente. (segue dalla prima pagina) George Bush si è tenuto a metà strada tra le richieste di inviare più truppe e le pressioni per il ritiro. Prima di questo nuovo rapporto del Pentagono, i generali sul campo non chiedevano ulteriori soldati, ipotesi confermata da John Abizaid, il capo delle forze americane in medio oriente, a un convegno ad Harvard e in un’audizione al Senato. L’ex generale Anthony Zinni, il principale critico interno di Donald Rumsfeld e per questo diventato un idolo del Partito democratico, ha spiegato che ritirare le truppe sarebbe un disastro e che l’unica strada percorribile resta quella di inviare più soldati. Il deputato democratico Charles Rangel ieri ha proposto di reintrodurre la leva obbligatoria, ipotesi scartata sia dai militari sia dalla Casa Bianca. Bill Kristol e Frederick Kagan hanno criticato sul Weekly Standard i vertici del Pentagono per la loro “devozione quasi teologica” alla teoria della presenza leggera dell’esercito americano in Iraq, ormai quasi esclusivamente impegnato ad addestrare i soldati iracheni. Secondo Kristol e Kagan, i generali non si accorgono della nuova realtà su campo, perché fedeli al loro successo militare degli ultimi due anni: nel 2004 i terroristi controllavano Fallujah, Tal Afar, Mosul e Ramadi, mentre Moqtada al Sadr accerchiava Najaf e l’esercito iracheno disertava quando c’era da combattere. Due anni dopo non c’è nessuna città in mano ai terroristi e l’esercito iracheno riesce a tenere le città. Ma se questa strategia ha funzionato, resta carente la questione della sicurezza, la cui mancanza ormai genera problemi maggiori rispetto a quelli di una forte presenza militare americana. Il rapporto del Pentagono, annunciato dopo le dimissioni di Rumsfeld, sembra più incline a un cambiamento di rotta, anche se ieri Bush ha detto di non avere ancora deciso il numero delle truppe. La confusione resta, aggravata dalla vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato. La leader alla Camera Nancy Pelosi ha sostenuto come leader di maggioranza John Murtha, ovvero l’alfiere dell’idea del ritiro immediato, ma il gruppo congressuale ha eletto un deputato più moderato che considera una follia l’ipotesi del ritiro. La chiave del caos di Washington è ben rappresentata nell’ultimo fascicolo della rivista The New Republic, interamente dedicato a che cosa fare in Iraq. I grandi cervelli d’area liberal hanno proposto ciascuno la propria soluzione e il risultato paradossale è che c’è chi chiede di andarsene dall’Iraq, chi di inviare più truppe, chi di dividere il paese, chi di lasciarlo intero, chi di coinvolgere i sunniti, chi di allearsi con loro, chi di sconfiggerli, chi di ascoltare i consigli di Baker e chi di ignorarli.

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