Camillo di Christian RoccaC'è più caos a Washington che a Baghdad, ma Bush resiste

Milano. Le poche cose certe sulla strategia americana in Iraq e in medio oriente sono che George W. Bush continua a parlare di promozione della democrazia senza cedere nemmeno di un millimetro e che dall’Iraq non ci sarà alcun ritiro o diminuzione delle truppe, semmai un probabile aumento del contingente americano. Per il resto si inseguono le voci più disparate, molte delle quali poi vengono regolarmente smentite dagli eventi reali. L’ultimissima è quella delle dimissioni di Philip Zelikow, dopo solo 19 mesi, da vice di Condoleezza Rice al dipartimento di stato, ufficialmente per ragioni familiari ma, secondo voci interne all’Amministrazione, per l’incompatibilità di vedute sulla politica mediorientale (e nordcoreana) della Casa Bianca. L’uscita di scena di Zelikow segnala la tendenza opposta a quella delle dimissioni di Donald Rumsfeld, visto che il vice di Condi Rice è l’unico esponente di primo piano dell’Amministrazione perlomeno scettico sulla dottrina Bush.
La prima grande incognita della strategia americana, infatti, è quella del possibile ritorno al realismo, cioè a una politica più pragmatica e meno idealista che provi a trovare una soluzione, qualunque essa sia, per far uscire gli Stati Uniti dal pantano iracheno. L’idea di una politica estera fondata sulla ricerca costante dell’equilibrio tra poteri piuttosto che sulla chiarezza morale è tipica della tradizione della destra kissingeriana e pre reaganiana, ma oggi è diventata di gran moda dopo la sconfitta dei repubblicani alle elezioni di metà mandato del 7 novembre. C’è addirittura qualche liberal, come Jonathan Chait, che invita apertamente la Casa Bianca a rimettere Saddam al potere e poi tornarsene a casa. La confusione ideologica è ormai il tratto comune dei due partiti e cresce sempre di più il convincimento che la colpa della situazione in Iraq sia degli iracheni (Carl Levin e Evan Bayh, senatori democratici). Tutti guardano con attenzione e speranza ai lavori della Commissione indipendente sull’Iraq guidata dall’ex segretario di stato di Bush senior, James Baker.
Il rapporto Baker ancora non c’è, ma è come se ci fosse, tanto è evocato. Baker cerca una soluzione condivisibile da tutti, ma sembra più interessato a risolvere il conflitto a Washington più che a Baghdad. L’ipotesi di lavoro si basa sull’abbandono dei sogni democratici in medio oriente e il coinvolgimento di Iran e Siria per fermare la violenza. Bush non è d’accordo, anche se le dimissioni di Rumsfeld e la sua sostituzione con un membro della Commissione Baker come Robert Gates sono sembrate il sigillo alla svolta. Senonché sono accadute altre cose, quasi tutte di segno opposto. Intanto le dimissioni di Zelikow, ma anche la riconferma di John Bolton, l’ambasciatore all’Onu ed esponente della linea dura bushiana contro le centrali del terrore. I sostenitori del ritorno al realismo avevano previsto la fine dell’era Bolton, ma Bush lo ha rispedito al Senato per la conferma. Due anni fa Bolton non era riuscito a ottenere il voto favorevole e Bush s’era appellato a uno stratagemma costituzionale per nominarlo mentre il Congresso era in ferie. L’incarico di Bolton scade a gennaio e, in caso di mancata conferma, Bush potrebbe confermarlo ancora una volta sfruttando la chiusura natalizia del Congresso. Il problema è che quando un ambasciatore viene nominato due volte col Congresso in recesso non può ricevere lo stipendio dalle strutture federali, sicché in alcuni circoli conservatori c’è già chi ha proposto di organizzare una colletta.
Al vertice della Nato in Lettonia, Bush ha ribadito che l’America “continuerà a essere flessibile” e che farà “i cambiamenti necessari per raggiungere gli obiettivi” ma – ha specificato – “c’è una cosa che non farò: non ritirerò le truppe dal campo di battaglia prima che la missione sia completata”. I discorsi di Bush insistono sul fatto che “gli estremisti usano il terrorismo per fermare la diffusione della libertà, alcuni di loro sono estremisti sciiti, altri sunniti, ma rappresentano facce diverse della stessa minaccia”. Se questi estremisti indeboliscono, ha ripetuto Bush, “le fragili democrazie e a cacciare le forze di libertà dalla regione, avranno campo aperto per perseguire i loro obiettivi”. Detto questo, ieri il New York Times ha pubblicato un memo segreto in cui il consigliere della Sicurezza nazionale, Stephen Hadley, descriveva il premier iracheno al Maliki come inefficace e inaffidabile. Improvvisamente il vertice di ieri sera ad Amman tra Bush e Maliki è stato spostato a oggi, non si sa bene se per effetto della rivelazione del Times o se in seguito alla minaccia di Moqtada di ritirare i ministri dal governo nel caso il premier iracheno avesse incontrato Bush.
Chi è il comandante in capo
Da una parte, dunque, ci sono le parole, i discorsi, la dottrina di Bush e dall’altro c’è una politica e una realtà che spesso non coincidono con le enunciazioni ufficiali della Casa Bianca, tanto che Rich Lowry, il direttore della rivista iperconservatrice National Review, è arrivato a chiedersi se Bush sia davvero il comandante in capo, oppure se abbia delegato tutti i compiti operativi ai suoi consiglieri, militari e politici, che poi fanno di testa propria. David Frum ha notato che proprio mentre Bush parlava di democrazia e libertà in Lettonia, il New York Times citava alti funzionari dell’Amministrazione pronti ad affidare il destino del medio oriente ad autocrati arabi e iraniani.
Il Los Angeles Times e il Christian Science Monitor di ieri, invece, si sono convinti che Bush non cambierà strategia, non aprirà a Siria e Iran e non abbandonerà la sua freedom agenda. Il gran capo degli opinionisti neoconservatori Bill Kristol ha ribadito a Newsweek il concetto che “Bush è l’unico neocon al potere, anzi la verità è che c’è sempre stato soltanto Bush”. Eppure il senatore repubblicano Chuck Hagel, noto per la sua opposizione a Iraq Freedom e grande sodale di Colin Powell, crede si siano aperti spazi concreti per una sua candidatura presidenziale, un’ipotesi che prima di mid-term sembrava irreale. Ma a ogni notizia che sembra certificare il cambiamento del vento ne segue subito un’altra: Robert Gates, in teoria un realista, alle domande dei senatori che dovranno confermare la sua nomina al Pentagono ieri ha spiegato il suo sostegno alla dottrina Bush, al diritto alla guerra preventiva e alla decisione di invadere l’Iraq, criticandone semmai l’esecuzione: “Lasciare l’Iraq nel caos avrebbe conseguenze pericolose per molti anni”, ha detto Gates.

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