Camillo di Christian RoccaChe cosa vuol dire, realisticamente, "soluzione realista per l'Iraq"?

Milano. L’America torna realista e pragmatica negli affari internazionali. Forse. E ammesso che non lo sia già stata. Questa, in ogni caso, è stata la prima lettura dopo le elezioni di metà mandato, la sconfitta del partito di George W. Bush e le continue stragi in Iraq. Si è parlato, a lungo, del possibile ritorno di moda dei consiglieri di politica estera di Bush senior, da Brent Scowcroft a James Baker, entrambi contrari alla rimozione di Saddam Hussein non solo nel 2003, ma anche nel 1991, quando furono loro, insieme con Bush senior, a decidere di lasciare il dittatore sconfitto in Kuwait sul trono di Baghdad, tra le proteste soprattutto di Al Gore. James Baker sta ultimando il lavoro della sua Commissione indipendente e bipartisan, l’Iraq Study Group, per suggerire alla Casa Bianca una soluzione rapida della questione irachena. Gli opinionisti, i democratici e una buona parte dei repubblicani sostengono che la ricetta Baker sia il ribaltamento della dottrina post 11 settembre e l’inizio della fine dell’era di Bush junior. La sostituzione al Pentagono di Donald Rumsfeld con Robert Gates sembra confermare il cambio e, di conseguenza, un repentino abbandono dell’Iraq, dei sogni di democrazia, addirittura un riavvicinamento all’Iran e alla Siria. In realtà al momento è cambiato poco e poco potrà cambiare, anche perché i tentativi di dialogo con l’Iran, condizionati alla rinuncia al nucleare, ci sono sempre stati.
Su queste ipotesi di cambio di rotta sono arrivate le prime riflessioni degli architetti ideologici della dottrina Bush. Ogni giorno ci sono gli editoriali del Wall Street Journal a rigettare le ipotesi Baker e ieri il compito è toccato a Daniel Henninger. Ma la risposta più accurata è stata di Bill Kristol e Robert Kagan sulle colonne del Weekly Standard. I due editorialisti hanno spiegato che ciò che passa per essere “realista” sembra avere poco a che fare con la realtà: “Se si guardano le proposte cosiddette realiste sul tavolo, si nota che ‘realismo’ è diventata una specie di parola in codice per la resa in medio oriente degli interessi e degli alleati americani, così come dei principi americani”. La ricetta proposta, infatti, è quella di coinvolgere l’Iran e la Siria in uno sforzo comune per dare una sterzata al caos iracheno. Il problema è che cosa potrà offrire Washington a questi due paesi, in cambio del loro sostegno. L’Iran vuole il nucleare e la Siria occupare il Libano, qualsiasi altra proposta è stata già rifiutata. Alla prova dei fatti, la soluzione realista sembra poco realista.
(segue dalla prima pagina) Bill Kristol e Robert Kagan provano a ricapitolare in che cosa consista, concretamente, la proposta realista e pragmatica di chi vorrebbe abbandonare la dottrina Bush: “Dobbiamo ritirarci dall’Iraq e quindi abbandonare tutti quegli iracheni – sciiti, sunniti, curdi e altri – che dipendono dagli Stati Uniti per la loro sicurezza e per la promessa di un futuro migliore. Dobbiamo abbandonare i nostri alleati in Libano e l’idea stessa di un Libano indipendente con l’obiettivo di ottenere il sostegno siriano al nostro ritiro dall’Iraq. Dobbiamo abbandonare la nostra opposizione al programma nucleare dell’Iran per convincere gli iraniani ad aiutarci ad abbandonare l’Iraq. E dobbiamo fare pressioni sul nostro alleato, Israele, perché si adatti alla violenza di Hamas in modo da ottenere il sostegno degli arabi radicali alla nostra ritirata dall’Iraq. Questo non è realismo. E’ capitolazione”. Reuel Marc Gerecht, sul Weekly Standard, ha analizzato gli interessi iraniani e siriani ed è giunto alla stessa conclusione: una conferenza con questi due paesi, ammesso che vogliano parteciparvi, non ha alcuna possibilità di successo. Agli iraniani e ai siriani, l’attuale caos iracheno va benissimo – non a caso sono, insieme con i sauditi, i responsabili di ciò che accade in Iraq. Finché gli americani sono impegnati e muoiono, possono stare certi che non subiranno pressioni da Washington. C’è di più: storici nemici come iraniani e sauditi temono allo stesso modo una soluzione pacifica in Iraq. Gli iraniani perché un islam sciita moderato e democratico li minaccerebbe come niente altro al mondo, mentre i principali finanziatori della guerra allo sciismo, cioè i sauditi, ovviamente non vedono di buon occhio la perdita del potere sunnita in Iraq. La chiave della sopravvivenza siriana, anche in Libano, è l’alleanza con l’Iran, quindi pare difficile che Damasco possa comportarsi in modo diverso da Teheran. Questi paesi “ci vogliono via”, hanno scritto Kristol e Kagan: “A meno che non siamo pronti a ritirarci, non solo dall’Iraq ma anche dall’intera regione e anche da altri posti, dobbiamo cominciare a capire come perseguire in modo efficace, e realistico, i nostri interessi e i nostri obiettivi. Questo è il vero realismo americano. Tutto il resto è un modo elegante per giustificare la resa”.
L’ipotesi che Bush si arrenda e lasci costruire all’Iran la sua bomba è improbabile, spiega Gerecht. Un liberal come Martin Peretz, direttore ed editore di New Republic, suggerisce alla Casa Bianca di “ignorare le proposte di Baker”, una persona con “istinti e convinzioni” troppo vicine alle sensibilità  del “gruppo Carlyle”, cioè ai sauditi. In fondo, secondo Peretz, “l’uomo che è arrivato a salvare la politica americana in Iraq è la stessa persona che ha salvato Saddam Hussein due volte”, non solo nel 1991, ma anche all’inizio della presidenza Bush senior, quando fu proprio l’allora segretario di stato Baker ad aiutare Saddam dopo gli otto anni di guerra con l’Iran. “E’ vero che c’è un ritorno al realismo, ed è una buona cosa – ha scritto sul Washington Post un analista realista come Robert Kaplan – Ma senza una componente idealista alla nostra politica estera, nulla ci distinguerebbe dai nostri avversari. Questa cosa, essa stessa, porterebbe al declino del potere americano”.

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