Camillo di Christian RoccaLa strategia Baker

Prendete un foglio di carta, tracciate con la penna una linea verticale esattamente sulla sua metà e scrivete nella colonna di sinistra il nome di tutti coloro che hanno accolto con favore il rapporto Baker sull’Iraq, segnalando a destra chi invece lo ha giudicato inutile, assurdo o sbagliato. Tra i fan di Baker – a parte i giornalisti di mezzo mondo e Romano Prodi – ci sono l’Iran, la Siria, Hamas, il Jihad islamico e le Brigate dei martiri di al Aqsa. Nella colonna di chi invece rigetta come impraticabili o folli i principali suggerimenti di Baker – vale a dire cominciare a ritirarsi dall’Iraq e affidare l’Iraq alle cure di Iran e Siria, in cambio del controllo politico e militare a Baghdad e nelle alture del Golan – ci sono i due unici leader democratici del medio oriente, il premier centrista israeliano, il presidente socialista iracheno e probabilmente quegli studenti che ieri, a Teheran, hanno contestato il discorso di Mahmoud Ahmadinejad al grido di “morte al tiranno”.
Basterebbero queste due colonne per chiudere il capitolo sulla premiatissima Commissione Baker, anche perché, tra l’altro, gli avversari americani di Bush e dell’invasione dell’Iraq si sono accorti dell’assoluta incoerenza di questo testo. Sono decine e decine gli articoli delusi dal rapporto dell’Iraq Study Group, l’ultimo è del Washington Post che, col suo primo editoriale di domenica, imputa al gruppo Baker di “immaginarsi un medio oriente che non esiste”. Molti opinionisti liberal sono sulla stessa linea, compreso quel Dennis Ross che per Bill Clinton ha guidato il processo di pace arabo-israeliano e che, l’altro ieri, ha invitato Washington “a non fidarsi di Iran e Siria”. Il commento più serio sulle proposte Baker sembra essere quello del sergente T. F. Boggs, di ritorno dal suo secondo giro di servizio in Iraq: “I suggerimenti di Baker sono una barzelletta, di quelle che potevano venire in mente soltanto a un gruppo di anziane persone da troppo tempo attaccate alle poltrone di Washington”. E qui, a pensare alla straordinaria rispettabilità dei dieci componenti della Commissione, il fior fiore dell’establishment intellettuale giudiziario e istituzionale di Washington, torna in mente una frase geniale attribuita a John Kennedy durante una cena con un gruppo di Premi Nobel: “Questa è la più straordinaria collezione di talenti e di conoscenza umana che si sia mai riunita alla Casa Bianca, con l’eccezione di quando Thomas Jefferson ha cenato da solo”.

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