Camillo di Christian RoccaIl mondo appeso a Petraeus

L’Iraq, l’America e il mondo sono appesi a David H. Petraeus, il generale intellettuale dell’esercito statunitense che all’inizio dell’anno – dotato di una nuova strategia militare e politica, oltre che di 30 mila ulteriori soldati – è stato inviato a Baghdad da George W. Bush allo scopo di cambiare rotta in Iraq. La storia recente dell’ex regno di Saddam Hussein si fonda su quattro pilastri: la destituzione del dittatore nel 2003, le elezioni libere del 2005 che hanno avviato il processo di ricostruzione democratica, la strage della moschea d’oro di Samarra del febbraio 2006 che ha scatenato una guerra per bande etnico-religiose e, infine, l’attuale nuova strategia di Petraeus che comincia a garantire quel minimo di sicurezza necessaria per far procedere il processo di riconciliazione nazionale. Un successo che, un paio di giorni fa, ha convinto Dick Cheney a dire che, entro la fine del mandato Bush, l’Iraq sarà una democrazia autosufficiente.
Il simposio di Commentary che pubblichiamo integralmente nelle pagine seguenti è un gran dibattito tra i principali intellettuali d’area neoconservatrice sulla tesi del saggio di Norman Podhoretz “World War IV: The Long Struggle Against Islamofascism” (Doubleday 2007, la cui prima parte è stata pubblicata in Italia nel 2004 sul Foglio e poi da Lindau). La tesi del libro di Podhoretz è che l’America e i suoi alleati stiano combattendo una guerra mondiale contro l’islamofascismo e che il fronte iracheno sia la prima e decisiva battaglia di questo conflitto globale.
Petraeus, quindi, è l’uomo chiave. La sua nuova strategia contro al Qaida in Iraq, contro i miliziani sciiti e contro i nostalgici sunniti di Saddam ha cominciato a dare i primi frutti, sia militari sia politici, ormai riconosciuti anche dagli osservatori più scettici, come il deputato democratico John Murtha, che due anni fa è diventato il portavoce del nuovo sentimento antiwar di Washington. Gran parte dell’Iraq oggi è pacificato, gli attentati kamikaze sono diminuiti, così come le autobombe, i morti civili e i caduti statunitensi. Petraeus c’è riuscito inviando le truppe americane e irachene per strada, con l’obiettivo di ripulire i quartieri dalla presenza di terroristi, miliziani e arsenali. Ce l’ha fatta anche grazie alla scelta strategica di lasciare i suoi soldati e quelli iracheni nelle zone appena liberate, in modo da presidiare e proteggere la ritrovata sicurezza dei quartieri. Petraeus, inoltre, ha stretto accordi con le tribù sunnite della provincia di Anbar, fino all’anno precedente i promotori dell’insurrezione islamista e antiamericana e oggi i principali alleati contro al Qaida. Giovedì, in una conferenza stampa, Petraeus ha annunciato che anche il ribelle sciita e filoiraniano Moqtada al Sadr ha cominciato a collaborare, anche se non ancora ad attenuare la sua retorica antiamericana. Quel che più conta, ha detto Petraeus, è che il dialogo indiretto avviato con Moqtada abbia portato a un cessate il fuoco che sta consentendo ai suoi uomini e all’esercito iracheno di catturare o uccidere gli estremisti sciiti che non seguono gli ordini del leader sciita. Il primo a mantenere la calma e a ricordare che l’Iraq non è ancora una Svizzera mediorientale è proprio Petraeus, il quale avverte che “ci saranno ancora autobombe e attacchi e che nessuno vuole parlare di ‘punti di svolta’, di ‘luce che si vede in fondo al tunnel’ o di altre frasi retoriche come queste. Nonostante i continui miglioramenti della situazione della sicurezza – ha detto il generale – c’è ancora molto lavoro da fare, ma questi sono giorni in cui ci si sente davvero molto bene per il lavoro che i nostri soldati e quelli iracheni stanno facendo”.
Il punto adesso è capire che cosa succederà a Washington dopo le elezioni del 2008. Come, cioè, il prossimo presidente degli Stati Uniti affronterà la questione irachena nel caso in cui la previsione ottimistica di Cheney non si dovesse avverare. Se prevarrà un repubblicano, come Rudy Giuliani o John McCain, la battaglia per l’Iraq continuerà con la stessa determinazione e la medesima leadership mostrata da Petraeus. Giuliani ha come consigliere di politica estera Norman Podhoretz, mentre John McCain è il teorico politico della dottrina Petraeus ben prima che Bush decidesse di impiegarla. Anche con Hillary Clinton alla Casa Bianca le cose non cambierebbero molto, non soltanto perché la senatrice ha già annunciato che le truppe americane resteranno in Iraq almeno fino al 2013, ma anche perché l’esperto militare della sua campagna è lo stesso ex generale Jack Keane che ha convinto Bush ad adottare la strategia Petraeus. A oggi l’unico dei big che potrebbe cedere il fronte iracheno è Barack Obama. Petraeus, in ogni caso, continuerà a essere l’uomo da tenere d’occhio, anche perché negli ultimi mesi è stato chiamato a scegliere i nuovi vertici del Pentagono tra i seguaci della sua dottrina. Ma per lui non è finita qui. Bill Kristol ha detto che potrebbe essere scelto, per esempio da Fred Thompson, come vicepresidente in un vittorioso ticket repubblicano per la Casa Bianca. Il New York Sun si è spinto oltre e immagina un “Petraeus for president”. 
    Christian Rocca

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