La Frusta LetterariaO la borsa o la vita. I sentieri intellettuali in Italia

Non ho molte frequentazioni del pensiero di destra italiano. Diciamo quasi nessuna, per colpa mia beninteso. Dicono che questo pensiero ci sia, che sia saldo, che abbia una sua forte consistenza in...

Non ho molte frequentazioni del pensiero di destra italiano. Diciamo quasi nessuna, per colpa mia beninteso. Dicono che questo pensiero ci sia, che sia saldo, che abbia una sua forte consistenza intellettuale. Si fanno i nomi di Stelio Solinas, di Marco Tarchi e salendo per li rami si invoca il nome di Giovanni Gentile. I più coraggiosi non hanno timore a richiamare in servizio Julius Evola e di recente, dopo anni di abbandono, hanno adottato quel grande poeta (e critico letterario) che fu Ezra Pound. Nella pubblicistica, prima che apparisse in scena Marcello Veneziani (col primo governo Berlusconi) e in seguito Pietrangelo Buttafuco e infine quei veri e propri muppet televisivi che sono Belpietro o Sallusti, era difficile, dagli anni Sessanta a tutti gli anni Ottanta, conoscerne e riconoscerne qualcuno di così vasta notorietà (hanno anche la scorta, dunque sicuramente sono noti).

Ma anche il pensiero cattolico italiano non è che abbia esibito intellettuali di grande appeal, oltre don Sturzo, che peraltro pochissimi leggevano.
Altrove non è così. Per mera inclinazione personale, per elezione e per diletto ho seguito la cultura francese fin dalla più giovane età. Oltralpe è tutta un’altra storia: sia la cultura di destra che quella cattolica sono realtà di tutta evidenza e la cultura di destra si avvale di vere e proprie potenze spirituali. Anzi si può dire senza tema di essere smentiti che la cultura francese di alto rango o è cattolica o è di destra o le due cose insieme. Il cattolicesimo intellettuale francese (a differenza di quello italiano, flebile) è davvero un ramo della sensibilità estetico-culturale molto pronunciato, di grande profondità intellettuale e di elevatissimo lignaggio artistico. Solo alcuni nomi: Pascal, Bossuet, Chateaubriand, Baudelaire, Huysmans, Barbey d’Aurevilly, Mauriac, Claudel, Péguy, Bernanos, Maritain… una falange di alti spiriti. Prendendo un libro di un cattolico francese in mano raramente senti odore di incenso, tutt’altro, e quasi mai il suo intento è edificatorio o corroborante della fede. L’autore da me più amato, Flaubert, si definiva un libéral enragé, ma era un bel tomo di reazionario: era contro l’alfabetizzazione delle masse, avversava i socialisti (nell’Educazione sentimentale il personaggio più odioso è il socialista Sénécal), e sebbene non si conoscano sue esplicite dichiarazione di fede, sapeva molto bene cos’è il fatto religioso, quanto conti nella vita del singolo come in quella dei popoli. Era in corrispondenza con Ernest Renan, leggeva la Bibbia regolarmente e la suggeriva come lettura alla sua amante Louise Colet, saccheggiò un’intera biblioteca di libri gnostici e di eresiarchi per il suo Tentazione di sant’Antonio, e di cattolicesimo sono impregnati i Tre racconti, chiara trasposizione in codice letterario ultrafine e sottile delle tre ipostasi trinitarie: San Giuliano Ospedaliere (Dio Padre); Erodiade (il Figlio) e Un cuore semplice (lo Spirito Santo).

Da noi? Papini (che si ispirava ai francesi) e poi un gruppo di toscani come lui: Bargellini, Giuliotti e forse qualcun altro che adesso mi sfugge. In filosofia si annovera qualche filosofo sconosciuto come Michele Federico Sciacca e ancor prima Rosmini, Bonaiuti, spesso perseguitati dalla cultura cattolica ufficiale che qualche secolo dopo ha tentato di riabilitarli, ma in ogni caso totalmente ignoti alle masse dei credenti, perlopiù pubblicati da case editrici piccolissime e letti solo dagli specialisti o da religiosi. Nei fatti il cattolicesimo da noi o è stata prassi pedagogica, istruzione scolastica dei giovinetti e dei poveri (oratori e scuole sulla scia di san Filippo Neri e don Bosco) o instrumentum regni. Raramente il cattolicesimo italiano ha interrogato la coscienza del singolo e credo che ogni uomo colto italiano ( i francesi lo chiamano savant, distinguendolo dall’ intellettuale di professione), che abbia avuto bisogno di un conforto spirituale alto di gamma, è ricorso ai grandi francesi citati più sopra. O se era in vena di follia leggeva La storia di Cristo di Giovanni Papini (autore eslege che s’era messo in testa di spaventare molti borghesi parrucconi, e ci voleva poco, e molto apprezzato, non ho capito mai perché, da Jorge Luìs Borges).

Quand’ero giovane se incontravo un attivista di destra lui non faceva che parlare con le maiuscole: attaccava con la Tradizione, l’Ordine, la Gerarchia e poi finiva con Tolkien, e faceva i campi Hobbit. Tutto qui, quando non si faceva saltare in aria sull’Etna con gli esplosivi (consultare le cronache degli anni ’70). Mentre i cattolici, prima dell’avvento di GS (poi CL) di don Giussani leggevano pochissimo e quelli di GS-CL, quando leggevano, soprattutto gli scritti del Gius, e solo raramente vedevo apparire tra le loro mani qualche libro di Péguy.

Tutto questo per dire cosa?
Che i lettori, i folli lettori, quelli brutti e sospettosi, che ci perdono la vista degli occhi sui libri quelli che suscitavano il sospetto e l’esecrazione di Cesare

Intorno a me voglio solo vedere
gente bene paffuta e ben lisciata,
e che dorma la notte. Troppo magro
e segaligno è Cassio e legge troppo:
tipi così sono pericolosi.
(W.Shakespeare, Giulio Cesare, Atto I, Sc. II)

sono in stragrande maggioranza di sinistra.
È un dato di fatto che spesso suscita malumori e idiosincrasie presso soprattutto gli elettori di Berlusconi che con lui, finalmente, si sono visti nutriti, giustificati, esaltati in quella specie di contro- cultura materiale che è stato il palinsesto naturale del berlusconismo, molto prima che il beneamato Sire di Arcore scendesse in campo a salvare l’Italia dai comunisti e lanciasse ai suoi simpatizzanti il “liberi tutti” che da tempo attendevano: ossia il palinsesto liberatorio delle “4 c”: calcio; cosce, canzoni e cazzate. E divertitevi!

Ma prima dell’avvento di questa egemonia sottoculturale (come è stata definita) c’erano alcune ragioni che spingevano “quelli di sinistra” a leggere molto di più di qualsiasi altro gruppo ideologico. La prima era che il maneggio della ideologia marxista (per molti aspetti una vera e propria scolastica con le sue varianti e le sue eresie) era ad alto “voltaggio” intellettuale e richiedeva la dotazione di un forte apparato concettuale e la frequentazione di testi non facilmente accessibili se non dopo dure palestre, maratone e attrezzistica varia di hegelismo, marxismo/i, gramscismo, ecc ecc.

Ma c’è forse qualche altra ragione di natura antropologico-culturale sondata giustappunto da un antropologo italiano. Nel suo libro I Valori difficili: inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche dei giovani in Italia, (Bompiani, 1974) una delle prime indagini sul sistema di valori dei giovani italiani, Carlo Tullio-Altan (il padre del vignettista) distingueva due grossi blocchi di giovani e di valori: quelli acquisitivi che, come suggerisce il termine, sono i valori volti alla sicurezza economica, al benessere materiale proprio e del proprio nucleo familiare, e alla soddisfazione di quelle istanze che assicurino questo benessere (repressione della criminalità ad esempio) insomma – semplifico di brutto – i valori di chi deve procacciarsi il fine ed il mezzo dell’esistenza e non può averci tanti grilli per la testa e correre dietro la metafisica dell’essere parziale.

Contrapposti a questi valori Tullio-Altan pone quelli che egli chiamava i valori post borghesi – ossia quei valori incentrati sull’autorealizzazione e nei quali i giovani erano impegnati a portare a termine il proprio programma di autoaffermazione e di self- education unitamente ad una grande apertura verso l’alterità e la socialità. Valori che irretivano perlopiù giovani di origine borghese medio-alta, ecco perché postborghesi. Diciamo quelli che han messo a posto il portafoglio prima di avventurarsi nei perigliosi sentieri dell’anima. Ma ciò non vuol dire che non fossero generosi di proprio. Non è un caso che molti giovani di sinistra fossero benestanti, con casi estremi di veri e propri ricchi (Giangiacomo Feltrinelli).

E infine c’è qualche ragione di carattere sociologico o psicologico. La scepsi intellettuale richiede un buon patrimonio e la certezza di scenari sociali garantiti: le reti di caduta nel caso di volteggi troppo arditi nei trapezi mentali. Se si è poveri di nascita credi di poter sopperire a tutto ciò con una grande tensione emotiva e con forme di vera e propria dolorosa ascesi: privarsi del necessario per comprare libri o rinunciare ad una ricca vita sociale per chiudersi in biblioteche (che in Italia funzionano malissimo) e investire tutta la propria sensibilità in direzione delle lucciole e delle lanterne di una forte vita interiore, mentale-spirituale, con scarsissimi ritorni economici essendo il mercato delle lettere (e non solo quello) in Italia piuttosto asfittico, ed è perciò molto poco probabile che tu possa affermarti senza ricorrere alle centrali collaudate di sempre: i sindacati, i partiti o la Chiesa, a costo della vendita di pezzi della tua libertà e della tua anima. Pochissimi resistono a questa tortura e tornano a casa: a un lavoro ordinario quando lo trovano e al ridimensionamento drastico delle proprie ambizioni, amputandosi pezzi di io.

Meglio riesce il gioco a chi è benestante. Se si è ricchi abbastanza si privilegia nel periodo della giovinezza una forma di scorrazzamento libero e disinibito fra i pascoli alti di una vita interiore erratica, condotta anche tra gli eccitanti pensatori del proletariato e oggi della decrescita felice: una sorta di variante della “cavallina sessuale” che i giovani borghesi di una volta correvano con le serve o con le ragazze in genere di bassa estrazione sociale, prima di ereditare gli studi e le professioni dei padri e di contrarre matrimoni regolari o di entrare nel recinto dell’editoria e del giornalismo dalle porte principali, senza gavetta e con gli accrediti giusti.
Tutti gli altri, soprattutto i rampolli della borghesia del Nord, hanno puntato fin da subito sulle professioni, sulla finanza e sul mercato, lasciando volentieri ad altri le bubbole di una vita intellettuale tormentata dagli ismi. Meglio la borsa che la vita. Ma se per molti il dilemma era ed è tra la borsa e la vita, solo alcuni happy few, quelli che possono permetterso il surf tra l’anima e il prezzo delle commodities, hanno goduto dell’una e dell’altra.
E sono i veri dominatori del mondo.

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