#jusquicitoutvabienLa parola dell’anno è un’emoji. E non c’è niente da ridere.

Per la prima volta nella sua (seppur breve) storia, la parola dell'anno scelta dagli Oxford Dictionaries non è una parola che possiamo trovare in un dizionario. Ma non nel senso che non è una parol...

Per la prima volta nella sua (seppur breve) storia, la parola dell’anno scelta dagli Oxford Dictionaries non è una parola che possiamo trovare in un dizionario. Ma non nel senso che non è una parola inglese o non è una parola di senso compiuto. No, proprio non è una parola, ovvero non è ordinabile seguendo l’ordine alfabetico di nessuna lingua, di nessuna parte del mondo.

È una emoji. Il suo nome esteso pare essere “Face with Tears of Joy”, ovvero “faccia che piange dal ridere” e tutti noi sappiamo benissimo cosa vuol dire. L’abbiamo usata tutti un sacco di volte.

La notizia però non mi pare una mera curiosità. Certo, la si può accettare con sufficienza. D’altronde chissenefrega di quel che dicono a Oxford. Eppure c’è qualcosa che rende un po’ triste questa scelta: nel anno del signore 2015, infatti, iniziamo a vedere gli effetti del passare davanti a uno schermo luminoso la maggior parte del nostro tempo libero, quanto meno quello che usiamo per comunicare con gli altri.

E così, mentre le uscite tra amici si trasformano in whatsappate collettive con zombie seduti intorno a un tavolo con il volto illuminato dalle luci pallide dei telefonini; mentre un sacco di persone non si ricordano nemmeno più l’ultima volta che, con una birra in mano e quattro amici di fianco, hanno pianto dal ridere; mentre la lingua è involuta a tal punto che l’uso del punto fermo in un messaggio può venir letto come un atto aggressivo; mentre è in atto tutto questo la parola dell’anno è un emoji che vuol dire “sto morendo dal ridere”.

E non c’è niente da ridere.

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Linkiesta Paper Estate 2020