Banchiere di provinciaA chi danno fastidio le BCC?

Non sono mai stato un complottista, ma qualche sospetto mi viene se, d’un tratto, i media additano le BCC come il male del mondo finanziario. Leggete per credere. Sull’ultimo numero di Sette, Beppe...

Non sono mai stato un complottista, ma qualche sospetto mi viene se, d’un tratto, i media additano le BCC come il male del mondo finanziario. Leggete per credere. Sull’ultimo numero di Sette, Beppe Severgnini, rispondendo a un lettore sul monitoraggio delle istituzioni sulle quattro banche fallite, parla di “quanti crediti non dovevano concedere le banche di credito cooperativo”. Forse che Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti erano delle BCC? Non mi risulta. E mi stupisco dell’accostamento fatto da un professionista serio come Severgnini.

Sull’ultimo numero di Sette, Beppe Severgnini, rispondendo a un lettore sul monitoraggio delle istituzioni sulle quattro banche fallite, parla di “quanti crediti non dovevano concedere le banche di credito cooperativo”. Forse che Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti erano delle BCC? Non mi risulta.

Qualche giorno prima il vice direttore del Corriere della Sera Federico Fubini, giornalista da me stimatissimo, in un articolo sulla riforma delle banche di credito cooperativo, aveva scritto: “Soprattutto, stanno emergendo qua e là nuove situazioni critiche. Alcune sono state risolte in silenzio tramite acquisizioni a fine 2015”. In silenzio? Incredibile: davanti un sistema che si autoprotegge, che regola al suo interno i problemi senza chiedere un soldo ai contribuenti, la lettura giornalistica è “risolvere in silenzio”, quasi vi fosse da nascondere qualcosa. Non stiamo ribaltando la realtà? Dovevamo andare in piazza, stracciarci le vesti e invocare aiuti di Stato? Non siamo avvezzi alle piazzate; un tratto caratteristico della Cooperazione tutta è la laboriosità silenziosa, senza fare proclami. Del resto, quando si lavora c’è forse bisogno di fare clamore? A parlare sono i fatti. Se c’è un problema, poi, lo si risolve, e lo si risolve –ripeto- da soli, senza chiedere aiuti alla collettività. Vediamo di non trasformare quello che è positivo in un modo di agire torbido.

Non siamo avvezzi alle piazzate; un tratto caratteristico della Cooperazione tutta è la laboriosità silenziosa, senza fare proclami. Del resto, quando si lavora c’è forse bisogno di fare clamore? A parlare sono i fatti. Se c’è un problema, poi, lo si risolve, e lo si risolve –ripeto- da soli, senza chiedere aiuti alla collettività.

Per questi segnali mi chiedo: non sarà che diamo fastidio a qualcuno? Non sarà che il pensiero unico del modello di banca anglosassone, quello che investe in turbo-finanza e non in economia reale, quello cui dobbiamo dire grazie per la crisi economica di questi anni sta cercando di cancellare un’esperienza centenaria di democrazia economica?

Non sarà che il pensiero unico del modello di banca anglosassone, quello che investe in turbo-finanza e non in economia reale, quello cui dobbiamo dire grazie per la crisi economica di questi anni sta cercando di cancellare un’esperienza centenaria di democrazia economica?

Sapete cosa comporta l’omologazione verso cui qualcuno vuole incolonnarci? Omologazione vuol dire mercato appiattito, con ripercussioni evidenti sulla vera e sana concorrenza. È così difficile capire le conseguenze deleterie di questo stato di cose per i risparmiatori e i clienti? Senza vera concorrenza non c’è libertà di scelta, il consumatore diventa un pollo in batteria.

Ma se leggerete i giornali vedrete che il male sono le banche di Credito cooperativo. Bisognerebbe capire per chi.

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