Banchiere di provinciaLe banche non sono affare da Bar Sport

Viviamo in un Paese con 60 milioni di Commissari tecnici, ossia di uomini della strada che, quando gioca la nazionale italiana, si trasformano in guru del calcio. Il che, per l’ubriacatura colletti...

Viviamo in un Paese con 60 milioni di Commissari tecnici, ossia di uomini della strada che, quando gioca la nazionale italiana, si trasformano in guru del calcio. Il che, per l’ubriacatura collettiva dei Mondiali o degli Europei, per me può anche andare. Ma che gli italiani, all’occorrenza, si scoprano scienziati in qualsiasi materia diventi argomento d’attualità mi sembra perlomeno rischioso. Accade che da diverso tempo a questa parte argomento caldo siano le banche: e se mi posso bere castronerie calcistiche di ogni tipo, dell’argomento bancario qualcosa in più capisco.

Viviamo in un Paese con 60 milioni di Commissari tecnici, ossia di uomini della strada che, quando gioca la nazionale italiana, si trasformano in guru del calcio. Il che, per l’ubriacatura collettiva dei Mondiali o degli Europei, per me può anche andare. Ma che gli italiani, all’occorrenza, si scoprano scienziati in qualsiasi materia diventi argomento d’attualità mi sembra perlomeno rischioso.

Per questo ho conservato l’articolo di Roberto Ruozi pubblicato su Milano Finanza qualche settimana fa dal titolo “Troppi in cattedra sul tema banche senza le opportune conoscenze. E fanno danni…”. L’avesse detto qualcuno del settore, invece la voce non solo è terza, ma è pure fuori dal coro. Finalmente il coraggio di andare controcorrente e di sottolineare il rischio di una cattiva informazione; rischio che mina la fiducia e danneggia un ingranaggio chiave del sistema economico italiano. Ruozi mette il dito nella piaga: delle banche, oggi, parlano personaggi che delle banche non si sono mai occupati. Quindi ad analisi superficiali e spesso grondanti di qualunquismo segue, necessariamente, l’incapacità di fornire plausibili soluzioni per la crisi.

…delle banche, oggi, parlano personaggi che delle banche non si sono mai occupati. Quindi ad analisi superficiali e spesso grondanti di qualunquismo segue, necessariamente, l’incapacità di fornire plausibili soluzioni per la crisi.

Cito due passaggi dell’articolo: “Si accusano le piccole dimensioni e il localismo, ma non si forniscono realistiche alternative, salvo rifugiarsi nel trito ambito della concentrazione, in cui le esperienze italiane solo eccezionalmente hanno conseguito risultati positivi” e “… nessuno ricorda che gran parte dei problemi delle banche è stata causata dai loro debitori e, in particolare, dalle imprese che non hanno onorato gli impegni assunti, dando origine alle sofferenze di cui tanto si parla”. Proprio questo è il punto: si parla di sofferenze, ma si riflette seriamente su cosa significhino decine di miliardi di euro di sofferenze da spesare dopo averne spesate altre decine prima di aprire bocca sulle banche? L’argomento è troppo serio: non è certo un affare da Bar Sport.

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