MarginiUna considerazione anacronistica sul dibattito Renzi – Zagrebelski

Ieri sera vedendo il confronto tra Renzi e Zagrebelski constatavo - come molti - il confronto tra due mentalità, caratterizzate da due diversi atteggiamenti rispetto al tempo. Il primo era il campi...

Ieri sera vedendo il confronto tra Renzi e Zagrebelski constatavo – come molti – il confronto tra due mentalità, caratterizzate da due diversi atteggiamenti rispetto al tempo. Il primo era il campione politico del tempo ipermoderno, tutto battute e spot azzeccati e tentativi riusciti di cogliere in fallo le presunte contraddizioni dell’altro. Il tempo ipermoderno di cui parlava Rifkin il tempo risorsa mercificata da non perdere, ma strumento vincente di vincenti, in cui il pensiero lento diventa obsoleto perché implicante un’economia della pazienza del concetto, con la connessa incapacità di concentrarsi e di ascoltare. L’altro esempio invece di un approccio al tempo in cui la pazienza del concetto tenta di non farsi fagocitare dal ritmo della consumazione incessante nanosecondo dopo nanosecondo. Apparentemente seducente il tempo di Renzi, brioso e ritmato, disinteressato a qualunque approfondita analisi. Nell’epoca dell’assenza di epoca in cui viviamo, non c’è storia, perché la storia è finita. Il fatto che la maggioranza di quelli che twittavano commentando il dibattito confermavano questa impressione è per lo meno sintomo del geistzeit (sia detto per antifrasi) vincente. Tempo perso, skolè, otium, il buon tempo del concetto e della libertà, a perdere e perduto quello di Zagrebelski.

A ben vedere il no non è solo la contestazione di una riforma, è il tentativo, forse anacronistico di arrestare questa corsa frenetica verso il non senso al quale l’ipertempo renziano – strumento di decisione efficace, pronta ad essere dopo pochi lassi di tempo, appunto, cambiata – tenta di corrispondere per adeguarsi alla sempre nuova richiesta del mercato e dei mercati (del tempo, appunto). Il tempo stringe, non c’è tempo, occorre far presto, sempre più presto. Arrestare, o per lo meno segnalare che questa non è più libertà, democrazia, ma appunto, tecno-tempo-crazia.

Tanto che anche lo spazio del dialogo, quello breve in un dibattito televisivo o quello lungo del dibattito parlamentare, viene visto come perdita di tempo inutile. In Renzi, e in molti under 40 sembra che l’angoscia della fuga del tempo sia dominante, per questo si cerca di rincorrerlo, di padroneggiarlo, quando invece a ben vedere è esso che la fa da padrone.

Il si vincerà, ne sono sicuro. Così come ha vinto, ieri, ad un gioco in cui conosceva le regole, il giovane governante. Maggior tempismo. A meno che i cittadini non si (ri)prendano un po’ di tempo per pensare, forse, che tutta questa fretta decisionale guadagnata dalle supposte «riforme» lascia il tempo che trova, in un flusso incessante. Oppure magari è giusta, chissà. Ma almeno il tempo perso per riflettere sarà foriero di una maggiore consapevolezza. Panta rei os potamōs

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