Non aprite quelle porteIl disagio in treno dalla A alla Z: O di omicidio

Milano, una sera di febbraio, un giorno uguale a tanti altri. Aspetto il treno per tornare a casa dal lavoro e il treno, come al solito, non arriva. Cinque minuti, dieci minuti, un quarto d’ora di ...

Milano, una sera di febbraio, un giorno uguale a tanti altri. Aspetto il treno per tornare a casa dal lavoro e il treno, come al solito, non arriva. Cinque minuti, dieci minuti, un quarto d’ora di ritardo. Mentre la muffa comincia a ricoprire il mio corpo, una voce metallica annuncia un convoglio in arrivo. Non è il mio.

Per un attimo accarezzo l’idea di mettermi a piangere – sono stanca, c’è buio, vengo da una giornata difficile cominciata con soppressioni varie per un guasto agli impianti nella stazione di Sailcavolo e, per citare uno dei film più amati della storia del cinema, in Europa la gente muore di fame –, ma un rigurgito di dignità mi impone di tenere duro e mi suggerisce che, se proprio devo sfogarmi, è meglio battere con violenza sui tasti di un computer che inondare la banchina di lacrime.

Nasce così questa raccolta di istantanee, una sorta di dizionario semiserio dalla A alla Z (qui le altre lettere) delle mie disavventure in treno: sono le gioie (poche) e i dolori (tanti) dei miei spostamenti quotidiani, le delusioni e le insidie, le astuzie per non soccombere di fronte ai disagi. Perché anche se partire è un po’ morire, sopravvivere – per fortuna – si può.

O di omicidio

Questo è un racconto di fantasia, nato per altri motivi e comparso nella raccolta Ritagli – Racconti d’amore, morte e spritz. Mi sembra doveroso inserirlo, perché ogni pendolare ha pensato – almeno una volta – di sopprimere fisicamente qualche compagno di viaggio fastidioso.

È pericoloso sporgersi

«Gio ha decapitato la Barbie di mia nipote, non potete immaginare che tragedia» disse Dina con gli occhi a forma di cuoricino puntati su Max.

Iris la guardò; quella situazione stava diventando ridicola. Ogni mattina lei, Dina e Max si ritrovavano in stazione, volenti o nolenti, per prendere il treno e ogni mattina, puntuale, si ripeteva il loro gioco di ruolo: Dina tentava di flirtare con Max che tentava di flirtare con lei che tentava di leggere senza essere disturbata. Un incubo. Erano vittime di un Cupido in temporaneo stato confusionale e Iris non sapeva se ridere o piangere.

Anche perché Dina, dalla sua, non aveva la conversazione brillante necessaria all’impresa: parlava solo di figli. I suoi figli. Gli amati, da lei, e odiati, da tutti gli altri pendolari, Giorgio e Maddalena.

«E poi Maddi, dopo che l’avevo fatta sedere sul water per tagliarle le unghie dei piedi, si è sbilanciata all’indietro e si è incastrata tra la carta igienica e il muro» stava dicendo in quel momento. «Poverina, le sono spuntati dei lividi, ma non si è lamentata, solo un po’ spaventata».

Iris si chiese perché non l’avesse fatta sedere in bilico sul bordo della vasca, già che c’era. E davvero parlare di unghie dei piedi, anche se quelle innocenti di una seienne, era un buon argomento per sedurre un uomo? Soprattutto, lo era più o meno della dissenteria che aveva colpito l’undicenne Giorgio la settimana precedente?

Vide Max annuire con partecipazione; quell’uomo sapeva simulare interesse molto meglio di lei. Aveva i tempi giusti: sapeva quando scuotere il capo e quando sospirare incredulo per l’incapacità del mondo di comprendere i due tesori, sapeva quando buttar lì qualche parola di conforto e quando fare una risatina sciocca, la cui nota stonata Dina si rifiutava di avvertire. Beata ingenuità.

Iris sapeva benissimo che Max fingeva di ascoltare e lo sapeva per due motivi: il primo era che anche lei si comportava come lui e tra malfattori ci si riconosce sempre, il secondo erano le occhiate che lui le lanciava nei rari momenti in cui la loro torturatrice distoglieva lo sguardo per controllare il cellulare. Erano occhiate che cercavano complicità, occhiate di solidarietà, occhiate – purtroppo – a volte cariche di desiderio. Per fortuna Max non era mai insistente e infatti la sua morte Iris non l’aveva ancora pianificata. Nemmeno quella di Dina, a dire la verità, anche se uccidere in modo barbaro i compagni di viaggio molesti – piccoli omicidi immaginari, sia chiaro – era un passatempo che la teneva parecchio occupata.

Per l’uomo arancione, ad esempio, aveva pensato a una morte pulita. Niente sangue, niente urla, niente scene splatter da film di serie B, ma un bel modus operandi da classico del giallo: una cerbottana con un puntale intriso di un veleno capace di uccidere all’istante, senza esitazioni. Zac! morto stecchito in due secondi netti. L’uomo arancione non avrebbe sofferto. Se ne sarebbe andato con l’eleganza che non aveva in vita.

Iris lo odiava. Lo odiava sin dalla prima volta che l’aveva visto, con la sua tuta da lavoro fluo e i suoi modi da baraccone. Ogni giorno, alle sei e mezzo del mattino, mentre il treno dormiva, lui saliva e dava il via al circo: risate sguaiate, scherzi, spintoni ai suoi amici e baci in bocca alla sua compagna.

Iris odiava anche lei. Credeva di essere strafiga, ma era soltanto un’oca che non capiva che mettere i sandali senza calze in pieno inverno non vuol dire essere alla moda, ma solo prendere freddo. Tanto freddo. Perché si vedeva lontano un miglio che aveva freddo. In più aveva dei piedi orrendi. Mollicci. Con quell’aspetto malsano che hanno le dita rimaste in acqua troppo a lungo.

L’uomo arancione l’aveva guardata, una volta. Guardato lei, Iris, che era la discrezione fatta persona. Occhi pieni di ingordigia, di smania di possesso. Era stato dopo quello sguardo lussurioso che aveva cominciato a fantasticare sulla sua morte: quegli occhi erano gli stessi che bramavano due piedi molli e lei non poteva sopportarlo. Si sentiva sporca, infangata; per questo aveva cominciato a immaginare la sua dipartita. Anzi, la loro dipartita. L’uomo arancione e la biondina, i Romeo e Giulietta del Duemila. Ci voleva del veleno; uno rapido, perché lei ne aveva abbastanza delle loro scene madri. Li avrebbe fatti morire insieme, benevola. Si sarebbero guardati i piedi in eterno.

Per la lamentosa Bertha, l’amica del cuore di Dina, una sorta di sua replica all’ennesima potenza che ogni tanto prendeva il treno con loro, aveva invece pensato a un killer, per non sporcarsi le mani. Bertha – quarantadue anni, tre figli, un marito senza spina dorsale, un lavoro insulso – passava tutto il viaggio a frignare. Mio figlio di qua, le mie figlie di là, l’allergia non mi dà pace, i miei suoceri mi tormentano. Piangeva miseria, ma stava messa meglio di tutti: villetta con giardino, due stipendi, nessuna cena fuori, nessuna vacanza. Forse i soldi li teneva tutti nel materasso, per dormire meglio. Si vantava di essere uno spirito libero perché si era trasferita in Italia dalla Germania a diciotto anni, ma era solo una poveretta che credeva nei fiori di Bach e nei leggings portati con la maglia corta; rideva dei disabili, faceva la smorfiosa con tutti, era convinta che il mondo non potesse fare a meno di lei. E frignava.

Frignava perché le maestre le chiedevano di fare i biscotti e lei non aveva tempo, ma era troppo desiderosa di sentirsi dire brava per rifiutare; frignava perché la macchina le costava tanto, ma poi la usava anche per fare cento metri; frignava perché invidiosa delle mamme che alla mattina facevano colazione al bar. Iris non la sopportava. Il killer le avrebbe tappato con un cuscino prima la bocca, poi anche il naso, impedendole di respirare. Sarebbe morta da muta. Finalmente zitta.

Decidere come uccidere Lara, invece, era stata più dura. Alla fine Iris aveva optato per l’impiccagione sulla pubblica piazza, magnanima, per dare a Lara, almeno nel momento del trapasso, tutto quello di cui aveva bisogno: attenzione. Trent’anni e qualcosa, un matrimonio fallito, una figlia affidata ai servizi sociali, una profusione di storie inventate in testa: pretendenti che spasimavano per lei, colleghi che la odiavano, pazzi gelosi che la perseguitavano, disadattati che la volevano sposare, fidanzati che non riuscivano ad avere un’erezione, altri figli che voleva avere. Peccato che la sua, di figlia, lei la potesse vedere solo quattro ore al mese. Questo avrebbe dovuto quantomeno darle da pensare. E invece no.

Una bella morte per impiccagione era quello che ci voleva: tutti i riflettori, per una volta, sarebbero stati puntati davvero su di lei.

L’incidente stradale, quello grave e raccapricciante, Iris l’aveva riservato alla signora Agonia: sessant’anni, un lavoro saltuario a Milano e tante, tantissime parole da consumare. Parlava come una mitraglietta, blablabla, sfinendo il suo sfortunato compagno di viaggio e tutti quelli che la circondavano. Non smetteva mai. Passava con nonchalance dai lavori a maglia al clima delle Ande, dalla politica estera alla strada più breve per arrivare al centro commerciale. E su quella strada sarebbe morta, tra atroci sofferenze, prima dell’arrivo dei soccorsi.

Chi di strada ferisce di strada perisce.

Max e Dina, invece, fino a quel momento li aveva risparmiati. Però, dopo il racconto dettagliato del taglio delle unghie di Maddalena, la fantasia di Iris cominciò a mettersi in moto. Ci voleva qualcosa di forte, un bel drammone romantico sul loro triangolo amoroso. Dina sarebbe stata una principessa in pericolo: una torre, lunghe trecce bionde, un drago come sorvegliante. Max sarebbe stato, ovviamente, il cavaliere che doveva salvarla. Già si pregustava la scena. L’eroe su uno splendido cavallo bianco che galoppa verso la torre; l’eroina affacciata alla finestra, con la mano tesa verso di lui; il drago con il fumo che esce dal naso. E sullo sfondo lei, Iris, la strega cattiva che ha rinchiuso la principessa, invidiosa del suo prosperoso seno. Una scena piena di colori pastello, quasi bucolica. Poi, all’improvviso, lo squarcio in quella tela perfetta: il cavaliere che viene distratto dal luccichio del cerchietto di lustrini sulla testa della strega, il drago che con una fiammata lo fa passare a miglior vita, la principessa che, sopraffatta dall’orrore, si butta dalla finestra, spezzandosi il collo e rovinando le trecce. Danno e beffa, tutto insieme, perché non c’è niente di peggio, per una fanciulla perbene, che morire spettinata.

«Non trovi, Iris?»

La voce di Max la distolse dalle sue fantasie. Lo guardò. Forse era stata troppo crudele. Max era un brav’uomo e non meritava di morire abbrustolito. Anzi, non meritava di morire affatto. Di colpo, senza sapere bene perché, provò uno slancio di simpatia nei suoi confronti.

«Scusami, ero immersa nel libro e non ho sentito».

«Non fa niente, era una cosa senza importanza. Invece devo dire che quel cerchietto ti sta proprio bene».

Ecco, lei lo aveva appena fatto morire proprio a causa del suo luccichio e adesso lui le faceva un complimento. Si sentì ancora più in colpa e gli sorrise.

«A Maddi non piacerebbe» si intromise Dina, che detestava quando il suo oggetto del desiderio si interessava ad altre donne. «Lei ama più i giochi da maschi, come correre nei prati, che quelli da femmine. È una ribelle come me. Invece Gio ha preso più dal padre…»

Iris smise di ascoltare. Non rimaneva che una soluzione: doveva sacrificarsi per il bene di tutti. Immaginò la scena nella sua mente. Sì, poteva funzionare. Passò all’azione.

Si avvicinò a Max e, senza dire nulla, lo baciò. Sulla bocca. Niente lingua, perché Max, preso alla sprovvista, si dimenticò di collaborare. Il contatto fu inaspettatamente piacevole. Così piacevole che Iris azzardò un altro bacio. Poi un altro ancora, finché Max si sciolse. Iris lo sentì rispondere con decisione e, soprattutto, sentì l’urlo strozzato di Dina.

Era fatta.

Un bacio, in fondo, non è altro che un accento rosa sulla parola tiè.

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