E(li's)booksI beati anni del castigo di Fleur Jaeggy. Recensione

Guardavo una finestra, e la finestra mi rendeva lo sguardo, facendomi assopire” Il libro «Intinta nell’inchiostro blu dell’adolescenza, la penna di Fleur Jaeggy è il bulino di un incisore che d...

Guardavo una finestra, e la finestra mi rendeva lo sguardo, facendomi assopire”

Il libro

«Intinta nell’inchiostro blu dell’adolescenza, la penna di Fleur Jaeggy è il bulino di un incisore che disegna le radici, i ramoscelli e i rami dell’albero della follia che cresce nello splendido isolamento del piccolo giardino svizzero della conoscenza fino a oscurare col suo fogliame ogni prospettiva. Una prosa straordinaria.

La mia lettura

E’ di una perfezione insopportabile la prosa di Fleur Jaeggy, insopportabile perché vorresti sottolineare ogni singola pagina, ricominciare a leggere una volta arrivati alla fine perché una volta non è sufficiente a comprendere come sia riuscita a realizzare queste 100 magnifiche pagine dove niente è fuori posto.

I beati anni del castigo non è per tutti, è un piccolo romanzo che se lo leggi ringrazi il cielo di non essere una scrittrice per non scomparire al cospetto di chi scrive così e apprezzarlo comporta l’amore per le parole che arrivano sulla pagina precise, granitiche.

“ Noi eravamo forse ancora innocenti. E l’innocenza ha in sé forse una certa rudezza, pedanteria e affettazione, come se tutte noi fossimo vestite alla zuava”.

L’io narrante è una donna che immaginiamo ormai matura, sta ripensando agli anni (tanti per lei) trascorsi in diversi collegi per “signorine” in Svizzera dove una madre lontana e tuttavia incombente (è in Brasile ) e un padre più vicino ma anziano e poco presente hanno deciso di confinarla per assicurarle una buona educazione.

La protagonista del romanzo non eccelle in nulla, è l’emblema della mediocrità, si impegna con rigore solo in questo, rimanere mediocre, è il suo modo di ribellarsi, co-protagonista è una delle sue compagne, Frédérique, che eccelle in tutto, che con la sua superbia mascherata da condiscendenza, la irretisce. Quando entra in scena lei ecco che la storia cambia, l’attenzione si sposta tutta su questa nuova figura perché è questa la volontà della voce narrante che comincia a scrivere una “biografia en abîme” dimentica che protagonista era lei.

Frédérique è perfetta, in lei si concentrano tutte le qualità “fin de race” eppure è una “nichilista senza passione, con la sua risata gratuita, quella della forca”, integerrima, qualcosa di pericoloso, è disincanto, amore non dichiarato.

Non è elegante e bella come Frédérique la nostra protagonista, la studia, ne imita per tutta la vita la grafia, ci riesce e questo è il solo modo di sentirsi un po’ lei.

Molto belle le pagine in cui Fleur Jaeggy con la voce del suo personaggio parla delle insegnanti, esprime un’opinione sul sistema educativo, chi sono le responsabili del futuro di quelle ragazze?

“La professoressa di francese sembrava un uomo triste […] Nel suo sguardo austero c’era quasi un tentativo di mendicare, una supplica mai esaudita, oserei dire una purezza degli sconfitti, che è un miscuglio di labile disperazione e testardaggine […] Insegnano fino alla fine, sul letto di morte. Leggono una penultima poesia”.

Fredda, quasi chirurgica la prosa, eccellente il modo in cui spinge il lettore in questo lento, malinconico, ritmo. Tutto sembra avvolto da un velo, lo stesso delle monache del collegio e

“il velo dona alle donne […] maestà e mistero. E menzogna.”

Indugia la protagonista con lo sguardo sui corpi delle compagne e il dubbio su quanto sia carnale quello sguardo è sciolto subito dalla costatazione che più di tutto valgono gli sguardi, la contemplazione, l’estetica.

Il tempo presente e passato incombe impietoso, di futuro solo una pallida ombra, la misteriosa narratrice sente che la vita le sta sfuggendo di mano:

“Vi è in qualche modo una fisiognomica da morgue nei visi delle educande. O un qualche sentore di morgue anche nella più giovane e avvenente fanciulla. Una doppia immagine, anatomica e antica. Nell’una, essa corre e ride, e nell’altra giace in un letto, coperta da un sudario di trine.”

E’ il racconto della morgue di queste giovani donne, un monologo che scandaglia le fessure più intime della psiche della protagonista e degli altri personaggi, le piccole crudeltà, le gerarchie, le speranze disattese, personalità che sono il prodotto di vite vissute all’insegna della “malafelicità”.

Non so paragonarlo a nessun romanzo, non so definirlo, l’unica cosa che mi viene da dire con certezza è che è magnifico, è l’orrore della realtà narrato con una raffinatezza che toglie il fiato.

Jaeggy Fleur, I beati anni del castigo
Adelphi, 1993
Gli Adelphi, 107 p.
Editore: Adelphi

Formato: Tascabile

In commercio dal: 20 ottobre 1993

Pagine: 107 p., 6,80 tascabile € 3,99 ebook