E(li's)booksExit West di Mohsin Hamid. Recensione

Un romanzo sulla migrazione dal sapore biblico che regala nuove speranze

Exit West e la migrazione raccontata da Mohsin Hamid

Essendo cresciuto nelle circostanze spesso perigliose in cui era cresciuto, era  consapevole della vulnerabilità del corpo. Sapeva quanto poco ci vuole a trasformare un uomo in carne da macello: un colpo, uno sparo, il guizzo di una lama, lo sbandare di un’automobile, la presenza di un microrganismo in una stretta di mano, in un colpo di tosse

Il libro

Nadia e Saeed vogliono tenere in vita il loro amore giovane e fragile mentre la guerra civile divora strade, case, persone. Si narra, però, che esistano porte misteriose che conducono dall’altra parte del mondo, verso una nuova speranza…Mohsin Hamid ha scritto un romanzo tenero e spietato, capace di dare un senso a questi tempi di disorientamento e follia con la potenza visionaria della grande letteratura. Exit West è un libro venuto dal futuro per dirci che nessuna porta può piú essere chiusa. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohsin Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane.

La mia lettura

Ho letto Exit West di Mohsin Hamid subito dopo Il fondamentalista riluttante, trovo molto accattivante la scrittura di Mohsin Hamid e mi interessa molto l’ambientazione che qui però, al contrario dell’altro romanzo non è ben definita, i confini fisici in cui la storia si svolge mutano di continuo, vengono superati da nuovi paesaggi, l’orizzonte ultimo è sempre una porta che si spalanca a un futuro ulteriore e possibile.

Pur avendo elementi surreali il plot del romanzo ha un fondamento realistico, concreto, il tema centrale è ancora la migrazione, l’Occidente invaso dai migranti, dai rifugiati, che vengono respinti dai “nativisti” con metodi non pacifici, è l’esercito incaricato di cacciarli.

Di nuovo Mohsin Hamid ha puntato la sua attenzione sui sentimenti, sul valore della famiglia, partire per un rifugiato, lasciare la propria casa significa uccidere coloro che ci si lascia alle spalle, così è per il protagonista, Saeed, che lascia suo padre e lo fa a malincuore perché sa di non avere più un futuro in un posto in cui il cielo brilla di droni e i miliziani lasciano

“cadaveri a penzolare dai lampioni e dai cartelloni pubblicitari come incongrue decorazioni natalizie”.

Mi è piaciuta molto la figura di Nadia, è moderna, indipendente, sacrifica i rapporti con la famiglia in nome dell’indipendenza:

“In alcuni momenti, le esperienze di Nadia nei suoi primi mesi di solitudine eguagliarono e addirittura superarono in sgradevolezza e pericolosità i timori della sua famiglia. Ma aveva un lavoro in una compagnia assicurativa, ed era determinata a farcela, e ci riuscì”.

Nadia non prega, Nadia indossa una lunga tunica nera sui jeans attillati:

“Lui la interrogò sulla tunica nera che celava quasi del tutto le sue forme. – Se non preghi, – disse abbassando la voce, – perché te la metti? […] – Così gli uomini non mi rompono le palle, – disse”.

Una donna volitiva che vuole vivere la sua sessualità in modo consapevole, vuole scegliere, la tunica è la sua maschera, quella che le assicura la libertà.

Saeed e Nadia sono molto diversi, lui rappresenta la tradizione, la moralità su cui si basa la cultura del paese in cui vivono, Saeed non ci trova nulla di male a rispettare certi precetti religiosi, Nadia invece ha desideri molto “occidentali”, è perennemente connessa con il suo cellulare che le tiene compagnia nelle lunghe sere solitarie animate dal fragore delle bombe.

Il dono dell’ubiquità in questi nostri tempi è stato in qualche modo collegato ad un personaggio reale, Osama Bin Laden che nella sua vita ha rappresentato una sorta di mito moderno nell’ambito della narrazione occidentale, questa scelta di Mohsin Hamid di creare delle porte che teletrasportano i due protagonisti che dalla Grecia si trovano in un batter d’occhio a Londra e ancora a San Francisco,  l’ho trovata in linea con un simbolismo che è andato diffondendosi sempre più nella nostra società occidentale oramai globalizzata.

Non c’è pessimismo in questo romanzo, nonostante la “via di fuga” sia fornita ai protagonisti da un elemento surreale quindi non vero, sentiamo l’esigenza dell’autore di lasciarci, con Exit West, l’illusione che il mondo meriti ancora una possibilità, che l’umanità meriti una possibilità.

Ho avvertito nel tono narrativo di Exit West un sapore biblico, i simboli finiscono per diventare immagini contrapposte di civiltà diverse. Un bel romanzo senza dubbio anche se personalmente ho trovato più coinvolgente Il fondamentalista riluttante.

Mohsin Hamid
EXIT WEST
trad. dall’inglese di Norman Gobetti
pp.160, € 17,50
Einaudi, Torino 2017

 

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