PromemoriaImmuni si App-resta (forse)

Immuni è l'app di cui si parla tanto ma con tanti forse, moltissimi vediamo e non lo so. Eppure il conctact tracing è importante contro il Covid-19

Gli antichi dicevano festina lente, noi più prosaicamente “con calma”. Parliamo di Immuni, che si Appresta a giungere sui nostri devices almeno se stiamo alle profezie del governo. Ma ci avete capito qualcosa? 

Immuni – mi pare di capire- è  diventata una barzelletta che anzitutto mortifica uno stuolo di startupper informatici che avrebbero realizzato la piattaforma in pochi giorni e lo dico con il rammarico di vedere bravi sviluppatori italiani che lavorano all’estero ma invisibili nel nostro paese. In una Silicon Valley presa a caso a vostra scelta  nel pianeta ci sarebbe stato l’imbarazzo della scelta dell’App per il contact tracing, uno strumento attraverso cui  supportare il sistema sanitario nella fase post emergenziale, nella prevenzione e contenimento epidemico per asintomatici e con lieve sintomatologia,  permettendo al resto della popolazione  una convivenza con il virus dal punto di vista del tracciamento digitale. 

Invece si è fatto un pasticcio ai limiti del ridicolo con una fase 2 già in atto senza aver programmato questo aspetto che al contrario dovrebbe essere propedeutico al ritorno progressivo delle attività economiche e sociali, importantissimo assieme al comparto della medicina di territorio e alla dotazione di dispositivi di protezione individuale  nella lotta al covid-19.  Il tema – va da sé –   tocca quella terra di mezzo tra sicurezza e tutela dei dati personali e diritto collettivo alla salute. E credo che non bisogna avere posizioni polarizzate ma trovare un giusto compromesso senza fare né gli stucchevoli della privacy e tanto meno gli sciocchi del download facile. 

Insopportabile comunque è il tasso di ipocrisia che si legge di questi tempi, sopratutto osservando quanti dati quotidianamente vengono serviti ai big della tecno senza batter ciglio.

Basta farsi un giro per i social e vedere –  in fatto di noncuranza  digitale della propria “riservatezza” –  praticamente di tutto:  bambini su Zoom per performance di vario tipo che fa tanto grid (il famoso e inflazionato effetto mosaico) per sentirsi come  Lady Gaga e Andrea Bocelli de noantri, senza sapere che Zoom era un colabrodo per i dati degli utenti ed è stata costretta non solo a rivedere la policy ma è sotto osservazioni dalle Authority. Per non parlare di Tik Tok, pentolone di video clip in cui ci si sottopone a momenti di insuperabile comicità trash.

 Ma – più in generale – i numeri della fruizione italica sui social sono in crescita quantitativa se non si considera la qualità della navigazione (sono 35 milioni gli italiani connessi ai social come punto di riferimento per informazione, intrattenimento, conversazione. E tra questi addirittura 31 milioni lo fa da mobile, trascorrendo in media oltre 2 ore, riferivano i dati di mesi fa senza covid-19). 

Appaiono quindi bizzarri gli anatemi di chi grida mai-i-miei-dati-allo-stato se poi ai privati  si consegnano gratuitamente contenuti e dati personali senza battere ciglio e darsi così in pasto agli appetiti infiniti di aziende che ne ricavano profitti con il permesso di utenti non più giustificabili come ignari della situazione.  Non appena quindi  si tratta di contribuire ad un progetto “web” collettivo, sempre con le dovute cautele nella protezione e conservazione dei dati allora,  parte il pistolotto ipocrita della riservatezza per quanto  intermittente. Male non fare, paura non avere – insegnano i proverbi delle nonne – ed è vero quando si affronta il tema del nostro rapporto con la rete. Forse una consapevolezza digitale – la cui utilità ha contribuito a salvare pezzi di economia e di socialità italiana – potrebbe fornirci coordinate per il futuro, per costruire un equilibrato rapporto tra i nostri dati e un uso e un “consenso” alla gestione quando si tratta di terzi. 

Tornando al Coronavirus, non si può certamente  più prescindere dall’utilizzo del contact-tracing digitale, ovvero la ricostruzione dei contatti per via tecnologica. L’efficacia è tutta spiegata in uno studio pubblicato poi sulla rivista Science dal gruppo di ricerca del dottor Luca Ferretti dell’Università di Oxford. Il fulcro di tutto è  – per l’appunto . l’applicazione  da installare sul proprio smartphone capace di ricostruire istantaneamente i contatti avuti dai contagiati negli ultimi giorni, segnalare a tutti la presenza di contagiati nelle vicinanze e avvisare chi è entrato in contatto con dei contagiati, affinché si sottoponga a tampone e si autoisoli. Un sistema capace di velocizzare l’azione di ricostruzione del  tempo di ricostruzione dei contatti per poter correre così alla stessa velocità del virus.  Bene, ma non ci siamo su tempi e modi: lo stato si muove come  tartaruga mentre la lepre virus va veloce bypassando  decine di task forces ferme  magari al colore dell’interfaccia di un’App che se (e quando) verrà  approvato potrebbe essere già vecchia  o addirittura inutile,  come è  dimostrato  dal  cugino lombardo del mai nato  Immuni, ovvero  l’applicazione Allerta LOM raccomandata “fortemente” dalla Regione ma non proprio un successo,  scaricata da poche migliaia di cittadini. Sapete – sempre su tik tok – quante visualizzazioni ha per esempio  l’hashtag #lombardia ?  Nove milioni e duecentomila

Festina lente, festina lente…

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