Strani giorniTra la movida e la morte

Parliamo di movida? Parliamone. Ma urge fare due premesse di cui consiglio caldamente la lettura, prima di continuare con questo articolo:

    1. seguo responsabilmente i decreti e mi prendo cura della sicurezza di chi mi sta intorno e della persona che vive con me. Non faccio assembramenti, uso la mascherina, mantengo il distanziamento ed esco grosso modo come quando si era in quarantena, salvo piccole eccezioni e in modo sicuro e responsabile
    2. nessuna nonna è stata maltrattata o uccisa da covid-19 per la scrittura di quanto leggerete.

Bene, sperando che ciò spunti qualche arma pseudo-argomentativa che ha come unico criterio logico l’indignazione da balcone, possiamo provare ad affrontare l’argomento del giorno.

Se un giorno dovessimo scrivere il seguito di Prima vennero…, il sermone del pastore Martin Niemöller scritto per la tragedia della shoah – ed erroneamente attribuito a Bertolt Brecht – dovremmo seguire quest’ordine: prima di tutto vennero a prendersela con i runner e in molti furono contenti perché loro non andavano a correre. Poi fu il turno, come ricorda Simone Cosimi, in un pregevole pezzo di qualche giorno fa su Wired.it, dei «solitari bagnanti, raggiunti e multati in tutta fretta da zelanti agenti a bordo di quad». Quindi fu la volta, sempre ripercorrendo il giornalista citato, dei «cani e i loro padroni, coraggiosi anarchici a due e quattro zampe alla conquista degli spazi desertificati della città». E quindi, a lockdown finito, è la movida a occupare la scena dell’indignazione a buon mercato. Quella per i palati volgari da social.

Leggendo qua è là sulla mia bolla da Facebook – che almeno ha il pregio di lasciare ai margini complottisti, no-vax e integralisti di ogni genere – noto che l’atteggiamento nei confronti della fase 2 oscilla tra due sentimenti tra essi contrapposti. Anche qui, possiamo distinguere tra apocalittici e integrati. Tra coloro che volevano una ripresa sostanzialmente uguale al periodo di quarantena – gente per cui anche solo uscire sul balcone di casa, lo stesso dove un tempo si cantava l’inno di Mameli, è promessa di morte – e chi, invece, auspica un uso responsabile della propria libertà personale. Movida inclusa. Se non si fosse capito, io tifo quest’ultima schiera. Anzi, mi arrogo il diritto di farne parte e anche con un certo orgoglio. Di queste due fazioni, sono gli apocalittici a far più rumore.

Alcuni dei miei contatti hanno condiviso lo stato, diventato più che virale, di un medico anestesista che sostiene di voler curare tutti, senza distinzione di pelle, di razza e di tante altre belle cose per cui sarebbe comunque obbligato a prestar soccorso (esistono due cose che si chiamano articolo 3 della nostra Costituzione e deontologia professionale), ma chi va a prendere l’aperitivo, no! Quelli della movida andassero ad ammazzarsi da soli. Settantamila condivisioni di un discorso irricevibile, in termini etici. E non solo perché viene meno il giuramento di Ippocrate, ma anche perché la somministrazione delle cure ai/lle pazienti non presuppone l’adesione discriminante a valori universalmente condivisi. Secondo questa logica, infatti, dovremmo impedire l’accesso a oncologia e pneumologia ai fumatori. In cardiologia non dovremmo mai far entrare chi ha abitudini alimentari che prevedono cibi ricchi di colesterolo. Insomma, dovremmo curare solo chi sta bene.

Intanto, sempre sui social, è un fiorire di immagini di strade sovrappopolate di incauti e inconsapevoli assassini che sfidano la morte e diffondono il contagio per la brama di uno spritz o il vezzo di un martini. Oliva inclusa, va da sé. Dimenticando sostanzialmente due cose. E torniamo a contare, insieme:

    1. la fase due è quella di convivenza con il virus, non è una copia del periodo di blocco totale di qualsiasi attività. Ciò presuppone l’idea di un rischio calcolato, piaccia o meno
    2. se le attività sono aperte, è perché la gente possa andare a comprare nei negozi, tagliare i capelli dal parrucchiere, andare dall’estetista e – udite udite – a bere al pub. Si chiama ripartenza anche per dare ossigeno ad una situazione di crisi che funesterà le nostre esistenze per anni, anche se ora è difficile rendersene conto.

Non è un abuso, insomma, è lo Stato che lo ha permesso. E qui il discorso si complica. Perché una cosa è criticare i comportamenti soggettivi, un’altra è farne capro espiatorio di una gestione globale la cui responsabilità non va imputata al singolo, ma proprio a chi ci governa.

Ovviamente, penso che i comportamenti responsabili siano la bussola da seguire. Mi arrabbio anche io quando vedo persone a pochi centimetri di distanza parlare senza mascherina. Ma da qui a fare delle abitudini del singolo la prova provata che un’intera società sia votata all’autodistruzione – salvo una sparuta pleiade di virtuosi che osserva dai social e che però, poi, scende in mezzo alla folla per fornire documentazione fotografica della corruzione dei costumi – c’è un abisso in cui rischiamo di cadere. Si deresponsabilizza chi dovrebbe fornire soluzioni (lo Stato, cioè) e si pongono le premesse per cui qualsiasi eventuale restrizione delle libertà individuali sarà giustificata non tanto dall’emergenza, che c’è, ma dalla natura di un cittadino che per comportarsi bene ha bisogno del pugno di ferro. E questo è pericoloso. In termini di qualità democratica.

Dietro questo atteggiamento se ne nasconde un altro: quello di considerare, più o meno inconsciamente, il contagio come qualcosa che in un certo qual modo siamo andati a cercarci. Approccio ideologico (ed etico) di già visto in passato, che vede la malattia (e più in generale una condizione di gravità in cui ci si è trovati, volenti o nolenti) come punizione. Approccio che non si basa però sulla responsabilizzazione personale e collettiva – per non parlare di quella politica – ma sul senso di colpa. Approccio che, in altre parole, non aiuta a niente. Solo ad avvelenare il dibattito. E a generare quelle premesse che giustificano restrizioni e auspici di cure mirate a chi ha una morale ineccepibile.

Concludo questa mia riflessione ricordando che già qualche settimana fa – complici i media e il nostro sistema di informazione, che messo benissimo proprio non è – si è assistito a questo identico sdegno per la folla ai navigli e per le code sterminate di macchine in fila per la pasquetta e il ponte del primo maggio. Salvo poi realizzare che un’immagine, a seconda dell’angolazione, può riempire piazze intere anche se in uno spazio aperto ci sono poche persone. E salvo scoprire che nelle settimane passate non c’è stato nessun esodo di massa verso le località marittime, per festeggiare week end e ponti. Insomma, ci andrei pianissimo con la condivisione di foto sui social. Per le ragioni appena addotte. Anche perché proprio gli articoli in cui si parlava dell’esodo di aprile erano corredati di immagini che promettevano il peggio, ma che raccontavano una realtà non del tutto vera.

Così come sarei molto cauto a sentenziare sulle abitudini di chi sta vivendo, né più e né meno, la ripartenza così come ci è stato permesso dai decreti: si dà per scontato di sapere quali sono le premesse per cui quattro o cinque persone stanno intorno ad un tavolo. Ieri sera ho visto i miei amici, dopo mesi. Eravamo in sei. Abbiamo tutti osservato la quarantena e siamo usciti solo per fare la spesa o per strette urgenze. Per capirci, rischio molto di più quando entro nell’ascensore di casa e premo il tasto per salire al mio piano. Metti che qualcuno ha starnutito, poco prima… e no, impedire di prendere l’ascensore non sarebbe la soluzione. Anche se per le menti più semplici, forse, è il rimedio più elementare.