Strani giorniDi Battista, 50 anni di pride e l’uso politico del corpo

Chiedere ai pride di essere "composti" sarebbe come chiedere a chi protesta di fronte a un'ingiustizia di non protestare, perché si rischia di far baccano.

Qualche giorno fa Alessandro Di Battista, il noto esponente del M5S, ha fatto arrabbiare il mondo Lgbt+ per affermazioni poco felici sul pride. In un primo momento, in un suo stato su Facebook in cui scriveva: «Volete la regolamentazione della produzione e della vendita della cannabis? Allora evitate di farvi i selfie con una canna in mano. Si tratta di gesti infantili ed altamente controproducenti. Ricordano coloro che pretendono di ottenere un miglioramento dei diritti civili per gli omosessuali esibendosi in volgari forme di trasgressione durante i Gay Pride». Quindi successivamente, tornando sull’argomento – e dopo migliaia di critiche – scriveva ancora: «Se osi criticare determinate volgari esibizioni durante i Gay Pride perché le ritieni controproducenti al raggiungimento dell’obiettivo, ovvero il conseguimento di sacrosanti diritti, ti danno dell’omofobo».

Ciò che si è rimproverato a “Dibba” è stato, sostanzialmente, l’aver introdotto l’annosa polemica sulle nudità ai pride in un contesto in cui quel paragone era del tutto gratuito. Ricorda quei bianchi che spiegano ai neri come si manifesta, dopo l’ennesimo omicidio a sfondo razziale della polizia contro gli afromaricani. O, ancora, le sue parole ricordano quelle del tipico maschio eterosessuale che spiega alle donne cos’è la violenza di genere o il femminismo. Insomma, quando fai parte di una “maggioranza” che vive nel privilegio è normale non comprendere le situazioni che portano a un certo tipo di ribellione. La ribellione che oggi celebriamo nei nostri pride nacque nella notte tra il 27 e il 28 giugno di quel lontano 1969, al Greenwich Village di New York. Quando “travestiti”, lesbiche e gay scatenarono una protesta che durò giorni e giorni, dopo l’ennesimo sopruso da parte delle forze dell’ordine.

Sembra retorico, e mi scuso se ogni anno sono costretto a tornare su questa puntualizzazione. Preferirei di gran lunga non fare la parte del disco rotto, che puntualmente durante il Pride month deve ricordare cosa sono le marce dell’orgoglio. E ancora: da quale contesto nascono, perché le nostre manifestazioni si fanno in un certo modo e via discorrendo. Ma non si può tacere di fronte dall’urgenza di rispondere a echi, sempre uguali, di chi ignorando il tema trattato si permette di fornire giudizi, anche sprezzanti. Per farla breve, dunque: quelle che Di Battista chiama “volgari esibizioni”, fanno parte in realtà di quello che può essere definito uso politico del corpo.

Negli USA di fine anni ’60 quel corpo era soggetto a gravi limitazioni: se indossavi tre capi d’abbigliamento tradizionalmente attribuiti al genere opposto, rischiavi addirittura la galera. Nel momento in cui ci si ribellò a quell’imposizione – e non è dunque un caso che furono le persone transgender a dare fuoco alle polveri, perché le più discriminate – da allora si celebra l’autodeterminazione sul proprio corpo. Il corpo, d’altronde, è sempre veicolo di identità, anche da parte di quei soggetti eterosessuali che pensano di non dover sottostare a questa regola. Pensiamo al momento della nostra nascita, quando la presenza di un determinato organo sessuale prevede sulle nostre esistenze l’imposizione di colori (il rosa o il celeste) e la proiezione di aspettative specifiche (se maschio, farà il manager, l’ingegnere, l’avvocato – se femmina, la mamma, la segretaria, la maestra).

L’uso del corpo, insomma, è un “fatto” politico. La differenza sta nella consapevolezza che si ha di fronte a questo uso. Se accettiamo passivamente le rappresentazioni e le aspettative che il sistema sociale pretende dal nostro essere nel mondo, saremo persone non libere. Secondo la rappresentazione che del corpo avevano gli Stati Uniti negli anni ’60, se nascevi con un pene tra le gambe non potevi amare persone del tuo stesso sesso e venivi discriminato se ti riconoscevi nel genere opposto al tuo. Più in generale, scattavano pesanti limitazioni della libertà personale. Se pensate che il mio discorso sia eccessivo e troppo politicamente corretto – e Dio non voglia (anche perché sono pure ateo) – pensate che oggi una donna che indossa una giacca, jeans e scarpe basse avrebbe potuto avere non pochi problemi, nella Grande Mela di allora.

Oggi si celebrano i cinquant’anni dal primo pride, mentre lo scorso anno a New York si sono celebrati i cinquant’anni dalla rivolta di Stonewall. La rivolta da cui tutto ebbe inizio. Ebbene, da allora è possibile vedere ai pride anche (ma non solo) persone che manifestano con la propria nudità. Perché si spogliano dall’aspettativa sociale di perbenismo che il sistema impone su tutti e tutte noi. Quel perbenismo che attraverso i “non si deve” impone regole e modelli di comportamento che non sempre sono nell’interesse della comunità. Quei “non si deve” che si rivelano limiti per la libertà individuale. Stonewall ha messo in discussione questi ultimi.

Nella giornata in cui si celebra questa memoria, chiedere di osservare tali limiti sarebbe come chiedere a chi protesta di fronte a un’ingiustizia di non protestare, perché si rischia di far baccano. E dove a protestare potrebbe essere chi ha perso il lavoro, chi si batte contro il razzismo, chi grida il proprio no alla violenza maschile sulle donne. Dove a protestare, ad un certo punto, potrebbe essere chiunque. Anche chi scendeva in piazza a gridare “vaffanculo” contro un sistema di potere – torniamo sempre lì – che si viveva come profondamente ingiusto.

Eppure Di Battista avrebbe gli strumenti per comprendere perfettamente cosa si intende per uso politico del corpo. Come quando si arrampicava sui tetti di Montecitorio, come (ma guarda un po’) atto di protesta. In un contesto in cui quel sistema gli ricordava che “non si deve”. E, ancor meglio, giocando proprio sul genere e contravvenendo all’aspettativa sociale, riguardo la sua identità di maschio eterosessuale. Come quando, ai tempi della discussione per la legge contro l’omo-transfobia (non quella di adesso, siamo nel 2013, sette anni fa dunque) c’era anche lui alla Camera dei Deputati a baciare un suo collega, maschio e presumibilmente eterosessuale tanto quanto lui. Eppure, gli si sarebbe potuto obiettare, quello non è il luogo dei baci e di un certo modo di fare protesta.

Ma la protesta – e lui lo sa bene – non chiede il permesso a nessuno. Ad un certo punto erompe: come quando, nel 1969 a New York, si decise che la misura era colma. O come quando ti scappa un “vaffa”, perché i palazzi del potere ti sembrano lontani e indulgenti nei confronti delle ingiustizie. Che poi, è ciò che ricordiamo ogni anno con i nostri pride. Non importa se in mutande o in jeans e maglietta.

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