PromemoriaLe otto V per l’Italia di oggi

In questa ricerca delle parole per il nostro tempo, abbiamo trovato le otto v come finestre per guardare l'oggi e il futuro del paese.

Si cercano lettere – non perditempo – per i momenti che verranno, ed è tutto un paroliamo ( ricordate il gioco televisivo anni 80? ) per trovare la formula perfetta a prescindere se essa abbia un retrogusto elettorale o contenga una consolazione antivirale. Dopo mesi di selfie-politik in mezzo alle folle osannanti, di baci e applausi per appagare desideri messianici e illusioni disattese, di foto in soft focus sulle copertine patinate o smorfie senza ritocchi  su terrazzi condominiali, con lo spegnimento dei volti si sente – diversamente  dall’amore autentico che può farne senza   – il bisogno di parole per spiegare quello che è nascosto in fondo al nostro cuore inquieto. Si sente il bisogno di progettare tornando alla care e intramontabili lettere dalle cui letture cerchiamo lezioni per l’oggi e il domani. E poiché, come scrive Marshall Rosemberg, le parole possono essere le finestre per guardare all’avvenire oppure (ahinoi) muri invalidanti per chiuderci in un apatico presente, dopo aver letto delle quattro roboanti D della Lombardia ( diagnostica-dispositivi-distanziamento e digitalizzazione) e le tre caustiche “ERRE” della Campania (rigore – ringhio e risate) in questo spassoso letterenalotto ci siamo esercitati nell’impresa parolatica trovando le nostre sette V dell’Italia attuale.

V come vaccino che sancirà la concreta vittoria nella battaglia alla pandemia da Covid-19. Una soluzione che non è dietro l’angolo ma richiederà enormi investimenti in ricerca e protocolli di sperimentazione. Nel frattempo bisogna strutturare un codice di comportamento apparentemente indigesto per le consuetudini degli italiani  ma – dicono gli esperti – inevitabile per salvare la pelle nostra e degli altri e prevenire contagi di seconda e terza ondata.  Convivere col virus significherà stare uniti in corde ma distanti in corpore senza tanto girarci intorno,

V come visione del paese per poter discernere il grano dalle tante zizzanie che lo attanagliano da anni ben prima del virus: burocrazia perversa, veti e zavorre tra livelli istituzionali, la continua sindrome vittime-carnefici per cui nulla per lo stato ma richiesta di sussidi e bonus, egoismi tra pubblico e privato in attesa che passi la nottata e una costante estenuante e sfibrante rincorsa al consenso senza buonsenso. A cui si aggiunge un disamore per il futuro declinato nella depressione demografica e nel disamore per i giovani (ancora non emigrati) e le loro immense capacità di far crescere il paese e contribuire alla sua ricostruzione. Lasciarli sempre ai margini del dibattito pubblico da parte di “piccoli” leader è una colpa già scritta nelle loro fragili biografie.

V come verità della quale sentiamo – in senso storico e sociale – un bisogno ormai non più procrastinabile: troppa polvere ormai sta sotto il tappeto di un paese che ha dilapidato capitale umano ed economico per darsi una posizione che non ha. Avere amore per la verità significa chiamare per nome le migliori virtù per ritrovare il nostro piazzamento sudato e meritato nel mondo (con buona pace dei paesi del nord europa che fanno gli splendidi col dumping degli altri…). Ma nello stesso tempo provare a riconoscere – nella franchezza – anche i vizi che ci inchiodano al fiato corto sul piano delle riforme.

E a proposito di vizi terminiamo con amarezza. Abbiamo  V come vitalizi che vengono riesumati e (si spera) ritirati dal consiglio regionale calabrese in piena crisi economica nel tempo del coronavirus: una vergogna che ci dice a che punto si può arrivare quando si scende oltre il fondo del barile del tollerabile.  Certo, la politica deve (non può) essere finanziata, sostenuta economicamente con orgoglio e senso di appartenenza ma non bisognerebbe mai oltrepassare il limite del pudore.

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