Scienza&SocietàCoronavirus || Perché la diffusione del contagio a “clusters” è una buona notizia.

Il modo con cui il coronavirus si diffonde cambia radicalmente la prospettiva dell'epidemia e le politiche necessarie a contenerla

L’esaurirsi dell’epidemia diffusa da coronavirus Sars-cov-2 in Italia, permette di apprezzare quella che è la caratteristica con cui il virus si diffonde all’inizio del suo percorso epidemico. Attualmente ci troviamo in quella che dovrebbe esser stata la situazione in Italia a Novembre, quando il virus è stato più volte portato in Italia prima di attecchire in alcuni luoghi, come RSA e ospedali, e innescare l’epidemia diffusa.  Quando l’epidemia si trova già nella sua fase di crescita esponenziale, massima, come a Febbraio,  non è più possibile “vedere” e quindi apprezzare la  modalità con cui il virus si diffonde. Ecco perché solo oggi noi abbiamo la possibilità di comprendere come il virus davvero si diffonda. E come prevenire l’innesco di una nuova epidemia.

Il contagio avviene per cluster, che più che “focolaio”, dovrebbe esser tradotto come “grappolo” ad indicare che il contagio parte da un singolo individuo infetto super contagioso che può contagiare decine di persone tutte connesse tra di loro nello spazio e nel tempo. Proprio come acini di un grappolo di uva. La maggioranza di chi è infetto, non contagia nessun altro, poi c’è il super contagioso che in uno spazio definito, contagia decine di persone tutte connesse tra di loro.

Molti di questi focolai, grappoli, si spengono, esauriscono, da soli. Fin quando uno di questi grappoli cresce cosi tanto da comprendere altri super contagiosi che cominciano nuovi grappoli in altri spazi e situazioni favorevoli, (per esempio una RSA) così da far partire l’epidemia dove i grappoli, i focolai, diventano così tanti da esser percepiti come contagio diffuso, senza soluzione di continuità. Invece l’epidemia è sempre costituita da unità discrete, i clusters.

 Perché questo modo con cui il virus si diffonde, è una bella notizia?

Se il contagio si diffonde attraverso individui super contagiosi, la maggioranza di chi è infetto, non contagia nessun altro. Il super contagio avviene di solito in spazi circoscritti e chiusi, dove le persone sono a stretto contatto tra di loro per un lungo periodo di tempo. Non c’è ragione quindi, di porre restrizioni ai comportamenti individuali al di fuori di queste situazioni, per esempio all’aperto o in spiaggia.

Né c’è da preoccuparsi di contatti occasionali e frugali in spazi chiusi.  Negozi, supermercati e simili, dove si transita per poco tempo, non costituiscono luoghi di formazione di focolai.  Massima attenzione va messa invece, nel mettere in sicurezza i luoghi dove il super contagio trova un ambiente favorevole: residenze per Anziani (RSA), ospedali, luoghi di lavoro dove le persone sono a stretto contatto, case private, i luoghi già individuati come causa del contagio dell’epidemia passata.

Il contagio per focolai poi, ha un altro grande vantaggio: con politiche sanitarie territoriali efficaci, ciascun focolaio può essere identificato facilmente, circoscritto, tutti gli “acini” del grappolo possono essere individuati e quindi impedire che inneschino altri focolai a catena. Nella situazione attuale, individuando e tracciando i focolai s’impedisce che possa cominciare una nuova epidemia.

Importanti sono anche le conseguenze epidemiologiche di questo modo con cui il coronavirus Sars-cov-2 si diffonde. Il valore R0 e RT, cioè il numero medio di infezioni secondarie causate da ciascun individuo infetto, non vale, non ha valore scientifico per il modo con cui si diffonde questo virus. Invece la diffusione del contagio di questo coronavirus è descritta dal fattore di dispersione K, che indica la capacità di formare focolai da parte delle persone infette. Più basso è K, più un piccolo numero di persone infette causa la maggior parte dei contagi. Alcuni lavori scientifici recenti hanno calcolato che il valore di K per il virus Sars-cov-2 è 0,1. Cioè il dieci per cento degli infetti causa l’ottanta per cento di contagi secondari. Questo ci dice che tutti i modelli matematici fisici che vorrebbero predire la diffusione del contagio basandosi su RTsono solo esercizi accademici che non hanno connessione con la realtà biologica del virus. Infatti, hanno tutti previsto scenari catastrofici mai verificatosi.

 

Non ha senso utilizzare RT per determinare livelli di allarme di diffusione del contagio. Non servono lockdown e misure generalizzate di distanziamento sociale che hanno prodotto danni economici enormi e distrutto le prospettive lavorative di milioni di persone. Non serve l’emergenza. L’emergenza era giustificata solo in quella fase in cui non si sapeva nulla del virus e dei suoi meccanismi di contagio e abbiamo scoperto l’epidemia nella sua fase ormai avanzata.

In questo momento serve solo una politica medico-sanitaria ordinaria ed efficace. La capacità di mettere in sicurezza preventiva i possibili luoghi in cui il super contagio può attecchire. La capacità di individuare, tracciare, circoscrivere e spegnere i focolai.

Tutto questo ci indica come ormai il rapporto tra scienza e politica sia un’emergenza democratica. Un rapporto che può incidere sui valori democratici fondanti la nostra società. Il rapporto tra scienza e politica necessità di un ampio dibattito pubblico che lo ponga in cornici giuridiche definite capaci di circoscrivere il suo ambito e di impedire derive pericolose che sconvolgono la vita dei cittadini e le loro prospettive sociali ed economiche.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Why do some COVID-19 patients infect many others, whereas most don’t spread the virus at all?” scritto da Kai Kupferschmidt per la rivista “Science” che trovate qui

 

 

 

 

 

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