Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (10)

Pois

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – decima puntata (continua da qui)

Sì, sto pensando di andare con lui. Mi piace quello che mi ha appena detto. Mi ricorda, per certi versi, quando io tenevo un diario per imprimere su carta delle piccole storie, una sorta di fotografie a parole della realtà che mi stava intorno. Poi con Sami il diario si è trasformato in un resoconto brutale delle mie pene e per questo l’ho abbandonato, ma capisco le motivazioni di Nick e anzi, mi viene voglia di fare qualcosa di simile, di ricominciare a guardare il mondo come lo guardavo prima di Sami.

«Dove?»

Sto cedendo e Nick se ne accorge.

«Budapest e Vienna, in auto. A me piace molto guidare, per cui non sentirti in dovere di farlo anche tu, anche perché la mia macchina è inglese e ha la guida a destra, e so bene come questa cosa scombussoli voi del continente».

«Quanto?»

«Pensavo tre notti a città. Ovviamente, se vieni anche tu, ne approfitterò per fare un giro a Milano e dovremo stabilire una tappa da qualche parte prima di arrivare a Budapest e magari una anche sulla via del ritorno. Diciamo otto notti per stare sul sicuro. Niente di troppo impegnativo e comunque, se ti stufi di me, puoi sempre tornare a casa».

Sorrido. È la stessa cosa che mi ha detto Gaetano. Le vie di fuga sono importanti e questo viaggio me ne lascerebbe parecchie. Ma ciò che vedo al momento non sono le vie di fuga, sono le opportunità.

«Va bene, vengo con te».

«Ne sono felice. Davvero. Conosci le città?»

«Superficialmente. Ci sono stata quando ero ragazzina con la mia famiglia e poi da adulta più che altro per lavoro. Musei, conferenze, cose così».

«Io anche. Infatti le ho scelte soprattutto per questo. E mi piace molto l’idea di vederle con accanto qualcuno con le tue competenze artistiche. E, se posso essere del tutto onesto, mi piace molto anche la tua non invadenza. Non sopporterei il viaggio, altrimenti».

«Ma mi conosci solo da ieri. Potrei aver finto».

«Non credo. No, non dire niente, lasciami crogiolare nelle mie illusioni».

«Ho però un’ultima domanda» butto lì titubante. «Riguarda il budget».

«Tranquilla, non sono come mio fratello. È vero, sono cresciuto nell’agio, ma poi ho deciso di diventare un fotografo. Di animali, per di più. Nemmeno di moda. Non posso negare di avere il culo parato, sarebbe ipocrita da parte mia, ma faccio una vita normale. Adesso dobbiamo raggiungere gli altri e so che domani tu torni a Milano, ma nei prossimi giorni possiamo sentirci con calma e organizzare. Affare fatto?»

«Affare fatto».

Lo dico con una convinzione che stupisce me per prima.

Andiamo a mangiare al Relais de l’Entrecôte. È Gaetano che l’ha scelto; ci viene ogni volta che è a Parigi e per fortuna nessuno di noi è vegetariano. A me non dispiace e mi fanno sorridere le facce degli avventori che non lo conoscono quando si accorgono che l’unica cosa che si può ordinare è – appunto – l’entrecôte. Alcuni se ne vanno, altri rimangono, incuriositi, altri ancora fanno buon viso a cattivo gioco. Che è quello che ho fatto praticamente io con Sami: sono rimasta, facendo buon viso a cattivo gioco. A volte a cattivissimo gioco, ed era mio marito, non un pezzo di carne cottura media. E a forza di fare questo buon viso, ho finito per trovarlo naturale e l’ho sostituito al mio.

Mentre gli altri parlano, penso a come il male subito trasformi le persone, a come il dolore faccia fare cose fino a un minuto prima impensabili. Penso, soprattutto, a come sia difficile lasciare che il cuore torni a battere normalmente dopo che si è rotto. Ricucirlo in qualche modo lo si ricuce, una mano di colla e via, ma la successiva fisioterapia a volte è così dura, che verrebbe voglia di spaccarlo ancora, per non doverci lavorare più. Con Sami sono entrata nell’abisso e sono riuscita a uscirne, ma è il percorso dalla porta in poi il più difficile. Ho passato mesi altalenanti, tra determinazione e scoramento. Mi sono chiusa, per non stare male più, per non lasciar vedere la mia fragilità, per fare in modo che nessuno se ne approfittasse. Ho sbagliato, forse, ma è così che va: si sbaglia, perché non c’è un manuale che spiega come si fa a ricominciare. Si va per tentativi, si cade, ci si rialza, si prova ancora. Si lasciano prima piccoli spiragli e poi fessure più grandi, si impara di nuovo a fidarsi delle persone, si dimentica – almeno per un po’ – la paura. Si abbandonano le cautele e magari si decide, proprio come ho appena fatto io, di partire per un viaggio con uno sconosciuto, che sembra innocuo, ma chissà.

Lo guardo mentre parla con suo fratello. Hanno cinque anni di differenza, più di me e Isabelle che ne abbiamo due, ma vedo in loro la nostra stessa complicità. Questo mi rassicura, anche se non so bene perché. Forse perché trovare punti in comune con gli altri e rivedere i propri comportamenti a volte aiuta a sentirsi più sicuri.

Allargo lo sguardo a Gaetano e Gregory. Vedo quattro uomini gentili, che sicuramente sanno anche essere spietati, come tutti, ma non con il solo intento di ferire, come Sami; sono persone, con i loro pregi e i loro difetti, con cui si può parlare e costruire, con cui si può anche litigare, ma senza trascendere. Sento di nuovo in bocca il gusto dei rapporti normali; è strano, è buono. Penso all’uomo con cui sono uscita a Milano; mi piaceva, ma non ero a mio agio. Ci sono andata a letto e non ho provato niente, non mi sono concessa di provare niente. Perché, ho pensato, se poi provo qualcosa magari lui mi ferisce, come Sami.

Quante cazzate. Quante cazzate che ho ancora nella testa.

Arriva la cameriera e ci serve entrecôte e patatine. Ne prendo una in mano, la intingo nella salsa della carne, la salsa segreta che rende questo posto tanto speciale, e la metto in bocca. Come ogni volta cerco di capire gli ingredienti, mi concentro su ogni sapore, ma forse è arrivato il momento di smettere di farlo e di cominciare invece a godere dell’insieme. Della salsa, di un viaggio, della vita.

Mi sale una forte emozione e sento gli occhi velarsi. Fingo di ingozzarmi, per non dare spiegazioni che nessuno probabilmente mi chiederebbe comunque. Mi godo il mio momento di consapevolezza, mentre David mi allunga un bicchiere d’acqua e mi chiede se ho bisogno della manovra di Heimlich. Mi scappa un sorriso, perché mi rendo conto di aver esagerato con la sceneggiata, ma sono felice e questa al momento è l’unica cosa che conta. Mentre i miei commensali riprendono la conversazione, metto in bocca un’altra patatina con dell’altra salsa.

Non vedo l’ora di mangiare il gulasch.

Milano, mercoledì 25 luglio 2018

Una settimana dopo è tutto organizzato. Tutto è una parolona, perché in realtà abbiamo prenotato solo gli alberghi. Abbiamo capito che nessuno dei due è fan dei programmi serrati. Partiremo domenica 5 agosto; una notte a Maribor, in Slovenia, tre a Budapest, tre a Vienna, e poi si vedrà. La tappa del ritorno la decideremo con calma, se saremo ancora compagni di viaggio. Scherziamo spesso su questa cosa. Comunichiamo via e-mail, raramente via messaggio e non abbiamo mai parlato al telefono. Credo che il nostro sia un modo bizzarro di rassicurare l’altro sul rispetto degli spazi.

Non so niente del passato di Nick. Non ho chiesto, né a lui né agli altri, e lui non ha chiesto a me. Non so se gli piacciono le donne o gli uomini o tutti e due, se ha una relazione, se è o è stato sposato, se ha figli. Siamo entrambi tabula rasa. Non so se parleremo di noi, forse qualcosa sarà inevitabile; vedo il viaggio come una scoperta, non di quello che siamo stati, ma di quello che siamo.

Ho comprato delle piccole guide. Le sfoglio ogni tanto, ma voglio partire con la mentre libera e mi sembra che anche Nick sia di questo avviso.

Il suo lavoro mi affascina. Rimanere appostata nella neve per fotografare dei piccoli di cinghiale è una cosa che andrebbe al di là delle mie forze, ma la bellezza che ne deriva la capisco, eccome. I lavori come quello a cui ho assistito al Musée Jacquemart-André sono più asettici, necessari per guadagnarsi da vivere, ma più patinati, più facili. La natura invece è imprevedibile, intrigante e pericolosa. Capisco anche il fascino di quel tempo sospeso passato ad aspettare e di quel fondersi con lo sfondo. Restare immobili, diventare neve. L’ho fatto per tanto tempo anche io. Sono diventata muro, sedia, lenzuolo, tazza di caffè, pioggia. Sono diventata tutto quello che mi stava intorno, ma riesco a percepire la differenza: io mi annullavo, cercavo di essere trasparente per non farmi colpire da Sami, per non disturbare, per scappare, per non essere me stessa, mentre Nick assume i colori di quello che gli sta intorno, ne è parte attiva. È una differenza non di forma, ma di sostanza.

Ed è una differenza abissale.

(continua)

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