Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (11)

Montagne

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – undicesima puntata (continua da qui)

Milano/Maribor, domenica 5 agosto 2018

Decidiamo di metterci in viaggio prima che le strade si intasino, così alle quattro meno dieci sono seduta sul letto pronta per partire, con la valigia ai miei piedi. Fa già caldo, nonostante il temporale notturno, e sono certa che durante la giornata il termometro arriverà ancora oltre i trentacinque gradi. Milano da giorni è invivibile e sono contenta di andarmene per un po’. Ho incontrato Nick solo per un pranzo veloce e per gli ultimi accordi. Mi ha raccontato di aver girato per Milano all’alba e mi ha fatto vedere alcuni scatti della città vuota. Mi fa sorridere il fatto di partire con un fotografo e di non avere la macchina fotografica; da quando c’è il telefono, ho smesso di usarla. Forse è giunta l’ora di ricominciare, ma non so nulla di luci, obiettivi e grandangoli. Le foto sono per me una cosa familiare, ma allo stesso tempo sconosciuta. Magari imparerò qualcosa durante il viaggio.

Alle quattro Nick mi scrive che è sotto casa. Scendo, non prima di aver salutato Ofelia e la sua gemella, che sono ancora appese al muro vicino alla porta di ingresso. Chissà cosa mi riserverà questo viaggio; me lo chiedo con curiosità, ma non mi voglio accanire nelle aspettative. La loro disattesa, spesso, è la cosa che fa più male.

«Pronta?» mi dice Nick quando mi vede, facendomi la bise. «Come vedi, visto che il francese sarà la lingua ufficiale del viaggio, mi adatto anche alle abitudini».

«Ma se devo viaggiare come passeggero a sinistra!» rispondo ridendo.

«Preferisci guidare?»

«Volentieri, se vuoi che il nostro viaggio finisca tra cinque minuti».

Carichiamo il mio bagaglio in auto, scherzando ancora, e poi partiamo immersi nel silenzio. Un silenzio piacevole, nient’affatto stonato. Il silenzio di chi sta bene anche senza parlare.

Per strada ci sono poche auto; Nick guida sicuro, veloce ma con attenzione. Mi rilasso e penso ai viaggi con Sami, quando diventavo sedile per non disturbare. Sami era gentile e affascinante, a volte, e anche affettuoso, ma poi scattava qualcosa dentro di lui che lo portava a essere cattivo con le parole, feroce. L’insulto diretto era raro: Sami era più sottile, usava frasette standard come se si rivolgesse a se stesso o a una platea, mi faceva sentire sbagliata per comportamenti del tutto innocenti, come parlare di sciocchezze. La sua cattiveria era un sibilo, un foglio di carta che taglia improvvisamente il dito.

«Cambia pure stazione, se preferisci. O spegni. Ascoltare la radio mentre guido mi piace, ma sono consapevole che non è così per tutti».

La voce di Nick mi riscuote dai miei pensieri. La sua sarà forse una gentilezza di circostanza, non ho ancora sufficienti basi per saperlo, ma mi piace.

«No, va bene così».

Ed è vero: il volume è basso e mi culla quasi. Non ho sonno, nonostante la sveglia a un’ora antelucana. Il sole sorge mentre attraversiamo il Veneto. Una palla prima rosa e poi arancione scuro, che sembra vegliare su di noi mentre il traffico diventa più intenso.

Verso le otto varchiamo il confine; il cielo è terso e ci sono già ventisei gradi.

«Cosa ne pensi?» mi chiede Nick a un certo punto, indicandomi il paesaggio intorno a noi.

Ci sono foreste a perdita d’occhio e non mi aspettavo una cosa del genere.

«È verdissima! Sono stata in Croazia in paio di volte, ma la Slovenia mi è quasi del tutto sconosciuta».

«Anche a me» ammette Nick. «Ho girato parecchio in Bosnia, Serbia e Montenegro, ma la Slovenia la conosco solo per le gare di sci alla televisione. Vedremo cosa ci riserverà Maribor. Hai letto qualcosa in proposito?»

«No, ho solo guardato dove è l’albergo, che è giustappunto vicino a degli impianti di risalita. In pratica siamo due completi ignoranti, nel senso che ignoriamo».

«È una bella condizione a volte».

Sorrido, perché lo penso anche io. Mi piacciono queste piccole affinità che piano piano vengono fuori.

«Già» rispondo. «E se non mangio qualcosa, tra poco, oltre che ignorante, io sarò anche svenuta».

«Non sia mai. Al prossimo autogrill mi fermo».

Divoro un panino con il salame, anche se sono appena le nove del mattino, mentre Nick beve un caffè. L’autogrill ha una piccola veranda ed è tutta nostra.

Mi chiedo come saranno i prossimi giorni, se la cortesia che abbiamo adesso nei confronti dell’altro verrà meno, se ci saranno dei momenti di screzio. Non posso saperlo, ma è anche questo il bello. È come un’avventura, forse non alla scoperta di chissà quali luoghi esotici, ma alla scoperta di qualcosa di altrettanto interessante: noi stessi, le nostre reazioni, le nostre relazioni, le nostre separazioni. Nos séparations, David Foenkinos, uno dei miei autori preferiti. Charlotte, ha anche scritto. Che per lui è Charlotte Salomon, la pittrice tedesca morta ad Auschwitz, ma che per me rappresenta la metafora di tutte le Charlotte, me compresa, che cercano di non annegare in una situazione famigliare avversa.

«Va meglio?» mi chiede Nick quando finisco il panino.

«Decisamente sì. Adesso non c’è più il rischio che ti addenti il braccio mentre guidi».

Scherzo, a mio agio con quell’uomo silenzioso che non sa niente della mia parte buia. Non conosce Ofelia a Marrakech, non sono costretta a fingere di essere qualcuno che non sono, non mi devo difendere da giudizi che tra l’altro probabilmente sono solo nella mia testa e che nessuno si è mai sognato di esprimere. Non devo far vedere che lotto per ricominciare, non devo sorridere per non far preoccupare i miei cari. Sono semplicemente io, Charlotte Martini, divoratrice di panini al salame alle nove del mattino. È bello sapere che Nick conosce pochissimo di me e io pochissimo di lui e che saremo liberi di rimanere così, se lo vogliamo.

Arriviamo a Maribor che non sono nemmeno le undici.

«Che si fa?» mi chiede Nick. «Il check-in è dalle due in poi, quindi direi di dare un’occhiata alla città, se sei d’accordo?»

Annuisco.

La periferia è un susseguirsi di supermercati e spazi commerciali aperti anche se è domenica. La città vera e propria, però, è quasi deserta, molti esercizi sono chiusi, e non ci colpisce più di tanto, perciò decidiamo di spostarci verso l’albergo, che è in una zona verde sotto le piste da sci.

«Forse la natura ci darà più soddisfazione» decreta Nick.

E così è. Superiamo l’albergo, che si trova in un piccolo centro abitato molto curato, e ci ritroviamo vicino a un’ovovia, in un parcheggio pieno di gente che si prepara per il trekking o per la mountain bike. Tutti quei colori mi mettono allegria e, a onor del vero, anche fame. Ancora. Anche se stavolta è un bisogno del tutto legittimo, visto che, tra una cosa è l’altra, è ora di pranzo.

Guardo di sottecchi Nick, che probabilmente mi legge nel pensiero e dice: «Ho fame anche io, ora. Cerchiamo qualcosa?»

Finiamo nell’unico locale disponibile, un ristorante finto italiano che offre pasta e pizza.

«Perché ridi?» mi chiede curioso Nick, mentre leggiamo il menu.

«Perché siamo appena venuti via dell’Italia per mangiare pasta e pizza».

«E chissà cucinati come. No, non guardarmi così scettica. Sono inglese, ma ti ricordo che, a detta di tutti e molto immodestamente, sono un cuoco provetto. Conosco la differenza tra la vera cucina italiana e quella che probabilmente fa questo posto. Ma non ti piace vivere un po’ pericolosamente? A me sì».

Rido ancora di più e, quando arriva la cameriera, ordiniamo due pizze.

Siamo seduti all’aperto e intorno a noi continuano a passare famiglie allegre e ciclisti in tenute estreme.

«Secondo te cosa fanno?» chiedo a Nick indicandogliene uno.

«Si buttano a rotta di collo dalla montagna. Vedi tutte le protezioni che hanno? Lo facevo anche io quando ero più giovane. È una scarica di adrenalina pazzesca. Più della pizza slovena».

Mi piace il suo senso dell’umorismo non sfacciato; mi appoggio allo schienale della sedia scaldato dal sole e ne apprezzo il tepore, che mi avvolge come un abbraccio. Dopo un po’, però, questo abbraccio comincia a diventare soffocante e decidiamo di andare in fretta in hotel.

L’ho prenotato io a caso, perché tanto ci serve solo come tappa, ma si rivela una scelta fortunata: è piccolo, a conduzione famigliare, con un bel giardino e le camere spaziose. La mia ha un terrazzo che dà sulle montagne e, tolto un albergo eco-mostro poco più in là, vedo solo verde e azzurro. Sono d’accordo con Nick di trovarci per cena; vogliamo entrambi riposare e goderci il fresco e la solitudine.

(continua)

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