Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (12)

Lago con gabbiani

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – dodicesima puntata (continua da qui)

Dormicchio e leggo, leggo e dormicchio; nel tardo pomeriggio il sole se ne va e decido di uscire a fare due passi. Fa ancora caldissimo, pioviggina a tratti e l’umidità mi opprime, ma cammino spedita, quasi smaniosa di lasciarmi alle spalle qualcosa. Forse sento l’urgenza di riappropriarmi di tutta me, non lo so. È una sensazione strana, che non riesco a definire, ma, mentre mi fermo per guardare alcune persone che scendono da un pendio con il bob, penso che nemmeno mi importa di definirla. Passerà. Ho sempre amato camminare, lasciare correre i pensieri, riempirmi gli occhi con quello che mi sfila accanto. Fotografo un cane rosa dipinto su una centralina e mi viene in mente il diario che ero solita compilare. Ho voglia di fare qualcosa di simile, ma più leggero e meno impegnativo a livello emotivo, un quaderno di viaggio con dentro immagini, ricordi, cose raccolte qua e là, disegni, anche se disegnare non è il mio forte. Nick ha un progetto e sento che ne serve uno anche a me, seppur piccolo. Voglio anche io un filo conduttore per questo viaggio. Torno in camera e recupero dalla valigia un quaderno nuovo e un astuccio, che ho portato perché non si sa mai. Ho qualche penna colorata, un rotolo di nastro adesivo e tante pagine bianche: l’essenziale. Mi riprometto di comprare dei pennarelli una volta a Budapest e comincio a compilare la parte che riguarda la giornata di oggi. Ritaglio alcuni dépliant della zona che mi ha dato la receptionist e li incollo sul quaderno, con un abbozzo di pensieri accanto; disegno anche la pizza slovena e il cane rosa incontrato poco prima. È un lavoro rudimentale, lontano anni luce dagli scrapbook che si vedono in giro con foto e acquerelli, ma mi fa sorridere mentre lo faccio, e questa è la cosa importante: sorridere non perché ci si sente obbligati a farlo, ma perché si sta bene e viene naturale.

«Ho un progetto anche io» comunico a Nick quando siamo di nuovo seduti nel ristorante pizza e pasta del pranzo. Alla fine abbiamo convenuto di non spostarci per cena, per non prendere inutilmente la macchina dopo tutti i chilometri fatti e in previsione di quelli che ci aspettano. «Farò un bel diario di viaggio, uno di quelli pieni di ritagli appiccicati, di annotazioni e di disegni, nel mio caso stilizzati».

«Una storica dell’arte che non sa disegnare?»

«Tu sai costruire macchine fotografiche?»

«Ehm, no».

«Ho studiato le tecniche, ovviamente, ma diciamo che non è proprio il mio forte. Comunque, se fossi ad esempio Gaetano, potrei far passare benissimo il mio diario per opera d’arte, quindi per quanto riguarda il lato artistico sono a posto».

«Sì, l’arte contemporanea spesso per me è un mistero, non mi vergogno ad ammetterlo».

«Lo è per tanti, a volte persino per me. Ma è affascinante. Intrigante. Non è semplicemente una sedia rovesciata appoggiata al muro».

«Quindi se prendo gli spaghetti alla bolognese, li rovescio e poi li metto in mostra qui fuori, dici che qualcuno li compra? Potremmo raggranellare qualche soldo per il viaggio».

L’arrivo del cameriere mi impedisce di rispondere, ma io ordino davvero degli spaghetti alla bolognese.

«A parte gli scherzi» riprende Nick quando il cameriere se ne va. «Mi piace l’idea del diario, perché un diario è un po’ quello che voglio fare anche io, seppur in modo diverso. Annotare immagini come fossero pensieri. E lo voglio fare con pezzi di città».

Mi chiedo se anche Nick stia cercando, come me, di recuperare qualcosa dentro di sé e portarlo fuori o se la sua sia invece una ricerca più alla Gaetano Ferri, di qualcosa al di fuori da portare dentro.

Lo scoprirò, forse.

Maribor/Budapest, lunedì 6 agosto 2018

Mentre sto facendo colazione, arriva Nick. Abbiamo deciso di partire senza fretta, verso le dieci, ma non ci siamo dati appuntamento per fare colazione insieme.

«Posso?» mi chiede indicando la sedia vuota al mio tavolo.

«Certo» gli sorrido.

Anche se godermi la colazione da sola, con calma, mi piace molto, non mi infastidisce avere compagnia.

«Sicura che il tuo amico non torni?»

«Quale amico?» chiedo confusa. Poi, vedendo che indica il piatto di uova e salsiccia che mi sta aspettando poco lontano dalla ciotola dei cereali, scoppio a ridere. «Mi piace fare una colazione abbondante quando la trovo pronta».

«Spero tu abbia un buon metabolismo».

«Per ora sì, ma vorrei precisare che stamattina sono uscita a correre».

«Io invece sono uscito a fare foto. C’era una bella luce».

«Per fortuna non ci siamo incontrati, allora, perché il mio abbigliamento fluo te l’avrebbe oscurata».

Mentre faccio questa battuta sciocca, all’improvviso mi viene in mente che, se fossi stata con Sami, mi sarei trattenuta perché le avrebbe certamente considerate parole superflue. Inutili, come a volte considerava inutile me. Incredibile come si perda la lucidità quando ci si ritrova immersi fino al collo in una situazione particolare. Incredibile come si sopportino cose insopportabili.

«Qualcosa non va?» mi dice Nick.

Devo essermi rabbuiata mentre pensavo a Sami. Mi riprendo.

«No, no, niente che non possa essere scacciato da un bel sorso di caffè. È buono, se apprezzi il genere brodaglia, che, per la cronaca, è il mio preferito».

Sorrido, e non per circostanza come avrei fatto se fossi stata in un altro hotel con un altro uomo.

Il viaggio scorre tranquillo. Per pranzo decidiamo di fermarci sul lago Balaton, a Siófok. Per caso finiamo nel parcheggio di uno spazio commerciale, proprio al centro della cittadina. Vedo una cartoleria ed entro a comprare del materiale per il mio diario di bordo. Cerco di limitarmi, perché la cancelleria è una sorta di malattia che ho sin da piccola, e prendo solo qualche pennarello, delle vere forbici e dei nastri adesivi colorati.

«Fatto?» mi chiede Nick quando riemergo soddisfatta dal paradiso dei pastelli.

«Fatto, grazie. Adesso possiamo fare i turisti».

Ci dirigiamo verso il lago e Nick ogni tanto scatta qualche foto. Camminiamo quasi in completo silenzio e ancora una volta apprezzo la capacità che abbiamo entrambi di farlo senza imbarazzo. Ci sono persone che si sentono obbligate a riempire i vuoti, ma a noi, questi vuoti, non danno fastidio. Ci completano, credo. O almeno completano me.

Quando arriviamo in riva al lago fa davvero caldo e dentro di me mi auguro che le temperature si abbassino presto – sono una creatura più autunnale che estiva. Faccio qualche foto anche io, col telefono, ad alcuni cigni e le invio a mia sorella per farle vedere a mio nipote, che, come da tradizione di famiglia, adora gli animali.

«Mi vuoi rubare il mestiere?» chiede Nick. «Sono io che dovrei fotografare questi cigni».

«Io li trovo animali del demonio, belli ma spietati. Sono per mio nipote Ottavio, il figlio di mia sorella. Se tanto mi dà tanto, seguirà le orme di Isabelle e di mio padre e diventerà veterinario pure lui».

«Un bel mestiere, ma per quanto riguarda i cigni sono d’accordo con te. Animali subdoli, anche se esteticamente perfetti. Vuoi una foto con loro?»

«Io?»

«Sì, da mandare a tuo nipote. Hai un fotografo a disposizione, approfittane. La faccio con la mia macchina e te la invio poi in hotel».

«Non sono molto fotogenica» butto lì, all’improvviso timida.

Non è del tutto vero; diciamo che nelle foto non sono proprio a mio agio. Se so che mi stanno fotografando, divento uno stoccafisso. Sono così da quando le cose con Sami hanno cominciato a degenerare; forse lo faccio per nascondere i miei sentimenti o forse perché ho paura di quello che gli altri potrebbero vedere, non lo so, fatto sta che nelle foto a volte sono davvero innaturale. Ma tutto questo è troppo lungo da spiegare a Nick e l’ultima cosa che voglio fare ora è scendere nei dettagli della mia vita privata, così riassumo tutto rimanendo vaga.

«Insomma, quando mi fanno le foto a volte sono a disagio. Credo che succeda a molti, però» aggiungo per rendere ancor più generico il problema.

«Sì, ma ricorda che io sono abituato agli animali difficili. No, scusa, seriamente parlando, non sei obbligata, anche se lo faccio volentieri».

Capisco che è in imbarazzo. Credo che in qualche modo abbia intuito anche il mio, di imbarazzo, e cerco di smorzare.

«Va bene, facciamo questa benedetta foto per Otti. Anzi, grazie».

Assumo un’espressione buffa, per non essere me stessa, e lascio che Nick faccia qualche scatto.

Devo smetterla di aver paura di me, penso mentre me li fa vedere. Devo smetterla.

Prendiamo un gyros da asporto e ci sediamo su una panchina all’ombra, in un bel parco verde. È piccante e mi fa quasi lacrimare, ma è davvero molto buono e alla fine ritaglio un pezzo del contenitore di carta, su cui svettano logo e piantina del ristorante, con le mie nuove forbici.

«Per il quaderno di viaggio» dico a Nick. «Non si butta via niente».

«Tu sei matta, ma ammetto che è simpatico. Mi piace la tua attenzione ai dettagli. Potresti essere una brava fotografa».

«Ma se non uso una macchina fotografica da anni. Sono più una da carta e penna».

«E da contenitori unti».

Rido. Che bella, la spensieratezza.

(continua)

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