Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (13)

Facciata

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – tredicesima puntata (continua da qui)

Arriviamo a Budapest alle cinque del pomeriggio. L’hotel è piuttosto turistico, da clientela anziana benestante, ma ha una posizione invidiabile vicino al Ponte delle Catene, sotto il castello di Buda. Lo abbiamo scelto proprio per questo, per poterci muovere a piedi in tutte le direzioni. Prendo possesso della mia camera con una certa soddisfazione: la finestra dà su un cortile interno che la rende molto silenziosa. Si vedono solo piante, tetti e camini, e la cosa mi piace molto.

Mi rilasso, faccio una doccia rinfrescante e poi disfo la valigia con calma. Sono d’accordo con Nick di trovarci per cena alle otto e uso il tempo a mia disposizione per sentire mia sorella e Maude. Scrivo anche a Gaetano, che mi ha chiesto se sono ancora viva o se il serial killer con cui sono in giro ha già fatto il suo dovere.

Poco prima di uscire mi arrivano le foto con i cigni. Sembro spiritata, ma non sono così orribili come temevo. Non si vede il mio disagio o forse Nick ha avuto il buon cuore di occultare le peggiori. Chissà.

«Stavolta sono io a essere affamato» mi dice Nick quando ci incontriamo nella hall. «Ti faccio una proposta: cosa ne dici se mangiamo subito qualcosa e perlustriamo con calma i dintorni dopo cena?»

Accetto con gioia, perché sono affamata anche io. Ci infiliamo in un locale a cento metri dall’albergo; c’è un bella atmosfera – tovaglie a quadretti bianchi e rossi, luci soffuse man troppo, tantissime foto alle pareti, locandine di concerti, immagini di film –, non c’è troppa gente e i camerieri sono gentilissimi. Mangiamo con voracità e golosità, osservando un uomo che continua a bere per sfoggiare, con la sua compagna annoiatissima, una disinvoltura che probabilmente non ha; parliamo di fotografi famosi, anche, prendendo spunto dalle foto appese.

«Pronta per camminare?» mi dice Nick a fine pasto. «Se ti va, ovviamente. Non siamo obbligati a fare troppo cose insieme».

«Certo che mi va» replico.

Ed è vero, perché fuori nel frattempo si è fatto buio e sono curiosa di vedere la città. Non ci vengo da parecchio tempo, da un viaggio di lavoro, e non vedo l’ora di riscoprirla.

Il Ponte delle Catene illuminato mi lascia senza fiato. C’è molta gente, troppa, ma è comunque suggestivo. Mentre Nick scatta qualche foto, ne faccio qualcuna anche io. A un certo punto sento qualcosa sui piedi e, quando abbasso lo sguardo, vedo un topo che se ne va. Molto bene, penso, la città mi sta dando il suo benvenuto.

Attraversiamo il Danubio e percorriamo il lungo fiume verso il Parlamento, poi lo superiamo, arriviamo fino al Ponte Margherita e riattraversiamo di nuovo per tornare verso l’hotel. Fa caldo, ma camminiamo e camminiamo, godendo della bellezza serale di quella città che sembra risplendere. Tutto è nero e giallo. Nero il Danubio, nero il cielo, nero lo sfondo; gialle le luci, i loro riflessi nel fiume, il Parlamento, il Castello che si staglia sulla collina. Sembra un posto magico, nonostante la gente e i barconi adibiti ad alberghi e ristoranti, e per la prima volta da quando siamo partiti ho la netta sensazione di aver fatto bene ad accettare questo viaggio bizzarro. Ho voglia di guardare con occhi nuovi, diversi, le cose che ho già visto, ho voglia di sentire il punto di vista di Nick, ho voglia di scoprire e di assaporare, ho voglia di annotare immagini e pensieri. Una voglia urgente, che sento salire man mano che torniamo verso l’hotel, stanchi per i chilometri percorsi, ma soddisfatti. Appena entro in camera prendo quaderno e penne, attacco il biglietto da visita del ristorante, scrivo qualche appunto, disegno gli omini stilizzati in pose buffe che ho visto in diversi punti del Ponte Margherita. Faccio uno schizzo del Parlamento, che è una delle immagini più note della città, ma che per la sua bellezza non stanca mai. Disegno anche gli uccelli – forse piccioni, forse gabbiani, non ne ho idea – che ci svolazzavano sopra. Ho chiesto a Nick di fotografarli per me; illuminati dalle luci, li trovo poetici, punti gialli che si muovono su uno sfondo nero, come stelle, non cadenti ma libere di volteggiare.

Come vorrei fare io. Come dovrei fare io.

Budapest, martedì 7 agosto 2018

La prima cosa che faccio quando mi sveglio è guardare il meteo. Farà ancora caldo, caldissimo. Controllo la posta e trovo un messaggio dell’avvocato che si sta occupando del mio divorzio. Lo apro distratta, ancora assonnata, pensando a qualche notifica standard. E invece, leggendo quelle righe fredde e formali, scopro che Sami è morto. Che, per essere precisi, si è suicidato. Non ci sono altri dettagli, se non qualche questione legale, che però al momento non mi interessa.

Sami è morto. Per me lo ha fatto mesi fa, se non fisicamente almeno moralmente, anche se il passato ha continuato poi a tormentarmi. Sento una fitta nel petto, che non riesco a catalogare.

Apro la finestra in cerca d’aria.

Sami è morto. Volontariamente.

Non riesco a pensare a nulla e poi, dopo un momento, all’improvviso di pensieri ne ho troppi. Mi dispiace? Provo dolore? È umanamente possibile provare dolore per qualcuno che ci ha fatto del male? Ed essere indifferenti? O addirittura provare sollievo? Sento tutto e niente allo stesso tempo. Mi salgono le lacrime, per quella parte di Sami che ho amato, per quella parte buona che ho creduto essere lui; poi mi sale la rabbia, per il male che ho lasciato che mi facesse, per me stessa, per la mia debolezza, per lui. Corro in bagno e lì, aggrappata alla tazza, vomito bile, dolore, rabbia, vomito Ofelia a Marrakech. Tiro l’acqua e guardo una parte di me stessa sparire nelle fogne. Non so come sto e mi butto sotto la doccia.

Quando riemergo chiamo Maude.

«Mi ha scritto l’avvocato. Sami si è suicidato» le dico senza preamboli. «Non so nient’altro e non credo di volerlo sapere. Non so nemmeno perché sto piangendo, a dire la verità».

«Stai piangendo perché è un peso che se ne va. Sì, so che non si può dire una cosa del genere, ma d’altra parte è stata una scelta sua».

Vorrei abbracciarla, vorrei sentire il suo calore. Avverto il suo affetto dietro all’apparente cinismo.

«Non so cosa fare» le dico.

«Cosa dovresti fare?» risponde lei. «Non voglio essere brutale, ma Sami era un pezzo di merda. Uno squilibrato, per certi versi. Ed era fuori dalla tua vita già prima di ammazzarsi».

Sento la rabbia nelle sue parole e mi riscuoto un po’. Ha ragione. Su tutto. Anche sul peso che se ne va. È un sollievo strano, il mio, ma con una spiegazione ben precisa: adesso so che Sami non può più fare del male a nessuno.

«Mi sembra che mi scoppi la testa» dico a Maude. «So che l’avvocato mi ha sempre detto di non aggiungere carne al fuoco, anche perché non avevo in mano niente di concreto, ma io mi sono sempre sentita addosso questa responsabilità assurda di non aver fatto nulla per impedire che Sami nuocesse ad altre persone. So che non avrei potuto fare molto e so anche che persone più forti di me probabilmente non glielo avrebbero concesso, ma il tarlo è sempre rimasto lì nel mio cervello e adesso finalmente non c’è più. Mi sento orribile».

«Ti sentirai tutto e il contrario di tutto, ma sei forte e, ripeto, Sami era già fuori dalla tua vita. Per te non esisteva già più, non dimenticarlo».

È vero, Sami esiste nel mio passato. Nel mio presente esiste solo, a volte, il suo fantasma. Sami esiste in quella parte di me con cui non riesco ancora a scendere a patti, esiste in quello che sono diventata, ma non esiste più nel mio presente. Non esisteva da vivo, non deve esistere da morto. Al diavolo tutto.

Saluto Maude, chiamo mia sorella, rispondo con poche righe formali all’avvocato, mi sciacquo di nuovo il viso e mi trucco gli occhi rossi. Faccio tutto con gesti lenti, deliberati. La calma dei movimenti mi aiuta a ritrovare la calma dei pensieri.

Non vado a correre, ma vado a fare colazione.

La sala è semivuota; nonostante mi sembri che siano successe un’infinità di cose da quando mi sono svegliata, in realtà è ancora presto. Prendo una tazza di caffè e mi siedo a un tavolo defilato. Ho ancora lo stomaco in subbuglio, ma mi obbligo a mangiare una fetta di pane con la marmellata. Le lacrime mi riempiono di nuovo gli occhi, ma le ricaccio indietro; non devo piangere per un uomo che mi ha definita il suo punching ball, non devo cadere – di nuovo – in questa trappola. Maledico la mia debolezza, la ingoio insieme alle lacrime e alla marmellata, insieme al sollievo e al senso di colpa, e spalmo su un’altra fetta di pane burro, intelligenza e lucidità. Ho un passato, in cui ho sbagliato molto. Ma ho anche un presente e soprattutto ho un futuro. Mi concentro sul battito del mio cuore. Sì, ho lasciato che me lo rompessero senza far nulla per impedirlo. Ma lo sto rimettendo insieme con le mie forze, proprio quelle forze che tempo fa mi sono venute meno, e con la mia dedizione alla vita.

Alzo la tazza del caffè.

«A te, Sami» mormoro, «che hai deciso di lasciare volontariamente questo mondo. Io di sicuro non lascerò il mio».

(continua)