Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (15)

Budapest

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – quindicesima puntata (continua da qui)

Finiamo in un locale della Budapest che conta, come lo definisce Nick appena il buttafuori ci guarda storto perché non abbiamo prenotato. Lo abbiamo scelto solo perché ci siamo passati davanti cento volte – è vicino all’hotel – chiedendoci come fosse, e adesso lo sappiamo. È il classico rooftop dove la gente beve champagne e cocktail elaborati e dove noi due, che non abbiamo la famosa prenotazione, finiamo seduti al bancone, anche se la cosa ci dispiace affatto. La vista è magnifica e vale tutto quello che di certo spenderemo in consumazioni.

«Questo aperitivo lo offro io» dice Nick mentre arrivano i nostri drink. «Dobbiamo brindare».

Per un attimo penso che abbia saputo di Sami e che il suo sia uno scherzo di cattivo gusto, ma poi torno con i piedi per terra e chiedo curiosa: «A cosa?»

«A mio figlio. Oggi compie ventidue anni».

Rimango interdetta. Vorrei non farlo, ma non riesco a simulare indifferenza. Nick ha un figlio. Di ventidue anni. E lui ne ha quaranta. Sono così stupita – mi ero immaginata che non avesse famiglia –, che non riesco nemmeno a fare un conto elementare per capire a quanti anni l’ha avuto.

«No, non sono diventato padre a diciotto anni» viene in mio soccorso Nick divertito. «Lucas è figlio della mia ex moglie, ma lei sì che l’ha avuto a vent’anni. L’ho adottato quando ci siamo sposati. Il vero padre è morto durante una rapina, un paio d’anni dopo la nascita di Lucas. Era il ladro, per la cronaca. Anna non stava con lui. Per fortuna, quando è rimasta incinta, era già abbastanza matura da capire l’inutilità di un matrimonio di facciata. Soprattutto credo che i suoi genitori le avrebbero impedito in ogni caso di sposarsi con un balordo che viveva di espedienti. Diciamo, anche se questo non le rende giustizia, che in quel periodo era la classica ragazzina bene che cerca emozioni forti con le cattive compagnie. E la lezione le è servita. I suoi genitori le hanno dato una grossa mano e alla fine Anna è diventata una brillante giornalista. È così che ci siamo conosciuti, nel 2006, durante un reportage sull’Ucraina vent’anni dopo Chernobyl. Sei mesi dopo ci siamo sposati e io ho adottato Lucas, che ai tempi aveva dieci anni. Ecco qui».

«Accidenti» dico io. Lo dico e lo penso, perché Nick non mi ha mai dato così tante informazioni personali tutte insieme, come io non ne ho mai date a lui. Sì, qualcosa sulla famiglia e sul passato di entrambi è emerso in vari momenti – è inevitabile –, ma niente sulle relazioni personali.

«Tanti auguri a Lucas, allora!» alzo il mio drink e Nick fa lo stesso.

«Vive negli Stati Uniti e studia per diventare giornalista. Io e Anna non avremmo potuto permettercelo, ma i genitori di Anna e i miei sì, così gli hanno fatto questo enorme regalo. Lavora per pagarsi le spese, perché per fortuna è ben consapevole di quello che stanno facendo i nonni per lui. Se la cava bene. Ma forse questo lo dicono tutti i padri» sorride. «Vuole fare il reporter di guerra. Sia io che Anna speriamo che cambi idea, ma quel che sarà sarà. Ormai è un uomo. Tra l’altro la sua partenza per l’America ha messo me e Anna di fronte al fatto che tra di noi era finita. Non c’era più amore, semplicemente, così ci siamo lasciati senza recriminazioni».

Non l’ho mai sentito parlare così tanto di sé. La cosa mi fa piacere e allo stesso tempo mi inquieta, perché io non so se voglio parlare di me e del mio passato. So che non sono obbligata a farlo e sono quasi certa che Nick non mi farà domande dirette, perché, anche se si è sbottonato parecchio, è pur sempre una persona tutt’altro che invadente.

Bevo, per temporeggiare e raccogliere i pensieri. Dovrò dire qualcosa, prima o poi, anche solo di commento a quello che mi ha raccontato, ma dalla bocca non mi esce nulla. Sono come prosciugata, senza un reale motivo. Potrei parlare della guerra, di Lucas, della situazione in Siria, di come è bella l’America, di qualsiasi cosa, senza per forza dover dire qualcosa di personale, eppure non ci riesco. Ho un macigno addosso e sembra inamovibile. Ma Sami è morto e io sono viva. Sono viva, macigno o non macigno, e non devo aver vergogna di quello che sono, né di quello che sono stata.

«Il mio ex marito si è suicidato ieri» dico finalmente.

Lascio uscire piano le parole. A quelle se ne sommano altre e poi altre ancora, che vengono condite da un secondo drink e da qualche lacrima, e alla fine mi ritrovo ubriaca, leggera, affamata. E felice. Perché sto finalmente assumendo quello che sono, senza vergognarmene, come è giusto che sia. Parlare con Nick mi libera dal macigno che mi porto dietro da tanto, tantissimo tempo. Non lo elimina del tutto, forse, ma sicuramente lo sposta un po’ più in là, sulla riva del Danubio.

E da lì farlo cadere in acqua è un attimo.

Pochi minuti dopo siamo seduti al tavolo di un ristorante lungo il fiume. Le luci del Ponte delle Catene si sono appena accese e tutto mi sembra bellissimo. Forse perché lo è, forse perché sono ubriaca, forse perché c’è più leggerezza dentro di me, forse – anzi, probabilmente – per tutte e tre le cose insieme. Mi gusto ogni boccone del mio pesce gatto, ogni sorso della mia acqua – né io né Nick osiamo bere altro alcol –, ogni nota che emette il trio che suona per gli avventori. Riconosco una ciarda e mi viene voglia di ballare come Leslie Nielsen e l’attrice che impersonava Mina in Dracula morto e contento. Che poi godersi la vita è anche questo: guardare un tram che passa, mangiare pesce gatto sul fiume, rilassarsi e perdere tempo in realtà guadagnandolo. Quando mi accorgo di trovare belli pure i posacenere a fiorellini con la scritta Budapest che troneggiano sui tavoli e i nugoli di insetti che si affollano intorno ai lampioni e intorno a noi, penso di essere impazzita, ma al diavolo tutto, io mi sento bene e questo è quello che conta. Metto in bocca uno dei fiori viola che decorano la mia cheesecake e sorrido al mondo.

«Anche io voglio brindare» dico a Nick.

«Ma abbiamo solo acqua».

«Non importa. Alza il bicchiere. Brindo a te, Ofelia a Marrakech. Volevo nasconderti al mondo, seppellirti, senza capire che invece dovevo solo lasciarti andare. Forse a volte tornerai da me, ed è giusto così, ma ti auguro buon viaggio. Salute!»

«Salute! Anzi, aspetta».

Nick, a cui ho raccontato di Ofelia durante l’aperitivo, tira fuori il telefono.

«Dobbiamo immortalare questo momento».

Si alza e si china accanto a me, col braccio teso.

«Ci stiamo facendo un selfie?» rido.

«Certo. Io, te e tutti questi insetti».

Metto in bocca un altro fiore; tengo il gambo tra i denti, lascio penzolare fuori i petali e avvicino la mia guancia a quella di Nick. Vedo il fiore come un appunto sull’importanza di non lasciare che gli altri, o le nostre stesse paranoie, ci facciano appassire.

Rientriamo subito dopo cena, visto che dobbiamo alzarci prestissimo. Mentre mi strucco, penso a quanto è bello viaggiare, a come apra la mente, a come allontanarsi dalla routine porti a vedere le cose da un’altra prospettiva, spesso meno drastica di quella che ci appare a casa.

Casa. Ma quale è poi la mia casa? Milano, la città dove sono cresciuta e dove sono tornata? O Parigi, la città dove sono fiorita e poi sfiorita? Quanti posti esistono in cui ci sentiamo a casa? Non c’è una risposta. Per alcuni la casa è solo una, ha delle pareti e una storia legata alla propria, per altri casa è un modo di essere e di stare bene. Si può essere di Palermo e sentirsi a casa in un caffè di Helsinki, oppure si può viaggiare ovunque anelando sempre il ritorno tra le mura domestiche. Siamo tutti diversi, abbiamo tutti case diverse. Per me casa è anche l’Île d’Oléron, dove mio nonno mi ha insegnato ad aprire le ostriche. È una panchina in Piazza San Fedele a Milano mentre mangio un dolce e guardo la gente. È Parigi, con le foglie morte dei suoi parchi in autunno.

Per Gaetano Ferri, il grande artista che non trova requie, forse casa è la ricerca, il non fermarsi mai, l’essere dappertutto e da nessuna parte allo stesso tempo.

Per Lucas, il figlio di Nick, magari un giorno casa sarà stare sotto i bombardamenti.

Mi chiedo che cosa sia casa per Nick. Senza pensarci troppo, gli mando un messaggio.

Cosa è casa per te?

Mentre mi butto sul letto per controllare la posta del lavoro – sono in ferie ma leggerle è un riflesso automatico –, mi arriva la risposta.

La cucina del ristorante dei miei, quella in cui sono cresciuto. I suoi rumori. I suoi colori. I suoi odori.

Mi viene in mente la cucina della casa che dividevo con Sami, quella in cui non sono più voluta rientrare. Le case possono essere anche trappole, a volte. Ho amato Sami, l’ho amato davvero. Poi l’amore è diventato paura, è diventato amore malato. Non so se posso perdonare Sami, nemmeno ora che non c’è più, ma so che posso perdonare me stessa per essere rimasta, in quel misto di paradiso – quando era gentile e di buon umore – e di inferno – quando era solo se stesso e io ero il suo punching ball.

(continua)

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