Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (19)

Vienna duomo

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – diciannovesima puntata (continua da qui)

Vienna, venerdì 10 agosto 2018

Mi sveglio presto per andare a correre e cercare di smaltire le quattro-cinquemila calorie coreane ingurgitate. Studio la mappa, ma non riesco a trovare un percorso convincente – non mi piace molto correre sui marciapiedi, preferisco i parchi, il verde o i fiumi – così, per la prima volta in vita mia, decido di sfruttare la palestra dell’hotel. C’è soltanto un’altra persona, un uomo che, probabilmente impietosito dal mio sguardo vacuo di fronte al tapis roulant, mi dà qualche dritta sul suo funzionamento. E non si ferma lì. Mentre corro mi fa delle proposte garbate ma inequivocabili e sono tentata di accettarle. È di bell’aspetto, elegante, pulito o così sembra, inglese impeccabile da uomo d’affari, modi distinti se non fosse che mi sta proponendo una botta e via, e io non faccio del sesso soddisfacente da tanto tempo, troppo tempo. Siamo adulti, sono adulta, magari è un trafficante di armi, un omicida o semplicemente un cretino; continuo a correre ma sento crescere in me il desiderio, come un fiume in piena. Ho voglia di fare sesso con quello sconosciuto, di lasciarmi andare, di riappropriarmi dell’urgenza del desiderio, di sentire il mio corpo fremere a contatto con un altro, di capire se sono ancora capace di provare qualcosa. Sono stata così attenta a soffocare la mente, che ho soffocato anche il corpo. Smetto di correre e lo seguo nella sua camera. Incoscienza e desiderio. Desiderio e incoscienza. Mi assicuro solo che abbia dei preservativi e poi lascio che siano i nostri corpi a comandare, prima nella doccia, dove mi lecca, dove lo lecco, e poi sul letto, dove continuiamo quello che abbiamo iniziato e ne traiamo piacere, senza freni.

Sì, il caldo mi sta dando alla testa. Speriamo venga presto a piovere.

Scendo a fare colazione immersa in una bolla. Ho fatto sesso, dell’ottimo sesso, con un tizio di cui non so nemmeno il nome e che non rivedrò mai più. Sesso senza limiti, senza finzioni, senza stupidi tabù, sesso che mi ha sfinita ma che allo stesso tempo mi ha rinvigorita. Il mio corpo funziona ancora e parecchio bene. So di nuovo lasciarmi andare, anche con un uomo. So assaporare il piacere, so mettermi in gioco, so rischiare, so essere irresponsabile. Ho finalmente tolto quel freno a mano che mi bloccava da tempo anche il corpo.

Viva l’Austria, viva Vienna, viva Sissi.

Ho fame. Tanta fame. Di colazione e di vita.

E almeno per quel che riguarda la colazione non vengo delusa. Mentre bevo uno smoothie arancia e zenzero, guardo le previsioni meteo, che ormai sono diventate la mia ossessione. Sembra che rinfrescherà e ne sono felice.

Nick mi ha chiesto se possiamo andare allo zoo. L’ho trovata una richiesta strana, per uno che fotografa gli animali nel loro habitat naturale e io stessa, con tutti i veterinari in famiglia, non so come pormi di fronte alla cattività. Lo zoo di Schönbrunn l’ho visto da piccola, come tanti altri, e non nego che vedere gli animali mi ha sempre entusiasmato, almeno fino a quando non ho cominciato a pormi problemi etici. Vivono male, vivono bene, fingo di credere che vivano bene solo per far tacere la coscienza?

Mentre finisco lo smoothie arriva Nick.

«Sei raggiante» mi dice. «Seppur pensierosa».

«Sarà merito di tutte le proprietà miracolose che dicono abbia lo zenzero» rispondo indicando il bicchiere vuoto e intanto dentro di me sorrido.

Ho ancora il piacere fisico sul volto, quindi.

Il castello di Schönbrunn ci accoglie più giallo di come me lo ricordavo. Forse lui è più da curcuma che da zenzero.

Fa un po’ meno caldo degli altri giorni e in cielo le nuvole mi fanno ben sperare. Ci perdiamo negli splendidi giardini, prima, e nei meandri dello zoo, poi. Ogni tanto scende qualche goccia di pioggia, ma niente che rinfreschi davvero. Passiamo le ore così, a camminare, mangiare hot dog e fotografare animali che fingiamo di credere felici, ma che forse non lo sono. È una vita più facile di quella nella foresta o nella savana, la loro, ma quanto avere coccole, cibo, un addetto che raccoglie la cacca e nessun predatore che rompe le scatole ripaga della mancata libertà? Noi umani lo facciamo spesso, alcuni ne sono addirittura felici; perché non potrebbero esserlo gli animali?

Ne parlo con Nick, ma non caviamo un ragno dal buco. Però mi piace guardarlo mentre a sua volta guarda gli animali – ha della tenerezza sul volto e la trovo una cosa bellissima.

Rientriamo in hotel che è pomeriggio inoltrato e decidiamo di prenderci qualche ora ognuno per sé. Io mi sdraio sul letto per occuparmi del diario, ma mi assopisco e quando mi risveglio sta piovendo.

Finalmente, finalmente!

Infilo velocemente la tenuta da corsa ed esco a correre. Corro a caso e assaporo ogni goccia che mi cade in testa, come poche ore prima ho assaporato ogni goccia di sudore, ogni respiro, ogni sensazione. Mi riapproprio del mio corpo, di nuovo. Lascio che la pioggia mi scorra addosso e lavi via tutto quello che non va.

Mi chiedo se gli animali dello zoo stiano facendo la stessa cosa. Chi può saperlo. Quello che so è che questo viaggio mi sta facendo un bene immenso.

(continua)

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