Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (8)

Macchine fotografiche

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – ottava puntata (continua da qui)

Al momento di tornare in albergo, Gaetano si accorge di aver lasciato a casa di David alcuni appunti che vuole riguardare prima di dormire, così ci facciamo lasciare dal taxi in rue d’Orchampt e poi, una volta recuperati, ci incamminiamo verso l’hotel a piedi. È molto tardi e senza turisti Montmartre ha tutto un altro aspetto. Davanti alla casa di Dalida mi torna in mente una mostra sui suoi abiti di scena che ho visto al Palais Galliera circa un mese prima di lasciare Sami, una domenica in cui lui mi aveva trattato come una pezza da piedi e io come al solito l’avevo lasciato fare. In una sala con alcuni dei suoi vestiti più belli c’erano dei piccoli schermi che mandavano spezzoni delle sue esibizioni. Laissez-moi danser, cantava Dalida e io ricordo di aver provato all’improvviso una rabbia folle contro Sami, ma soprattutto contro me stessa e le mie fragilità. Lì, in un raro momento di lucidità, ho capito che dovevo scrivere la parola fine. Io volevo ballare, ridere, urlare, piangere, senza paure e senza limiti, non volevo fare la fine di Dalida, non volevo nemmeno andarci vicino. Dovevo andarmene.

Ci sono riuscita soltanto un mese dopo, ma ci sono riuscita.

Parigi, martedì 17 luglio 2018

Il giorno dopo ci vediamo di nuovo a casa di David. Quando arriviamo sono appena passate le otto.

«Buongiorno Charlotte, buongiorno Gaetano» ci saluta sulla porta David, in procinto di uscire in tenuta da corsa. «Greg è in cucina con mio fratello. L’odore che sentite è colpa sua. Non fate complimenti. È un ottimo cuoco. Ci vediamo dopo, se sarete ancora qua».

«Arrivate giusto in tempo» ci dice Gregory quando entriamo in cucina – una cucina vera, di quelle spaziose e abitabili. «Quest’uomo ai fornelli è un mago e vi consiglio di approfittarne. Nick, ti presento il mio capo, Gaetano Ferri, e la sua collaboratrice, Charlotte Martini».

Parla in inglese e io e Gaetano ci adeguiamo. Nick Yacine è un uomo sui quaranta e a una prima impressione mi ricorda Mick Jagger, forse per il fisico e l’abbigliamento.

«Piacere di conoscervi. Greg mi fa troppi complimenti, ma è vero che mi piace cucinare. Ho imparato prima da mia madre e poi bazzicando i ristoranti di famiglia».

«Sei un cuoco?» chiedo curiosa.

«Assolutamente no. È un mestiere troppo faticoso. Sono stato nelle cucine per così tanto tempo da piccolo, che ogni velleità mi è passata in fretta. Lo faccio solo per piacere. Volete una crêpe? Greg mi ha costretto a farle, perché lui le adora, ma posso prepararvi anche altro».

«Abbiamo appena fatto colazione» dice Gaetano. «Ma il profumo è talmente buono che io accetto volentieri, grazie».

Ne prendo una anche io, semplice, burro e poco zucchero. È buona davvero.

Devo avere il piacere stampato in viso, perché Gregory mi dice: «Un peccato, vero, che Nick non faccia il cuoco? Sono anni che glielo ripeto, ma niente. Con tutti quei ristoranti in famiglia, fare il fotografo è uno spreco».

«Mi piace essere il parente povero» ci spiega Nick sorridendo. «Sono uno di quei tipi strani che passano le giornate fermi nei boschi per fotografare un bue muschiato, anche se per mangiare ogni tanto devo scendere a patti con le cose più commerciali, come tutti. Sono qui a Parigi per un servizio sul Musée Jacquemart-André».

«Lo adoro» esclamo con entusiasmo. Ed è vero, è un hôtel particulier ricco di fascino, bello da mozzare il fiato. «Poi, essendo fuori dal circuito turistico, è sempre mezzo vuoto, cosa che secondo me è un punto a favore».

«Ci vado stasera dopo l’orario di chiusura, quindi saremo solo io e il custode, presumo».

«Che fortuna. Ho sempre amato entrare nei musei quando sono chiusi. Per lavoro qualche volta l’ho fatto, ma non così spesso come avrei voluto. Prima di incontrare Gaetano, insegnavo storia dell’arte contemporanea alla Sorbona» spiego.

Mentre lo dico sento una piccola fitta nel petto, ma ricaccio indietro la nostalgia.

«Stasera puoi farmi da assistente, se ti va» mi propone di punto in bianco Nick. «Mi sono documentato, ma avere con me qualcuno del mestiere potrebbe essere utile. Se non sei impegnata con loro, naturalmente».

L’idea mi piace. Mi piace moltissimo. Guardo Gaetano, che annuisce. Accetto.

Passiamo un’oretta da David e poi ci spostiamo alla Monnaie de Paris, dove stanno allestendo la mostra. Mi immergo nei preparativi e mi lascio contagiare dall’atmosfera frizzante intorno a me. Vedo Ofelia a Marrakech, l’opera, in mezzo a una sala in attesa di trovare una collocazione e un sorriso amaro mi si dipinge sul volto, perché anche io non riesco proprio a capire dove devo mettere – e soprattutto cosa devo fare – con quella parte di me. Accettarla, credo, coglierne le sfumature, addomesticarla, farla coesistere con l’altra me ma non lasciare che la sopraffaccia.

Tutti abbiamo un lato più buio e non è detto che sia un male.

Alle sei sono davanti al museo in attesa di Nick. Lo vedo arrivare trafelato, con tutta l’attrezzatura.

«Sono in ritardo?» mi chiede in francese.

«No, sono io che sono in anticipo. Quindi parli francese».

«Non come vorrei. I miei genitori sono algerini e l’ho imparato da loro, come l’arabo, ma sono nato e cresciuto a Londra e noi inglesi pensiamo che tutto il mondo debba parlare la nostra lingua. Ti dispiace se lo pratico con te?»

«Certo che no» rispondo.

Mi sembra comunque che abbia una grammatica impeccabile e che il problema, se di problema si deve parlare, sia solo l’accento.

Per le successive tre ore lo guardo lavorare, gli racconto qualcosa sull’hôtel particulier quando me lo chiede e lo aiuto quando serve; per il resto sto al mio posto, ma gli sono grata per quell’occasione. Gironzolo per le sale, mi siedo nel giardino d’inverno, penso a Parigi, alla mia vita in questa città che chiamavo casa, a me stessa, a come ero e a come sono diventata. Mi colpevolizzo per come sono andate le cose – avrei potuto andarmene prima –, ma so che dovrei smettere di farlo. Lo facevo anche quando stavo con Sami; sono arrivata persino al punto di credere di meritarmi le ferite che mi infliggeva. Non mi toccava mai, usava solo parole e silenzi, ma io sentivo degli effetti fisici come quando si riceve un pugno inaspettato nello stomaco: prima lo stupore, poi il soffocamento, poi ancora il dolore e alla fine quella sensazione di essere un’idiota per aver offerto la possibilità di colpire. Mi mancava il respiro, sostituito da un dolore sordo che partiva dalla gola e arrivava in mezzo alla pancia, e rimanevo lì, in un misto di incredulità, paura e incapacità di reagire. Colpa mia, dicevo, che non sono abbastanza forte.

Ma è una stronzata, una grandissima stronzata. E mentre guardo le piante del giardino d’inverno, tutto mi appare più chiaro; mi rilasso e sollevo la testa, sollevo il mento, sollevo la Charlotte che forse ha sbagliato ma che non è mai – mai! – stata sbagliata.

Sono così immersa nei miei pensieri che mi accorgo di avere Nick accanto solo quando lo sento parlare.

«Ho finito. Posso offrirti qualcosa da mangiare per ringraziarti della compagnia?»

Entriamo nella prima brasserie che troviamo sul boulevard Haussmann. Beviamo del vino e parliamo più che altro di Parigi, di Gaetano e di animali. Gli dico che mio padre e mia sorella sono veterinari, ma i dettagli che affiorano della nostra vita privata sono veramente pochi. Siamo distesi, ma entrambi non avvezzi alle confidenze con gli sconosciuti e va bene così. Parliamo delle ferie imminenti: io gli dico che non ho ancora organizzato niente e che probabilmente andrò all’Île d’Oléron con i miei nipoti, lui accenna a un giro fotografico – per piacere e non per dovere – in alcune capitali europee. Restiamo vaghi, scherziamo, mi sento rilassata e mi godo la serata. Decidiamo di rientrare a piedi; si sta bene a Parigi e camminare non dispiace a nessuno dei due. Ci salutiamo davanti al Moulin Rouge e io mi sento in pace, sento la città scorrermi nelle vene. Ofelia a Marrakech è solo una figura sbiadita sullo sfondo, ma sono così abituata alla mia merda che stare bene mi sembra strano, come le persone amputate che raccontano di sentire ancora l’arto che non c’è più. Prendo il telefono e chiamo Maude, anche se è tardi. Ho bisogno di lei. Raccatto due cose in albergo e vado a dormire a casa sua.

(continua)

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter