PromemoriaIl debito covid chiamato futuro

Irrispettoso il paragone con i ricostruttori del secondo dopoguerra: oggi contro il covid non si guarda più al futuro

Da quando siamo entrati nel tunnel drammatico della pandemia, si sono approvati interventi a debito per un totale di 165 miliardi di euro, l’equivalente di almeno quattro manovre finanziarie diciamo “espansive” (quando il dato della crescita almeno sopra l’1%). Con la differenza però è che l’anno scorso abbiamo avuto un  crollo del Pil del 9-10 percento. Il risultato è che il sistema si regge su soldi prestati, tanto per non girarci intorno.  Si tratta dunque di un’overdose di sedativo finanziario, una montagna di debito poggiata su debito pregresso,  un narcotizzante economico che serve a lenire legittimamente  la contrazione  di domanda e offerta.  Ma in molti analisti serpeggia il sospetto che – al netto dei buoni propositi del ministro dell’economia Gualtieri –  questa  facile delega del deficit serve a scrollarsi di dosso i problemi e a scaricarli ai posteri.

Le forze politiche attuali (maggioranza e opposizione) non stanno compiendo nessun atto di coraggio se non rimandare senza compromettersi con gli scenari futuri ignorando la primavera “caldissima” all’orizzonte quando scesa la coltre di nube della faticosa  battaglia contro il covid, ci si risveglierà come Dante nel sesto canto dell’inferno ovvero camminando tra le anime adonate nel fango.

Noi passavam su per l’ombre che adona

la greve pioggia, e ponavam le piante

sovra lor vanità che par persona.

In altri termini, lo sblocco dei licenziamenti, il caos degli ammortizzatori sociali, il mancato dialogo imprenditori-sindacati e lo stallo politico potrebbero innescare una tragedia sociale devastante con in più sul groppone quel debito cattivo citando Mario Draghi.  Ciò che oggi può apparire  cinico e sgradevole è  in realtà un appello a guardare al futuro supplicando il dibattito pubblico a spostare l’attenzione alle questioni serie anziché ai finti “costruttori” di un già improbabile governo Conte Ter. Mettiamola brutale e diciamolo: a chi importa del destino del premier Conte,  dei cinquestelle, di Renzi  o dei centrini episodici composti  tra gli apolidi del parlamento? A chi sta a cuore – per esempio –  la scuola non solo in termini di apertura in presenza ma con una visione per i prossimi anni? A qualcuno dei Palazzi del potere interessa il paese di domani o gli emolumenti di oggi e fino alla fine della legislatura? Scostare il bilancio (sacrosanto per i cittadini) esime dal scostarsi dei destini della comunità nazionale?

Che il mondo non fosse preparato allo tsunami della pandemia è fuori discussione ma è ancora più certo che non era addestrato segnatamente il nostro paese colpito sia in termini di vittime che per disfunzioni sistemiche mai corrette. Fra queste atrofie si ritiene  insopportabile la mancanza di futuro, di  progettualità e di prospettiva di lungo respiro. Da qui il paragone buttato a casaccio in questi giorni con il secondo dopoguerra è irrispettoso non per la quantità di risorse previste ma per la qualità del dibattito fin qui ascoltato.  Sulle macerie di un conflitto sia interno che esterno come quello del 39-45 al tavolo della ricostruzione si sedettero senza egoismi tutte le forze democratiche di liberazione, anche i poli opposti. 

Le madri e i padri della neo repubblica italiana sapevano quanto fosse importante la nazione sentita al singolare e quanto fossero principi non negoziabili  il lavoro, la scuola e la ricerca, il tesoro inestimabile della bellezza artistica, musicale e letteraria,  la bellezza del paesaggio, il dialogo proattivo tra laici e credenti, l’uguaglianza dei cittadini e – cosa fondante – la cultura dei diritti mai disgiunta dai doveri che costruiscono entrambi la democrazia e la libertà.  In quel frangente della storia, poi, si comprese chiarissimo come  il tutto del paese era prioritario e fondamentale rispetto al frammento delle visioni particolari dei partiti che cedettero un po’ del loro per qualcosa di più grande.  Per questo furono  responsabili nel senso autentico del termine ossia abili-a-rispondere ai cittadini delle proprie azioni e  a testimoniare dinanzi alla comunità quanto promesso e quanto di realizzato. Ci misero la faccia e a loro dobbiamo tanto bene ereditato e il senso del concetto di responsabilità.  Attitudine che si è persa nel tempo fino ad appiattirsi quasi del tutto sul piano della coerenza politica e amministrativa, foraggiata da una sub-cultura dell’oblio per cui si alimentano le coscienze dei cittadini di stupidaggini ideologiche eccitanti e poi li si lascia più poveri, più ignoranti a sbrigarsela da soli mentre – sempre citando Dante – grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aere tenebroso si riversa. 

Se c’è un invisibile ma altrettanto costoso debito accumulato nel tempo del covid  è questo disinteresse per il futuro manifestato da tutto l’ecumene politico, eccetto come sempre alcune voci. Bisognerebbe chiedersi e lavorare sodo su chi vogliamo essere nei prossimi anni mentre cambiamo sotto i nostri occhi paradigmi ed equilibri geopolitici in fatto  di lavoro, innovazione, mobilità, servizi, infrastrutture fisiche e digitali, ecologia integrale. Questo debito imporrebbe una sorta di morale “vincolo di mandato” da parte di tutti dal centro destra alla sinistra radicale passando per i cinquestelle,  i quali per via del loro relativo peso parlamentare potrebbero dare un colpo di reni per un’evoluzione positiva della legislatura aprendo ad un esecutivo ricostruttore.

Anziché fare i kamikaze o vivacchiare,  potrebbero dare una lezione di generosità agli altri poli con un atto di  martirio politico con un governo di gente capace a risollevare un paese che sembra orfano di riferimenti e che ogni giorno fa i conti a prescindere da conte

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