Strani giorniLa scure di Facebook sui profili Lgbt+: l’omofobia però resta sul social

Facebook deve capire cosa vuole colpire, insomma: se la forma o la sostanza di certi commenti. Perché certo odio è sempre lì, esposto in modo anche molto elegante.

La scure di Facebook è implacabile, si sa. Se ne sono accorti molti profili, qualche settimana addietro, quando si sono visti limitare la possibilità di condividere contenuti. «Il tuo account è momentaneamente soggetto a restrizioni. Ti è stato temporaneamente impedito di condividere link. La restrizione durerà fino alla seguente data: domani alle ore…» è il messaggio che in molti e molte si sono visti recapitare, con l’amara sorpresa di dover limitare la loro azione nel qui ed ora del web. E il web è una dimensione in cui il momento giusto può fare la differenza tra viralità e oblio. Ergo, limitare un account non ha solo la funzione di bloccarne le possibilità di condivisione, ma può trasformarsi in una sospensione di esistenza.

Il blocco di massa di inizio luglio

Implacabilità, tuttavia, non significa anche razionalità. E le decisioni prese, pur con solerzia, non è detto che siano anche giuste. Il sito Bufale.net ha spiegato che il blocco di massa avvenuto i primi di luglio non è stato causato da problemi tecnici, bensì da precise scelte dell’azienda: «Il provvedimento è scattato verso coloro che hanno una colpa ben precisa […] In pratica, state ricevendo la notifica […]  perché avete condiviso troppi contenuti in un arco temporale ritenuto ristretto dagli standard di questo social network». L’anomalia, per Bufale.net, «risiede nel fatto che la piattaforma abbia preso provvedimenti in contemporanea per un elevato numero di utenti. Questo, probabilmente, non è mai successo». Lo scopo di questa misura, inoltre, «potrebbe nascere dalla volontà di limitare il fenomeno dello spam su scala globale». Nobile intento, quindi: limitare lo spam. Eppure…

Quando la scure di Facebook agisce a casaccio

Eppure le conseguenze sono state nefaste per chi, in quei giorni, voleva condividere contenuti anche importanti o di peso. Quando la scure cade, insomma, non importa quale testa fa volare via. La scure è un oggetto. La mano che la maneggia, invece, dovrebbe utilizzarlo con maggiore accortezza. Perché non è la prima volta che la censura colpisce a casaccio, limitando la possibilità di esprimersi di chi – soprattutto dentro il mondo dell’attivismo e, per essere ancor più preciso, di certo attivismo Lgbt+ – magari eccede nei toni, ma non trasmette contenuti che in una normale dialettica (anche democratica, nel senso più connotato del termine) possono essere bollati come coloriti, ma non violenti.

Fuori dalle righe, censurato per 30 giorni

Molto attivo sui social e anche nelle piazze romane, Milo Serraglia è un attivista transgender che conosce bene la scure di Facebook. Sarò sincero: conosco personalmente Milo e so che il suo fervore può travolgerti, a volte anche nelle maglie di una durezza che però è data dalla bontà dei suoi convincimenti. Asperità di carattere che, tuttavia, non possono essere ricondotte a fenomeni quali violenza, bullismo o discorsi d’odio. L’ultimo ban a cui è stato sottoposto è durato trenta giorni. Messaggi sopra le righe, ok. E l’utilizzo di termini quali “coglione”, “stupido”, “cazzate”, ecc. Sì, ok. La piattaforma non vuole ed è preferibile non farlo. Ma il contesto – quello stesso contesto per cui altri arrivano a giustificare battute di dubbio gusto, a sfondo razziale e omo-transfobico – dovrebbe ritagliare un ambito d’uso che sta dentro il luogo dell’agone politico, utilizzando il codice della vulgaritas da strada (e da militante di strada) che è tipico di un certo modo di fare del “romanaccio standard”. Certo, può non piacere e può sembrare eccessivo. Ma Facebook cosa ha deciso di punire, la forma o la sostanza? Perché la sostanza dei commenti di Milo, pur nella loro “sregolatezza”, non è violenta.

La scure di Facebook per un detto in romanesco

Destino simile al profilo di Giuliana Dea. Attivista femminista, anche lei utilizza un lessico popolare e variopinto che fa del disfemismo (anche dialettale) un’arma stilistica, anche molto pungente. In un suo commento ha scritto, a un altro utente: «Non insultiamo il romanesco, che è davvero utile in certi casi. Per esempio manna’ a fanculo lui e tre quarti d’a’a palazzina sua in italiano non ha davvero lo stesso effetto». Segnalata, bloccata per trenta giorni. Adesso, è vero che non basta un commento simile per finire tra le maglie della censura di Facebook. Ma sembra che bastino commentatori solerti, molte segnalazioni a più riprese, alcuni blocchi temporanei più lievi e la lettera scarlatta del profilo sotto osservazione si deposita sul tuo destino on line come una minaccia.

Nudità e partite: la censura di un attivista Lgbt+

Ne sa qualcosa l’attivista dell’associazione Lgbt+ Omphalos, di Perugia, Roberto Mauri. La sua denuncia arriva da Twitter, stavolta. Anche lui trenta giorni di sospensione per aver pubblicato una foto che gira sul web e, in particolare, sui social. Un uomo completamente nudo che festeggia la vittoria della sua squadra. Mauri ne fa un discorso di coerenza: come si può accusare il pride di essere sconcio, quando poi per una partita di calcio quella stessa nudità contestata alle marce dell’orgoglio diviene motivo di esibizione in pubblico? La scure di Facebook, tuttavia, non perdona: e il ban arriva, anche stavolta, cieco e implacabile.

Premiata per il suo lavoro sui diritti umani, bloccata per 60 giorni per un “idiota”

«L’ultima volta ho subito vari blocchi da un mese: uno dopo l’altro una ventina di blocchi, per una durata complessiva di oltre due mesi». È un lento stillicidio quello che denuncia Daniela Tomasino, attivista storica di Arcigay Palermo e tra le maggiori protagoniste del Palermo Pride. Per capirne il profilo politico, l’attivista siciliana è stata premiata, insieme a Porpora Marcasciano, con il prestigioso premio Human Rights Defender, riconoscimento che «arriva da parte di Amnesty International, che una volta l’anno sancisce il valore dell’operato di un singolo nell’ambito dei diritti umani» ricorda Repubblica.it. Eppure è bastato un “idiota”, detto magari in un momento di rabbia, per scatenare un ban che è durato tutto quel tempo. «Capisco che è una parola che non si deve dire» dichiara, sorridendo «ma mi sembra un’esagerazione». La cosa divertente, fa notare ancora Daniela, è che l’algoritmo si è messo a cercare tutti vari “scemo” che ha scritto nei suoi commenti. «Però poi cose molto gravi vengono tollerate senza problemi», ammette ancora.

Non riconoscere il contesto: la denuncia di Andrea

Ultima, in ordine d’arrivo, la denuncia di Andrea Manfredi, figlio di attivisti storici di Agedo – i suoi genitori hanno fondato l’associazione che raccoglie genitori e amici delle persone Lgbt+ nel capoluogo piemontese – che per aver usato la parola “frocio” ha subito un ban molto pesante. «Per l’ennesima volta il mio account è stato bloccato perché all’algoritmo di Facebook sono totalmente sconosciuti sia il contesto sia il senso dell’ironia e della autoironia. Questa volta devo stare un mese senza poter pubblicare e il mese coprirà anche il 5 agosto che è l’anniversario della morte di mio padre per il quale non potrò scrivere nessun post a ricordo di quel giorno grazie alla assurda policy di FB» scrive, su un profilo gemello creato per aggirare il blocco. E qual è la ragione di questa censura? «Mi blocca se io, gay, mi do ironicamente del fr0c1o da solo [..] In cambio proliferano profili che inneggiano all’omofobia, al fascismo, al razzismo, all’odio, ai no vax, ai terrapiattisti, etc» scrive in un lungo sfogo.

Le pagine degli omofobi, intanto…

Tutto questo di fronte alla presenza di profili e pagine, a cominciare da quelle di ben noti politici che hanno fatto dell’omofobia moneta ideologica della loro presenza sui social, in cui si attaccano quotidianamente le persone Lgbt+ e le loro famiglie con ogni fake possibile e immaginabile. Eppure, certi commenti e certe condivisioni restano lì, a bella vista. Certo, sono furbi certi personaggi. Non si permettono di scrivere insulti diretti. Ma possiamo osservare e leggere stati, lasciati quasi completamente indisturbati, in cui si parla della “minaccia gender” nelle scuole, in cui si dice che i diritti la lobby gay vuole cancellare i nomi di “mamma” e “papà” per sostituirli con “genitore 1 e 2”, in cui si vuole distruggere la famiglia tradizionale e molto altro ancora. Che non scomodano nessun vaffanculo, che non includono termini quali “cazzo” o “stronzo”, ma che sanno essere – questi sì – molto violenti nei confronti di una comunità che chiede solo attenzioni giuridiche migliori rispetto a quelle fin ora riservate. Che chiede maggiore presenza rispetto all’invisibilità in cui il nostro diritto l’ha relegata fino ad oggi. E, come si diceva in apertura, un ban molto pesante si può configurare come sospensione di esistenza. Cosa che diviene molto più problematica, da accettare, per quelle realtà costantemente marginalizzate da media e discorso pubblico.

Attaccare la forma o punire il contenuto?

Non voglio dire, ovviamente, che Facebook strizza l’occhio a certi personaggi, per censurare militanti e persone Lgbt+ impegnati in prima linea nella lotta contro l’odio. Mi rendo conto che certe misure sono nate per creare un ambiente di discussione quanto più salubre possibile. Eppure, bisogna capire che lo strumento predisposto non è utile allo scopo prefissato. L’odio on line è sempre lì. Le persone che lo combattono, forse per una questione di forma (almeno secondo gli esempi citati), vengono silenziate per un “coglione” fuori posto, magari in un momento concitato. Facebook dovrebbe rivedere, insomma, i criteri di interpretazione di un linguaggio le cui sfumature che non possono essere affidate a un algoritmo o a qualche distratto moderatore che finisce per fare le veci del censore. Come già detto prima, si deve capire cosa vuole colpire, insomma: se la forma o la sostanza. Perché la sostanza di un certo odio è sempre lì, esposto in modo anche molto elegante, di fronte agli occhi di tutti noi. E la scure di Facebook, così come la mano di chi la fa calare sui nostri destini telematici, non sembra accorgersi di quello che – a lungo andare – rischia di divenire un abuso. Contro le persone che si dice di voler proteggere.

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