Il sì di Mattarella avalla il fallimento della politica

Ci è riuscita: la politica ha costretto Sergio Mattarella a rimangiarsi la parola. Un risultato che crea un vulnus per la nostra Costituzione

Si dirà che il divieto della rielezione impedisce la riconferma del migliore, ove il Paese abbia avuto la fortuna di esprimerlo e di portarlo a Capo dello Stato; ma si ricordi che il migliore cesserà d’esser tale quando sarà diventato l’insostituibile” (Guido Russo Perez, gruppo del Fronte Liberale e Democratico dell’Uomo Qualunque, Assemblea Costituente, 21 ottobre 1947).

Ci è riuscita: la politica ha costretto Sergio Mattarella ad un altro mandato. Contro la sua volontà e nonostante le sue ferme obiezioni. Un risultato fallimentare. Un vulnus per la nostra Costituzione.

Si trattava di rinnovare il primo motore immobile della nostra Repubblica. Un’occasione per la politica di misurarsi con se stessa, le proprie capacità di dialogo, di sintesi e compromesso. Un’occasione mancata clamorosamente.

La conferma di Sergio Mattarella non serve realmente al Paese. Questa è la versione romanzata che sentirete adesso dai tweet vuoti delle segreterie.

La conferma di Mattarella serve alla politica a conservare le proprie posizioni. È questo lo spirito con cui Sergio Mattarella risale al Colle: il terrore di dover andare a casa e non essere più eletti di quei parlamentari (soprattutto del M5S, stando alle cronache) che hanno cominciato ad indicarlo con insistenza dal quarto scrutinio (166 voti). Complice anche – paradossalmente, per quanto riguarda almeno i 5S – il vistoso taglio al numero dei componenti dell’assemblea.

Sono davvero curioso di sentire le ragioni con cui Sergio Mattarella giustificherà l’essersi rimangiato una parola data così tante volte e in maniera così ferma.

Perché le sue obiezioni alla rielezione avevano molto senso.

Certo che la Costituzione non lo vieta, ma la durata del mandato presidenziale è così ampia (sette anni), da far ritenere inopportuni dei prolungamenti, quantomeno per non legare troppo l’istituzione alla persona. Ogni eccessiva personalizzazione di un’istituzione finisce, infatti, per indebolire l’istituzione stessa.

Per questo la rieleggibilità del Presidente della Repubblica – seppur non vietata – è stata spesso considerata un po’ un tabù, un’ipotesi di scuola. La temporaneità delle cariche in democrazia assume infatti un valore fondamentale e pensare ad una simile carica (che non è sfiduciabile come i membri del governo) rivestita dalla stessa persona per 14, 21 o più anni è sempre apparso a molti come qualcosa di dissonante rispetto alla Repubblica pensata dai costituenti.

Un tabù che non poteva dirsi rotto dal precedente di Napolitano, perché allora il Presidente fu chiaro sul carattere straordinario di quanto stava accadendo e legò l’accettazione della carica ad una sua durata limitata, tra l’altro strigliando non poco i partiti per la richiesta che gli venne rivolta.

I leader di maggioranza avranno sicuramente dipinto a Mattarella scenari foschi in caso di sua indisponibilità: mutamento degli assetti in Parlamento e conseguente crisi di governo, Pnrr a rischio, incapacità di far fronte alla pandemia, alla crisi in Ucraina e a quella energetica.

Dal canto suo Mattarella si richiamerà al consueto senso di responsabilità. Ma stavolta avrà meno presa, perché, per una ragione o per l’altra, l’emergenza finisce sempre per costituire il registro costante della politica italiana. Una narrazione che francamente avrebbe un po’ stancato.

Insomma ci racconteranno che si voleva evitare una crisi politica proprio adesso. Ma la crisi politica si presenterà comunque fra un anno alle prossime elezioni, per cui ha senso la provocazione di chi sostiene che si sono scambiati 7 anni di presidenza per un altro anno di legislatura.

Fra un anno, inoltre, non avremo certo definito gli obiettivi del Pnrr, che prevede il completamento di scadenze alla fine di ogni trimestre fino al 2026.

Per questo è giusto parlare di fallimento della politica.

C’era da riavviare la macchina, sostituire l’ingranaggio principale che tiene in movimento tutti gli altri: «un vero e proprio giroscopio costituzionale, capace di tenere in asse la macchina delle istituzioni e la convivenza civile nonostante gli inevitabili scossoni cui la dialettica politica e sociale, nel corso del tempo, le sottopongono» (così il costituzionalista M. LUCIANI, Un giroscopio costituzionale. Il Presidente della Repubblica dal mito alla realtà, in Rivista AIC, n. 2/2017).

L’ingranaggio era da sostituire non perché rotto, ma perché l’insistenza con cui Sergio Mattarella aveva sottolineato l’inopportunità di una rielezione aveva molto senso costituzionale. La ritrattazione di quel rifiuto, invece, apre un vulnus che molti studiosi della materia avrebbero preferito evitare.

Quel rifiuto è il motivo per cui le segreterie di partito si erano inizialmente tenute lontano dall’ipotesi di una rielezione: si trattava di una cosa seria.

Solo l’impasse in cui le segreterie si sono cacciate ha reso la spinta di quei pochi peones, che dalla quarta votazione hanno iniziato a insistere sul nome di Mattarella, sempre più forte e rumorosa.

E questo ci porta dritti dritti allo spettacolo mortificante inscenato dagli attori principali: sedicenti kingmaker molto bravi a chiacchere, ma che in realtà non contano nulla e che nemmeno conoscono l’origine del termine; la donna invocata come risorsa in quanto tale (di chi si possa trattare lo si vedrà ); conciliaboli carbonari in cui nessuno si fida di nessuno; leader che lanciano nomi in ordine sparso senza alcuna strategia e senza presa sulla propria base parlamentare.

Il momento più alto della politica interpretato come un sabba anarchico svela definitivamente tutto il dilettantismo della classe dirigente che siede nell’attuale Parlamento. Compresi sedicenti leader che stanno in politica da decenni e che senza l’amplificatore deformante di un social network rivelano una pochezza e una visione strategica disarmanti.

Sullo sfondo (perché quello è il luogo ideale dell’attuale classe politica: lo sfondo) la persistente assenza di una visione sul futuro del Paese e le riforme necessarie (a cominciare dalla legge elettorale).

Una politica che sceglie di non decidere. Una politica in prestito: brava a ratificare decreti legge, ma per tutto il resto non pervenuta.

Si dirà che la classe politica sarà sempre lo specchio della società che la elegge. Il che, però, è vero solo in parte se si pensa ai numeri dell’astensione e al fatto che da anni i rappresentanti lavorano sulle regole per rendere più difficile un ricambio fisiologico (un esempio per tutti: l’esenzione per i partiti che siedono già in Parlamento dalla raccolta delle firme per presentarsi alle elezioni).

Nella seduta dell’Assemblea costituente del 21 ottobre 1947 il deputato del Fronte liberale e democratico dell’Uomo Qualunque Guido Russo Perez spiegò che il solo modo di evitare che la figura del Presidente assumesse troppo potere fosse proibirne la rielezione.

“Si dirà – disse il deputato – che il divieto della rielezione impedisce la riconferma del migliore, ove il Paese abbia avuto la fortuna di esprimerlo e di portarlo a Capo dello Stato; ma si ricordi che il migliore cesserà d’esser tale quando sarà diventato l’insostituibile”.

Si discuteva dell’opportunità di riservare al popolo la scelta del Presidente.

Una modalità accantonata dai padri costituenti, che la prova data dalla politica di oggi fa tornare di grande attualità.

p.s.: qualcuno avvisi i partiti che adesso con Draghi non si tratta più

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