23 Novembre Nov 2013 1030 23 novembre 2013

Frederick Rolfe, memoria dei gondolieri di Baron Corvo

Letteratura gay veneziana

Bellini Miracolo Sul Ponte Di San Lorenzo

Quando è morto, cento anni fa, in molti avranno tirato un sospiro di sollievo. Di sicuro quelli a cui tentava, con sempre minor successo, di spillare soldi, ma ancor di più quelli che aveva immortalato,loro malgrado, nel suo libro Il desiderio e la ricerca del tutto.

Frederick Rolfe, detto il Baron Corvo, una delle figure più controverse della letteratura, moriva a Venezia il 25 ottobre 1913. Prete mancato e omosessuale dichiarato, si accompagnava a giovani gondolieri, quasi tutti minorenni. Oggi sarebbe finito in carcere, al tempo – arriva a Venezia nel 1908 – quando quei ragazzi avevano cominciato a vogare a sette-otto anni, la percezione era diversa.

Rolfe nasce a Londra nel 1860, si converte al cattolicesimo e vuol farsi prete. A Roma frequenta il Collegio scozzese, da cui viene cacciato. Non si sa perché, ma alla luce di quel che sarebbe successo poi è facile immaginarlo. Girerà sempre con una croce esageratamente grossa appesa al collo, e scriverà con una penna stilografica altrettanto esagerata, una Waterman grande almeno tre volte le penne normali. Conosciuto come Baron Corvo, scrive alcuni libri di discreto successo, come Adriano VII (1904), in cui immagina che un protestante sia diventato papa (e non è difficile capire che parla di se stesso). Nel 1908 va a Venezia e non ripartirà più. Muore, letteralmente muore, di amore per la città: trascorre periodi di devastante povertà in cui dorme in barca o trascorre notti insonni passeggiando lungo la spiaggia del Lido (dove viene fermato dai carabinieri, in pattuglia per impedire che qualcuno prelevi acqua di mare per ricavarne sale, al tempo monopolio di stato). Quando gli arriva l'anticipo per un nuovo libro, lo scialacqua girando in una gondola a quattro remi (il privilegio di quattro gondolieri era riservato ai soli regnanti) e ornata di pelli di lince e leopardo. Lo sappiamo perché l'ha descritta un viaggiatore americano, John Cowper Powys: «A poppa, disteso su una pelle di leopardo, c'era un personaggio che era uno degli scrittori più stravaganti e uno degli uomini più seducenti dell'universo mondo». È sepolto nel cimitero veneziano di San Michele in Isola, in una tomba che per lascito non sarà esumata.

La comunità anglofona di Venezia, al tempo molto numerosa, ormai lo odiava. Si erano ritrovati effigiati nel suo libro – Il desiderio e la ricerca del tutto – in termini non proprio lusinghieri. Horatio Brown, storico, il più anziano e rispettato tra gli stranieri a Venezia: «Un tipo goffo, dalla faccia bluastra chiazzata di rosso, dagli occhietti invisibili e dalle labbra contratte». I coniugi Ragg, che lo avevano aiutato: «Futili, superficiali, incapaci di concludere qualcosa di concreto, anelavano a frequentare l'alta società (i vestiti, e le pellicce e le piume, e i fronzoli di lei costavano quattrini); privi di vigore fisico, d'una decisa superiorità intellettuale o di una energia dominante, non erano che meschine creature». Ma soprattutto Lady Layard, indiscussa sovrana degli anglo-veneziani, moglie di Henry Austen Layard, diplomatico e archeologo (è lui a scoprire Ninive), che a Venezia riunisce una incomparabile collezione di dipinti. La raccolta è oggi alla National Gallery di Londra, il pezzo più prezioso è il celeberrimo ritratto di Maometto II, di Gentile Bellini: «Era una di quelle femmine scarne, ma coperte di ciuffi di peli, con una lunga faccia equina che ella (naturalmente) prolungava ancora con un alto e sottile cappellino appollaiato sul cocuzzolo della testa e ornato con rigide gale verticali, simili alle orecchie di una giumenta caparbia». Quando la donna muore, il Corvo ne segue il funerale con la propria barca, urlando improperi e contumelie all'indirizzo della defunta lungo tutto il Canal Grande. 

Ma tutto questo sarebbe nulla, rispetto a ciò che non verrà pubblicato lui in vita (e a lungo anche dopo), le Venice Letters. Si tratta di 23 lettere e due telegrammi, scritti tra il 1909 e il 1910, e indirizzati a un amico inglese, Charles Masson Fox, di Falmouth, omosessuale pure lui, al quale il Corvo illustra la qualità dei gondolieri veneziani, in particolare i tre preferiti: Zildo Vianello, Carlo Caenazzo e Piero Venerando. Non si risparmia i particolari.

«Ho incontrato Piero sulle Fondamenta Nuove. Gli ho spiegato quanti soldi esattamente avessi e gli ho offerto tutto quel che mi rimaneva, oppure di andare a spassarcela assieme per un giorno. Ha immediatamente scelto la seconda opzione. “Il mio piacere è stare col mio paròn”, ha detto. È bello che un ragazzone di diciassette anni sia così dolce. Ha preso il mio bagaglio – avevo una cartella piena di fogli per dare l'impressione di essere occupato da affari – e ha detto di essere a mia disposizione. Siamo andati a Burano dove abbiamo pranzato con bistecche, formaggio e vino, non nell'albergo dove sei andato tu, ma in un altro nella stessa strada. È stata una giornata del diavolo: neve per tutta la notte, e neve a Burano alta un buon metro e continuava a nevicare.

Poi Piero e io siamo saliti al piano di sopra. Non ho mai visto nessuno liberarsi dei vestiti come ha fatto lui – come un fulmine – deve essersi slacciato le scarpe e sbottonato tutto mentre saliva. Quindi si è girato verso di me. Era tutto rosso, arrossito di piacere, i suoi occhi brillavano e le sue dita tiravano i miei vestiti con impazienza. E il suo uccello, mio dio! Appena mi sono tolto il maglione si è gettato sul letto, di traverso come sa che mi piace, la gola in su, caviglie incrociate, cosce unite e corpo in attesa. 

La stretta di entrambi è stata stupefacente. Non ho mai saputo di poter amare o essere amato così appassionatamente con così tanta parte di me da così tanta parte di un altro. Abbiamo semplicemente cavalcato assieme. Nemmeno una briciola di me non ha fatto la sua parte. E la fine è arrivata in simultanea per entrambi. Una lunga astinenza ci aveva fatto perdere l'autocontrollo. Lui non riusciva, semplicemente non riusciva ad aspettare il suo turno, e ci siamo avvinghiati ansimando e zampillando torrenti: torrenti. Poi abbiamo riso e ci siamo baciati, rotolati e puliti a siamo andati a letto per dormire, abbracciati. Il suo respiro era delizioso. Premeva il suo bel petto e ventre sul mio, e le nostre braccia e gambe si allacciavano assieme. Così ci siamo siamo addormentati. Una voce gentile mi ha svegliato: “Sior, sior, sior, compermesso!” Il suo membro era turgido e pronto. L'ho preso su di me: “Lentamente, ma forte come ti piace”. Dopo il suo fremito è venuto il mio turno d'eccitazione. Abbiamo ricominciato. “Oh che bel divertimento”, ha detto Piero stringendomi mentre venivamo. Gli ho chiesto se avesse succhiato. No, non l'aveva mai fatto né mai gli era stato fatto, ma lo avrebbe fatto volentieri a me. Ha bevuto? Sì. Riguardo al trattamento posteriore l'ha definito “brutto”. Zildo glielo ha fatto una notte e lui l'ha picchiato per esser stato così “brutto”. Siamo tornati a Venezia con il vaporetto delle 17.30. Al momento di partire gli ho dato i soldi che mi rimanevano. Che amante che è quel ragazzo!»

Si può facilmente capire perché questo carteggio sia rimasto tanto a lungo inedito. Il primo a pubblicarlo, nel 1974, è stato Cecil Woolf, figlio di Virginia, che negli anni Sessanta, a Venezia, aveva pure intervistato un ormai molto anziano Piero Venerando (il testo dell'intervista è andato perduto in un incendio). A corredo del libro, Woolf pubblica anche alcuni disegni di giovanetti nudi, realizzati dal Corvo. Nell'abitazione di Rolfe c'erano numerosissimi disegni e fotografie che il console britannico corre a scaraventare nel Canal Grande, non appena lo scrittore muore. Ora, cento anni dopo, quelle scandalosissime lettere escono per la prima volta in italiano. E, per uno strano scherzo che forse al Corvo sarebbe piaciuto, in due edizioni diverse, entrambe pubblicate a Venezia, che vedono la luce all'insaputa l'una dell'altra e a pochi giorni di distanza. Lettere veneziane, traduzione di Paolo Orlandelli (€ 10,00), pubblicato da Franco Filippi (attenzione: i Filippi, editori a Venezia da oltre cento anni, ora sono due; bisogna rivolgersi a quello giusto), contiene in più Tre racconti su Venezia, tradotti da Annalisa Bertan. L'altra edizione si intitola Lettere da Venezia, traduzione di Enrico Ricciardi, edizioni “La biblioteca essenziale” (€ 20,00) si tratta di opere stampate e rilegate con carte marmorizzate prodotte dallo stesso Ricciardi, e differenti l'una dall'altra. Tiratura di 200 esemplari, da personalizzare (enrianni1@gmail.com).

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