Le denunce di Bagheria
3 Novembre Nov 2015 1425 03 novembre 2015

“Chi paga il pizzo oggi o è stupido o è colluso”

Parla Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Palermo: «Lo Stato è finalmente vicino. Gli imprenditori che denunciano non corrono pericoli, chi sceglie di non denunciare preferisce le scorciatoie al libero mercato»

Borgo Vecchio Factory
Uno dei graffiti del progetto Borgo Vecchio Factory, un’operazione di riqualificazione di un quartiere di Palermo portata avanti dal mondo associativo attraverso un sistema di crowdfunding (foto: cortesia Luca Savettiere, Flickr Creative Commons, www.indiegogo.com/projects/borgo-vecchio-factory)

Nessun giro di parole, né tentativi successivi di smussare le dichiarazioni: «Chi paga il pizzo oggi o è uno stupido o è un colluso. E in entrambi i casi non può fare l’imprenditore». Alessandro Albanese è il presidente di Confindustria Palermo. Come Ivan Lo Bello prima e l’attuale presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, ha sposato la linea dura degli industriali siciliani sia contro chi il pizzo lo chiede sia contro chi non si ribella al sistema, perché «oggi lo Stato è presente e appellarsi alla mancanza di coraggio non è più possibile». Dall’associazione Addiopizzo lo definiscono “uno vicino alla nostra rete anti-racket”, mentre Confcommercio lo criticò non poco quando la sua associazione disse che il 90% dei commercianti del centro di Palermo sottostà al giogo dell’estorsione. Ieri, lunedì 2 novembre, Albanese si è goduto una vittoria della linea del rigore: la denuncia da parte di 36 commercianti e imprenditori di Bagheria, centro del palermitano noto per la storica presenza mafiosa, nei confronti di 22 malavitosi. Linkiesta lo ha raggiunto al telefono.

Da dove nasce un’operazione del genere? Qual è il percorso che c’è dietro?

Nasce in primo luogo da un’azione delle forze dell’ordine, che hanno seguito efficamente la strada della repressione. Ma nasce anche dal fatto che gli imprenditori stanno cominciando a capire che non c’è alcuna convenienza a pagare il pizzo. Né dal punto di vista economico né dal punto di vista sociale e morale. A questa consapevolezza si è arrivati per un’azione incontrovertibile partita dagli industriali di Caltanissetta e che si sposta ora verso le categorie dei commercianti e degli artigiani. La vera novità dell’operazione di Bagheria è che non coinvolge più, com’era avvenuto in precedenza, centri industriali come Carini, il quartiere Brancaccio o Termini Imerese, ma avviene in un piccolo centro ad altissima densità mafiosa. È evidentemente frutto del convincimento che chi denuncia oggi abbia dietro lo Stato. Oggi anche chi ha pagato per molto tempo può dire: “non ci sto più, posso permettermi di ribellarmi”.

Uno degli scorci della Farm Cultural Park di Favara (Ag), progetto di riqualificazione del centro storico tramite l’arte (foto: cortesia Luca Savettiere, Flickr Creative Commons)

“Gli imprenditori stanno cominciando a capire che non c’è alcuna convenienza a pagare il pizzo. Né dal punto di vista economico né dal punto di vista sociale e morale”

Alessandro Albanese, presidente Confindustria Palermo

Cosa succede a chi denuncia il pizzo oggi? C’è un accompagnamento da parte delle associazioni di categoria e dello Stato?

C’è un accompagnamento, c’è una casistica approfondita a dimostrarlo. Confindustria non è un’associazione anti-racket, ma ha fatto accordi con le principali realtà di questo tipo: la Fai (Federazione Antiracket Italiana), Libero Futuro e Addiopizzo. Una volta che denuncia, l’imprenditore ha una squadra accanto, facciamo fronte comune. Non penso che ci siano stati casi né di pericolo di sopravvivenza, né di pericolo di sopravvivenza dell’azienda. Qualche imprenditore che ha fatto attivismo anti-mafia ha avuto bisogno della protezione della scorta. Ma quello che deve essere chiaro è che nella maggior parte dei casi non è necessaria la scorta: se si denuncia si ha accanto la gran parte della popolazione e questa è una sorta di assicurazione contro la mafia.

“La vera novità è che la denuncia è avvenuta in un piccolo centro ad altissima densità mafiosa come Bagheria. È evidentemente frutto del convincimento che chi denuncia oggi abbia dietro lo Stato”

Borgo Vecchio Factory (foto: cortesia Luca Savettiere, Flickr Creative Commons)

Ivan Lo Bello, ex presidente di Confindustria Sicilia, disse che oggi Libero Grassi (ucciso dalla mafia nel 1991 per aver denunciato il pizzo, ndr) non sarebbe morto, perché non sarebbe stato solo. Gli imprenditori hanno imparato a lottare insieme, andando oltre gli individualismi?

Libero Grassi fu lasciato solo, anche da parte delle associazioni di categoria. Abbiamo chiesto scusa ai familiari per questo. Oggi avrebbe avuto attorno il mondo del sociale e anche gran parte della politica pura. Il modo peggiore per far uccidere una persona è isolarla.

Un imprenditore a cui viene chiesto il pizzo ha possibilità di scegliere o è una vittima senza possibilità di scelta di fronte alle minacce?

Voglio essere chiaro: oggi chi paga o è uno stupido o è un colluso. In entrambi i casi non può fare impresa. Ha tutte le possibilità di denunciare, non ha più la possibilità di appellarsi alla paura. Sono giunto alla conclusione che oggi chi paga vuole un beneficio, cerca una scorciatoia rispetto allo stare nel libero mercato. Con questo meccanismo si mette un velo sulla concorrenza e si droga il mercato, come dimostra il caso dell’edilizia. Quello che garantiscono i mafiosi a chi accetta di pagare il pizzo non è la “pax” (la possibilità di svolgere un’attività senza minacce, ndr) ma l’ottenimento di favori: io ti faccio vincere un appalto e in cambio ti chiedo il pizzo. È il sistema di penetrazione mafiosa che permette alla malavita di entrare in tutti i settori dell’economia. Al contrario, chi non paga vuole riaffermarsi nel libero mercato e non vuole sottostare al giogo mafioso.

“Quello che deve essere chiaro è che nella maggior parte dei casi non è necessaria la scorta, perché se si denuncia si ha accanto la gran parte della popolazione e questa è un’assicurazione contro la mafia”

Farm Cultural Park, Favara (Ag), progetto di riqualificazione del centro storico tramite l’arte (foto: cortesia Luca Savettiere, Flickr Creative Commons)

In una audizione alla Commissione Antimafia, nel 2014, Lo Bello e l’attuale presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, dissero che il prossimo muro di omertà da far cadere è quello dell’usura. Cosa si può fare su questo fronte?

Quello dell’usura è davvero un tema su cui bisogna spendersi. Il primo problema è che l’usurato spesso vede l’usuraio come un “salvatore”. Ci sono strumenti per fare emergere l’usura, ma lo strumento reale è quello di prevenire le situazioni estreme e per questo bisogna fare sistema con il mondo bancario. Oggi le banche dicono che non hanno libertà di scelta e che i crediti sono vincolati dalle regole di Basilea II e III. L’imprenditore che non accetta l’idea di fallire finisce per arrivare in condizioni disperate e vede l’usuraio come l’unico che lo può salvare. Bisogna quindi riuscire a intervenire in tempo, tramite accordi con il sistema bancario e attraverso un’azione di tipo culturale.

“Oggi chi paga o è uno stupido o è un colluso. In entrambi i casi non può fare impresa. Ha tutte le possibilità di denunciare, non ha più la possibilità di appellarsi alla paura”

Di fronte a un business del pizzo che sembra in crisi, anche per le difficoltà economiche dei commercianti, le principali attività mafiose sembrano concentrarsi su droga e riciclaggio. Su quest’ultimo fronte il governo ha agito per combattere l’autoriciclaggio, ma ha anche alzato a 3.000 euro il tetto per i pagamenti in contanti. È un messaggio sbagliato?

Non penso che i 3.000 euro possano incentivare il riciclaggio, possono invece dare un’iniezione alle piccole attività commerciali. La lotta al riciclaggio si fa in primo luogo guardando meglio le situazioni in cui il patrimonio si accumula in modo troppo veloce nel contesto in cui si opera. Lo vedo anche nel settore della mia azienda, quello dei mobili, e ho denunciato situazioni anomale. Anche in questo caso esistono gli strumenti di contrasto, come la legge sul sequestro dei patrimoni. Ma servirebbero soprattutto strumenti, diversi dagli studi di settore, per monitorare gli accumuli di capitale sospetti.

La Sicilia ha ancora zone in cui cui non è partita la lotta contro il pizzo? Se la “rivolta” partì da Caltanissetta e si è estesa a comuni come Bagheria, sembra che la zona di Catania sia più indietro.

In Sicilia ci sono ancora aree in cui non si denuncia niente, spesso accade in molti piccoli paesi. Serve uno sforzo ancora più condiviso. Noi qualche mese fa abbiamo avuto una forte polemica con Confcommercio. Abbiamo tirato fuori i dati su una zona del centro di Palermo in cui gran parte degli imprenditori ancora pagavano il pizzo. Confcommercio ha contestato i dati. Noi però insistiamo nel dire che non possiamo tollerare che un fenomeno del genere accada non in quartieri difficili come lo Zen o il Librino a Catania, ma in una zona centrale in cui ci sono tutti gli strumenti culturali per contrastarlo.

Lei ha detto che sta tornando la fiducia nello Stato. La Sicilia è però attraversata quotidianamente da scandali, in ultimo nel sistema dei trasporti. La politica non fa la sua parte?

Purtroppo gli scandali li vediamo al Sud ma anche al Nord, come dimostrano le varie inchieste su Mose, Expo e Mafia Capitale. Quello della corruzione è un fenomeno che si fa fatica a debellare in tutta Italia. Sulla politica regionale, ho avuto più volte parole di sconforto. In Sicilia la corruzione degli ultimi anni è figlia di una legge regionale, la numero 10 del 2000, che ha delegato alla burocrazia molte scelte strategiche. Ma il compito della politica è proprio fare scelte, non si può limitare a degli atti di indirizzo. Da questa mancanza di assunzione di responsabilità nasce la corruzione e il disallineamento, trasversale, tra le aspettative dei cittadini e quello che fa nella realtà la politica.

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