27 Novembre Nov 2015 1425 27 novembre 2015

“Salviamo la Libia, prima che crolli sotto i colpi dell’Isis”

Secondo l’analista Mattia Toaldo, dell’ Ecfr, il progetto di far nascere, con la diplomazia, un accordo per avviare la risoluzione della crisi libica, è un sogno non impossibile. Dopo il fallimento di Bernardino Leon, altre ipotesi sono in campo. Ma su tutto, incombe l’incubo del collasso economico

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«Roma deve diventare per la Libia quello che Vienna è per la Siria», suggerisce Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa del Senato, intervenendo al dibattito organizzato dall’European Council on Foreign Relations, “Dopo Parigi. Terrorismo, una minaccia crescente?”, ed esprimendo un concetto ripreso ieri da Matteo Renzi nel suo incontro con François Hollande. Mattia Toaldo, analista dello stesso think tank, uno dei massimi esperti continentali di Libia, intervistato da Linkiesta a margine dell’incontro, annuisce: «È quello che è mancato sinora, perché si è sempre pensato che la soluzione potesse passare attraverso il lavoro delle Nazioni Unite».

Come è noto, invece, la missione dell’inviato Onu, lo spagnolo Bernardino Leon, si è conclusa con un fallimento. La pubblicazione di alcune mail scambiate negli ultimi mesi tra lo stesso diplomatico e gli Emirati Arabi, uno dei principali sponsor del governo di Tobruk, e la notizia che Leon ha accettato un lucroso contratto per insegnare ad Abu Dhabi, a fine mandato, non hanno fatto altro che indebolire l’immagine delle Nazioni Unite, suggerendo che il mediatore fosse particolarmente sensibile agli interessi di uno dei due fronti.

«Il fallimento di Leon era già in essere, prima dello scandalo. La mediazione dell’Onu non è definitivamente affossata, ma le maggiori responsabilità adesso toccano ai libici. In questo senso, qualcosa sta già accadendo, ci sono dei segnali. Martedì è uscita una lettera di 92 parlamentari di Tobruk a sostegno dell’accordo con Tripoli, quindi in favore di un governo di unità nazionale. C’è stata un’intesa importante, mediata dal Qatar, nel Sud della Libia, tra le tribù dei tuareg e quelle dei tebu. Ci sono tanti fermenti tra i libici, tanti contatti, dietro le quinte, che possono avere sviluppi interessanti. Ecco, l’errore di Leon è stato quello di non sfruttare tutti questi fermenti e di privilegiare il negoziato tra i due Parlamenti. In questo senso, quel tipo di modello, fondato sulla trattativa tra le due assemblee, è andato in archivio».

Leon aveva cercato, anche con un certo successo, di separare Misurata e Tripoli, di fare un accordo che escludesse gli islamisti della capitale e coinvolgesse le brigate della terza città della Libia, grande braccio militare del fronte tripolino. «Un’ipotesi irrealizzabile. L’Italia, oltretutto, non sarebbe mai stata d’accordo con una soluzione che non comprendesse Tripoli».

L’errore di Leon è stato non sfruttare fermenti e contatti tra i libici e di privilegiare il negoziato tra i due Parlamenti. In questo senso, quel tipo di modello, fondato sulla trattativa tra le due assemblee, è andato in archivio

Adesso le Nazioni Unite hanno nominato un nuovo inviato speciale, il diplomatico tedesco Martin Kobler, che in settimana ha incontrato il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. «Il ruolo dell’Italia è essenziale, ed è importante il parallelo che è stato tracciato con quello che sta accadendo a Vienna riguardo alla questione siriana. In Austria si sono riunite le principali potenze esterne, regionali ed internazionali, e si sta negoziando una de-escalation sulla Siria. Questo va fatto anche per la Libia. L’iniziativa di pace tocca ai libici, ma l’Italia può e deve portare allo stesso tavolo tutti i principali attori». Toaldo fino a qualche tempo fa parlava di una relazione speciale tra l’Italia e l’Egitto, uno dei grandi “padrini” di Tobruk: «La divergenza tra gli interessi italiani e quelli egiziani è un po’ più evidente rispetto a prima, ma gli ottimi rapporti con l’Egitto restano, e in ogni caso nessuno, meglio dell’Italia, può garantire al Sisi riguardo alla soluzione della questione libica».

Soluzione che, però, rischia di venire meno se l’economia del Paese, minata dalla guerra civile, dovesse implodere definitivamente. Un’eventualità di cui si parla ancora poco: «Ci sono pochi soldi in cassa, molti meno di quanto si pensi. In questi mesi la Libia ha venduto un po’ di petrolio, ma non abbastanza, e soprattutto ha dovuto attingere alle riserve della banca centrale. Questa situazione non è sostenibile a lungo. Il governo di Tobruk sta cercando di vendere in proprio il petrolio, bypassando Tripoli, ma per fortuna questo tentativo sta fallendo, soprattutto a causa della forte azione degli americani, che bloccano qualsiasi tentativo di creare istituzioni parallele. In questo senso gli Stati Uniti hanno il sostegno degli europei, in particolare dell’Italia».

«Ci sono pochi soldi in cassa, molti meno di quanto si pensi»

Occorre affrettarsi, però, senza formule ambigue (Latorre ha appena citato la dichiarazione di Kobler, secondo cui ci vuole un’intesa «rapida, ma non affrettata», paragonandola alle convergenze parallele di Moro). «Le parti hanno continuato a puntare sul mantenimento dello status quo, ma non si rendono conto di due elementi. Primo, i soldi stanno finendo. Secondo, lo Stato Islamico si sta rafforzando. Al momento, l’IS in Libia non ha numeri paragonabili a quelli che ha in Siria ed in Iraq, ma sarebbe sicuramente il maggior beneficiario, se questa situazione dovesse perdurare».

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