14 Marzo Mar 2018 0735 14 marzo 2018

Nord e Sud sono due Paesi diversi, e il Sud sta tre volte peggio

I dati pubblicati dall’Istat, che chiudono il 2017, dicono che il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno (19,4%) è tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10%). Mentre il Centro-Nord sta uscendo dalla crisi, il Mezzogiorno è ancora nella palude

Sud Linkiesta
(Flickr: Craig Morey: Napoli)

È come la poesia del pollo di Trilussa. C’è un’Italia che ne mangia due, anzi tre, e un’altra che rimane a digiuno. Se al pollo sostituiamo i posti di lavoro, il piatto è servito. E i dati pubblicati dall’Istat, che chiudono il 2017, non possono essere più chiari: il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno (19,4%) è tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10%). E mentre mezza Italia, nella parte alta delle mappe Istat, è sull’orlo dell’uscita dalla crisi, con livelli di occupazione tornati vicini a quelli del 2008 (66,7% al Nord e 62,8% nel Centro), il Sud resta nella palude, ancora indietro di due punti (44%) rispetto alle percentuali del 2008. Anzi, in alcune aree del Paese la crisi si può considerare del tutto superata. Aree che, senza neanche dirlo, sono tutte concentrate al Nord: le Province Autonome di Bolzano e Trento, il Friuli-Venezia Giulia e la Lombardia.

Il divario occupazionale tra Nord e Sud è di oltre 20 punti, come quello che esiste tra Grecia e Germania. O tra Turchia e Norvegia. Al Sud il malessere è come moltiplicato per tre: non solo la disoccupazione è tre volte tanto quella del Nord, anche il rischio di cadere in povertà è triplo rispetto al resto del Paese. Una forbice che spiega anche – come già è stato detto – il voto diffuso per i Cinque stelle, contro quel Pd che guidava non solo il governo di Roma ma anche molte regioni del Sud. Il 4 marzo ha rappresentato un canale di sfogo di un malessere economico, sociale, lavorativo e sanitario sempre più diffuso.

Qui giù l’Europa di cui tutti parlano non si sente nemmeno. Il tasso di occupazione è ancora il più basso del continente, del 35% inferiore alla media Ue. E la narrazione fatta da Roma negli ulitmi anni, con tanto di tweet esultanti a ogni piccolo segno più, dal Pil al lavoro, ha raccontato un Paese che non era il Mezzogiorno. Perché i polli erano tutti al Nord, per tornare a Trilussa. In Calabria, Sicilia, Sardegna la disoccupazione giovanile sfiora anocra il 60 per cento. E poco interessava se Renzi andava in tv dicendo di aver creato un milione di posti di lavoro, quando i meridionali di fronte vedevano solo il deserto. Anzi, così è cresciuto il risentimento e il senso di abbandono. Dei laureati, dei giovani e dei giovanissimi, che al Pd hanno preferito Di Maio & Co. per vedere “se almeno loro fanno qualcosa di buono”.

Nonostante un timido aumento dell’occupazione (+0,8%), come certificato dall’Istat, il contesto sociale non migliora. La forbice tra il Pil pro capite a Nord e Sud si amplia. E dieci meridionali su cento risultano ancora in condizioni di povertà assoluta, contro i sei del Nord, concentrati soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane.

Al Sud il malessere è moltiplicato per tre: non solo la disoccupazione è tre volte tanto quella del Nord, anche il rischio di cadere in povertà è triplo rispetto al resto del Paese

L’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche resta l’emigrazione. E così le banchine dei bus sono sempre più affollate di giovani in partenza, perché l’alta velocità arriva fino a Salerno e poi si ferma. Si continuano a fare le valigie, e il Sud perde capitale umano e invecchia. Il Mezzogiorno «è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese», si legge nell’ultimo rapporto Svimez. Nel 2016 la Sicilia ha perso 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900. Solo contando quelli che cambiano la residenza, cosa non molto comune tra i ragazzi che da giù emigrano verso su.

Negli ultimi quindici anni, sono andati via in 500mila, di cui 200mila laureati, che si formano a Sud e vanno a lavorare al Nord. Perché la qualità di alcune facoltà universitarie meridionali in molti casi è eccellente. Ma tenendo conto del costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari per il Sud ammonta a circa 30 miliardi (calcoli Svimez). Quasi 2 punti di Pil nazionale. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera gli altri effetti economici negativi indotti.

Senza dimenticare che non si va al Nord solo per lavorare, ma anche per beneficiare di servizi migliori. Sanità in primis. Perché le regioni del Sud Italia hanno, come conferma l’Istituto superiore di sanità, gli indicatori di aspettativa di vita peggiori d’Europa. Oggi una persona che nasce in Campania, Sicilia o in Calabria ha un’aspettativa di vita fino a quattro anni inferiore rispetto al Nord. Oltre a pagare le tasse, chi può paga così costi extra per curarsi al Nord, dove gli ospedali sono ancora pieni di meridionali. Compreso l’oncologo Antonio Marfella, che ha fatto sapere qualche giorno fa di aver scoperto di avere un cancro alla prostata ma, pur lavorando al Pascale di Napoli, si è messo in lista allo Ieo di Milano. Vista dalla corsia di un ospedale, forse, la situazione è ancora peggiore.

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