15 Novembre Nov 2018 0600 15 novembre 2018

Vuoi risolvere definitivamente la tua crisi di coppia? Usa il metodo di Joseph Conrad

Intervista a Giuliano Gallini, autore di "Il secondo ritorno" (Nutrimenti), libro che, riscrivendo in una Milano contemporanea un racconto poco noto e poco riuscito di Conrad, mette in mostra come l’atto artistico superi la vita reale e ne affronti i problemi quotidiani

453Px Joseph Conrad 1916

Il 1897 è un anno capitale, uno di quelli che tracciano liane sulla mano sinistra, che dirimono un destino. Lui ha quarant’anni, è sposato da poco con una ragazza decisamente più giovane di lui – ne fa 24, quell’anno – ha lasciato la vita di mare per quella da scrittore, meno pericolosa, sulla carta, ma anche meno redditizia. L’anno prima “l’affondamento di una nave gli fa perdere tutto il denaro investito nello sfruttamento di miniere aurifere in Sud Africa” (Mario Curreli) e lui, viso nevrotico, scrittura accesa da austere inquietudini, comincia a buttar giù una dozzina di racconti da ‘piazzare’ alle riviste in voga all’epoca. Joseph Conrad è noto, per lo più, per essere uno scrittore di romanzi ‘esotici’ e cruenti, come La follia di Almayer, con cui ha esordito alla letteratura, due anni prima. In quel 1897, nell’ordine, Conrad pubblica il terzo romanzo, Il negro del ‘Narciso’, incontra Henry James, conosce Stephen Crane, è elogiato da H. G. Wells; nell’arco dei prossimi due anni gli nasce un figlio, imprevisto, Borys, scrive il suo libro più bello – Cuore di tenebra – s’inventa l’indimenticabile Marlow e comincia a sbozzare Lord Jim. In quel giro di anni, oltre ai romanzi più noti, Conrad scrive un racconto anomalo, per nulla esotico, di frugale crudezza – che andrebbe letto, semmai, in concomitanza con i romanzi ‘occidentali’, L’agente segreto e Sotto gli occhi dell’Occidente. Il racconto s’intitola Il ritorno, viene accolto, nel 1898, nei Tales of Unrest, insieme a testi più noti come Un avamposto del progresso e Karain, e ha al centro una risoluta ‘crisi di coppia’, che ‘scoppia’, così, “senza una ragione né un motivo”, per tedio, per una grammatica della tristezza. Partendo da questo racconto Giuliano Gallini, già autore de Il confine di Giulia, scrive un romanzo anomalo, indocile, ispirato, Il secondo ritorno (Nutrimenti, 2018), ‘a dittico’. Il romanzo, infatti, un po’ come Palme selvagge di Faulkner, intreccia due vicende: da un lato quella di Conrad – redatta con stile un poco rètro – ambientata nel 1897, con lo scrittore afflitto da debiti e desiderio di fama, moglie al seguito e racconto irrisolto tra le mani (“Il ritorno non convinceva nemmeno Garnett, l’amico, consigliere ed editor. Non è opera tua, gli aveva detto. D’altra parte, Conrad sapeva che qualcosa non funzionava nel suo primo romanzo moderno, psicologico”), l’altra, a Milano, nel 2017, vede contrapposti Agnese, temperamento artistico e un po’ represso, all’aitante e carrierista Leo. Il legame tra le due storie è superficialmente sottile (Agnese sta lavorando al “video continuo a canali multipli” J&J, cioè “Jessie e Joseph. Jessie George e Joseph Conrad. Un matrimonio che gli amici di Conrad non avevano capito e che gli rimproveravano”): in realtà, Agnese e Leo mettono in scena, ai tempi di oggi, la trama de Il ritorno, con precipizio sentimentale che si svela, va da sé, nel finale, turbinoso, che turba. Questo cosa significa: che il gesto letterario, forse, è più vivo, significativo, realizzato della vita reale (“l’arte può essere definita come un tentativo sincero di rendere il massimo grado di giustizia all’universo visibile, mettendo in luce la verità, multiforme eppure una, che nasconde ogni suo aspetto”, scrive Conrad nella più nota delle sue Preface, proprio nel 1897)? Diciamo che il romanzo da un lato è un raffinato omaggio a Conrad, scrittore piratesco e magnetico, dall’altro una analisi viziosa e virulenta nell’amore moderno, minato dal fato. Conrad, come un talismano, esplode nel cuore di una metropoli affascinata dalla dissipazione. (d.b.)

Intanto. Come le è venuta l’idea di intrecciare una scaglia biografica di Joseph Conrad in una vicenda tragicamente attuale. Quasi che ciò che Conrad abbia scritto nel 1897, si realizzi, come una profezia, 110 anni dopo…

Un paio di anni fa “Il ritorno” di Joseph Conrad fu proposto, quasi contemporaneamente, nei due gruppi di lettura che frequento. Sollevò parecchie discussioni perché a molti amici era sembrato un testo affascinante ma con qualcosa che non funzionava: forse la focalizzazione? Il finale? Era uno dei pochi romanzi di Conrad che non conoscevo e pensai di scriverne una sorta di remake perché i suoi temi di fondo non erano superati e il detonatore drammatico mi affascinava per la sua forza generativa. Volevo scrivere solo una storia attuale, ma dopo poche settimane di lavoro ho scoperto che Joseph Conrad aveva rovistato tra i miei fogli. Si era acceso un sigaro – c’era della cenere tra le pagine – e capii dalle sue vigorose sottolineature che intendeva governare lui la narrazione. So che quando un autore racconta che i personaggi e le storie scendono sulla pagina direttamente dai polpastrelli senza pre-meditazione non viene creduto ma così stanno le cose. Jozef Teodor Konrad Korzeniowski è apparso senza preavviso nel mio romanzo perché voleva essere raccontato e aveva la sua da dire. In un certo senso voleva scrivere lui il remake, ma senza muoversi dal suo tempo, dalla sua casa, dalla sua poltrona e restando in compagnia della sua giovane moglie Jessie. E non ho potuto fare altro che intrecciare il contemporaneo “Secondo Ritorno” con una lontana, eroica giornata di Joseph Conrad.

Perché quel racconto, remoto, riposto di Conrad, poi, così atipico, inquieto? Perché, in assoluto, Conrad? Quali sono le letture che la hanno formata, per così dire?

“Il ritorno” è, come dice lei, inquieto: ma di una inquietudine molto contemporanea. E la sua trama mi è sembrata un ordito che poteva accogliere anche i sentimenti di questi nostri anni. Quanto a Conrad: Joseph Conrad è tra le mie letture giovanili più amate. Continuo a rileggerlo come Melville, Svevo, Bassani, Gadda, Dostoevskij, Yourcenar… confesso anche Manzoni. Ma tra tutti questi Conrad è l’autore per il quale sento più forte un legame affettivo: lo vedo mentre scrive, attraverso di lui conosco l’equipaggio “degno di imperituro ricordo” del vascello che supera una definitiva linea d’ombra, e le sue parole mi aiutano ad affrontare con dignità una condizione umana che per lui – per me? – è “beaucoup des rèves, un rare èclair de bonheur, un peau de colere, puis le desillusionnement, des annèes de souffrance et la fin”.

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