Padri e figli a Cinque Stelle
27 Novembre Nov 2018 0554 27 novembre 2018

Il lavoratore in nero assunto dal padre di Di Maio? Ci fosse stato il reddito di cittadinanza, l’avrebbe preso

Di tutta la vicenda di Salvatore Pizzo, assunto in nero dal padre del ministro del lavoro, rimane un punto: che nessuno si era accorto che lavorava. E che quindi avrebbe potuto prendere il reddito di cittadinanza, nonostante non fosse disoccupato. Promemoria per Di Maio: ecco cosa non funziona

Luigi Di Maio

Quando nel 2009 l'imprenditore Antonio Di Maio dava lavoro in nero a Salvatore Pizzo (almeno stando alle dichiarazioni di quest'ultimo), non poteva certo immaginare che da lì a 8 anni il figlio Luigi avrebbe governato. Il signor Antonio avrebbe infatti sorriso se qualcuno gli avesse detto che Giggino, il quale fino ad allora poteva vantare sul curriculum solo un'esperienza da venditore di bibite allo stadio San Paolo e qualche lavoretto da cameriere, sarebbe diventato Ministro del Lavoro e Vicepremier.

Nel comportamento del padre di Di Maio non si può perciò rilevare nemmeno un problema di opportunità politica. Nel 2009 infatti il Movimento 5 Stelle era appena nato, Luigi un ragazzo che doveva ancora trovare la sua strada e il signor Antonio un semplice imprenditore, colpevole, se i fatti saranno confermato, di avere aggirato le leggi per guadagnare qualcosa di più, o magari per sopravvivere. Nessuna di queste colpe può essere imputata dunque, nemmeno di riflesso, al figlio grillino e se qualcosa stupisce della reazione del Vicepremier davanti alle telecamere è casomai la rapidità con la quale viene scaricato un uomo che è pur sempre il padre.

L'aspetto più rilevante della vicenda è qui: se nel 2009 ci fosse già stato il reddito di cittadinanza, Salvatore Pizzo l'avrebbe preso. Avrebbe ottenuto l'assegno da 780 euro mensili che vuole istituire Luigi Di Maio e avrebbe magari continuato a lavorare per il padre Antonio, all'insaputa del Ministero del Lavoro e di tutti gli organismi preposti al controllo

In un mondo normale, e non esacerbato dalla retorica grillina e da alcuni fanatismi, un figlio potrebbe anche permettersi di difendere un genitore, di chiedere chiarimenti, di prendere tempo. Invece la reazione di Luigi Di Maio è fredda e immediata, spinta dall'urgenza di prendere subito le distanze e di sottolineare la propria estraneità: “Se mio padre ha sbagliato, deve pagare. Io non ne sapevo niente.”

Eppure il problema è proprio questo: Di Maio non ne sapeva niente, così come purtroppo non ne sapevano niente l'Ispettorato del Lavoro, la Guardia di Finanza, l'Inps, l'Agenzia delle Entrate, l'Inail. L'aspetto più rilevante della vicenda è qui: se nel 2009 ci fosse già stato il reddito di cittadinanza, Salvatore Pizzo l'avrebbe preso. Avrebbe ottenuto l'assegno da 780 euro mensili che vuole istituire Luigi Di Maio e avrebbe magari continuato a lavorare per il padre Antonio, all'insaputa del Ministero del Lavoro e di tutti gli organismi preposti al controllo. Perché ciò che la vicenda del padre deve insegnare a Di Maio è che in Italia - e specialmente nelle aree più depresse del paese - potresti avere un evasore fiscale persino in famiglia e non saperlo. Figuriamoci dunque come potranno le strutture esanime del paese controllare l'erogazione di 5 milioni di assegni di cittadinanza, come promette il Movimento e questo governo.

La realtà va vista per quello che è: in questo momento l'Italia non ha la capacità per farlo ed è quindi inutile vaneggiare di accertamenti capillari e di sanzioni esemplari. È inutile parlare di offerte di lavoro, di corsi di formazione, di lotta ai furbetti. Il meccanismo dei controlli che ora viene promesso viene spacciato quasi fosse un semplice corollario del reddito di cittadinanza e invece è esattamente il cuore del problema e la grande sfida del paese. Nessuna misura, nessun intervento sarà mai veramente equo finché non potremo dire con certezza chi lavora e chi no, chi è ricco e chi no, chi ha bisogno e chi no. Altro che redditi e pensioni: al governo del cambiamento basterebbe anche solo questa battaglia, da qui ai prossimi cinque anni di legislatura, per essere davvero “del cambiamento” e per passare alla storia, in caso di vittoria.

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