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15 Marzo Mar 2019 0600 15 marzo 2019

Accordo di Parigi, non lo stiamo facendo nel modo giusto: troppe emissioni e obiettivi poco ambiziosi

A cinque anni dalla Cop21, le emissioni stanno crescendo. E con l’uscita degli Usa sarà ancora peggio. Il problema è soprattutto politico: l’ambiente deve diventare parte integrante delle decisioni economiche. E ciascuno di noi deve fare la sua parte. La parola all’esperto

Climate Strike_Linkiesta
Ben STANSALL / AFP

Il giorno finalmente è arrivato: oggi, in più di 1600 città di oltre 100 Paesi, i giovani (ma non solo) scendono in piazza in uno sciopero mondiale per il clima. Greta Thunberg, sedicenne svedese affetta da sindrome di Asperger e colei che per prima ha dato il via ai cosiddetti Fridays for Future, è riuscita a contagiare e ispirare moltissime persone: in Italia sono più di 100 le città in cui oggi è prevista una manifestazione. La richiesta? Molto semplice: che i politici diano ascolto alla ricerca scientifica, riducendo drasticamente l’uso dei combustibili fossili e attenendosi ai limiti di temperatura concordati in occasione della Cop21 del 2015.

A cinque anni dalla sottoscrizione dell’accordo di Parigi, però, il quadro è tutt’altro che roseo. Per capire perché, Linkiesta ha parlato con il prof. Massimo Tavoni, direttore dell'RFF-CMCC European Institute on Economics and the Environment e professore associato al Politecnico di Milano.

L’accordo di Parigi del 2015 ha impegnato 195 Paesi del mondo nella limitazione delle emissioni inquinanti e nel contenimento dell’aumento della temperatura mondiale tra 1,5 e 2° al massimo. A che punto siamo oggi?
L’accordo ha fissato un limite di emissioni fino al 2030: con obiettivi a dieci anni, è ancora un po’ presto per valutarli. Ma quasi cinque anni dopo, il trend complessivo non è particolarmente incoraggiante: se le emissioni globali nel 2015 e 2016 erano rimaste più o meno costanti, nel 2017 e 2018 sono tornate a crescere. In più, vediamo che diversi Paesi vogliono venire meno ai loro impegni, in particolare l’amministrazione americana, che ha detto di volersi ritirare dagli accordi; il Brasile con il suo nuovo presidente va nella stessa direzione… In qualche modo questo accordo mostra la sua fragilità: non era particolarmente ambizioso, ma soprattutto era politicamente fragile, come del resto lo sono tutti gli accordi internazionali. Pertanto siamo in una situazione che di fatto non è in linea con quella che ci eravamo prefissati.

A Parigi si è lasciato che i singoli Stati stabilissero i propri obiettivi ambientali. Va bene che ciascun Paese è diverso dall’altro, ma una strategia simile è sensata?
L’accordo non si poteva fare in maniera molto diversa, anche perché a livello globale non ci sono istituzioni che possano decidere al di sopra dei Paesi. L’unica soluzione era un accordo dal basso come questo, in cui ogni Paese promette di fare delle cose, e poi che le faccia o meno dipende dalla sua situazione politica, economica e sociale. Ciò detto, c’è sicuramente chi sta andando nella direzione giusta e che ha promulgato una serie di politiche importanti. L’Europa è un esempio virtuoso e un paese leader (parlo in senso aggregato perché la politica climatica si decide più a Bruxelles che a Roma), perché si è data obiettivi di riduzione di Co2 entro il 2030 molto chiari. La Cina si è data altre politiche perché ha problemi interni diversi, ad esempio di inquinamento locale, che rende le città cinesi particolarmente invivibili, e quindi si sono dati obiettivi di riduzione dell’uso del carbone. Altri Paesi hanno fatto passi indietro: gli Stati Uniti hanno tolto molti incentivi di tutti i generi e fatto passi indietro su tutte le politiche ambientali.

Parlando di Stati Uniti, la decisione di sottrarsi dagli accordi rischia di compromettere gli sforzi che tutti gli altri Paesi stanno compiendo?
In realtà le emissioni americane sono scese ancora, non per virtù di Trump, ma per cause tecnologiche di sostituzione di combustibili fossili più inquinanti e meno economici, come il carbone, con fonti più pulite ed economiche come il gas. È ovvio che nel lungo periodo, e soprattutto se Trump venisse rieletto (perché solo nel caso in cui venga rieletto il ritiro ufficiale dall’accordo di Parigi può essere veramente effettuato), sia il ritiro formale che le politiche contro l’ambiente sicuramente avrebbero un impatto. In fondo è il secondo produttore mondiale di emissioni di Co2. La questione è soprattutto politica: è impensabile risolvere il problema climatico se gli Stati Uniti si sottraggono completamente. C’è da vedere cosa succederà nei prossimi due anni.

“Il clima lega queste generazioni alle generazioni future e a quelle che verranno dopo di loro, ed è questa la caratteristica più forte e spesso anche quella meno capita del cambiamento climatico”

Massimo Tavoni

L’anno prossimo, nel 2020, si inizieranno a rivedere gli obiettivi fissati nel 2015. Che cosa dobbiamo aspettarci?
L’idea era quella di cercare di intensificare le politiche ambientali soprattutto in alcuni Paesi, come l’India, il Sudafrica, l’Indonesia, la Russia, Paesi che hanno emissioni abbastanza alte e che avevano espresso obiettivi di riduzione molto morbidi nell’accordo di Parigi. Non credo che succederà molto nel 2020, la vera revisione avverrà nel 2025. Tutto è anche molto legato all’esito delle politiche americane, che saranno proprio nel 2020.

A proposito di elezioni Usa, cosa ne dice del Green New Deal dei democratici?
Sicuramente dal punto di vista politico è un documento molto importante, perché affronta il problema in modo integrato e sistemico e di relazione molto stretta tra una crescita economica inclusiva, responsabile e l’ambiente. Va detto che i dettagli al momento sono molto vaghi, il documento è generico e non sono definite le modalità di attuazione, quindi è difficile capire quanto possa essere politicamente credibile. Sicuramente è lodevole per l’impegno e per i concetti che esprime: si mette economia, ambiente e disuguaglianza al centro, un nesso imprescindibile e giusto. Poi bisognerà vedere come verrà declinato e specificato.

E dell’iniziativa di Greta Thunberg e dello sciopero mondiale per il clima che ne pensa?
Come genitore sono molto favorevole; infatti oggi sarò lì con i miei figli. Credo che sia un’iniziativa molto importante per diverse ragioni: prima di tutto perché dà un motivo e un tema di interesse forte ai giovani che negli ultimi anni si sono scollegati dalla politica, e la cui partecipazione civile era diminuita significativamente. Ma anche perché l’argomento di Thunberg è molto forte: lei dice “voi dite sempre che noi siamo la cosa più importante, eppure guardate che pianeta ci lasciate”. Riporta immediatamente il problema alla sua dimensione di intergenerazionalità: il clima lega queste generazioni alle generazioni future e a quelle che verranno dopo di loro, ed è questa la caratteristica più forte e spesso anche quella meno capita del cambiamento climatico. Producendo Co2 noi lasciamo in eredità, di fatto, una specie di plastica indistruttibile che non vediamo, ma che rimane lì per secoli. Creiamo un degrado ambientale che è permanente. Riportare questo dibattito intergenerazionale e sociale e riavvicinare i giovani ai temi dell’ambiente e della politica è significativo. E poi la sua tenacia, la sua capacità di portare avanti questi scioperi così a lungo è ammirevole.

Per quali motivi quindi bisognerebbe quindi scendere in piazza oggi?
Io credo che prima di tutto dobbiamo chiedere alla politica di pensare all’ambiente come a una parte integrante della nostra economia, e quindi che ci siano politiche a supporto delle tecnologie a bassa Co2 e che tolgano gli incentivi a investire nelle attività umane più inquinanti. Ma abbiamo anche una responsabilità, perché è anche nelle nostre azioni quotidiane che determiniamo il degrado ambientale e la crisi climatica. Abbiamo scelte importanti e diverse da fare: il cambio delle diete, dei mezzi di trasporto, la tecnologia, l’efficientamento energetico... Non ci sono scuse per non fare almeno qualcosa di rilevante nelle nostre vite quotidiane per ridurre la nostra impronta ambientale. Il problema è molto grande e non si può risolvere se non agiamo tutti, dal livello micro a quello macro.

Lei è ottimista per il futuro dei suoi figli?
Non sono particolarmente ottimista, ma non penso neanche al disastro. La situazione è estremamente complicata, per questo non siamo ancora riusciti a risolverla a pieno. Sono preoccupato perché l’impatto dei cambiamenti climatici sarà molto forte sulle vite dei miei figli. Allo stesso tempo, però, confido che la creatività e l’intuizione umana ci possano portare a compiere passi nella direzione giusta.

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