Malaistruzione
18 Aprile Apr 2019 0600 18 aprile 2019

Istruzione, l’Italia spende poco e male (e gli studenti abbandonano la scuola)

Sia come percentuale del Pil, sia come percentuale della spesa pubblica totale, gli investimenti italiani sono al di sotto della media Ue. Il risultato? Un alto tasso di abbandono e una percentuale di disoccupazione post laurea allarmante

Università

L’istruzione in Italia è un po’ come un buco nero: risucchia molte energie, le sue dinamiche interne sono monitorate da anni e spesso indecifrabili e la sua esistenza non era certa se non prima di una fotografia. Fotografia che parla chiaro: la spesa pubblica italiana per l'istruzione continua a essere tra le più basse dell’Ue. Scattata dalla Commissione Europea, l’immagine, intitolata “Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione 2018 Italia”, delinea uno Stato lontano dagli standard europei e inerme di fronte alla costante emorragia del settore scolastico.

Sia come percentuale del Pil (3,9 % nel 2016 rispetto alla media Ue del 4,7 %), sia come percentuale della spesa pubblica totale (7,9 %, media Ue 10,2 %), gli investimenti italiani sono al di sotto della soglia media e a volte anche più bassi. L’aggravante infatti si chiama livello terziario: per le scuole superiori e le università la spesa dell’Italia è la più bassa d'Europa dopo il Regno Unito, appena lo 0,3 % del Pil nel 2016 (media europea dello 0,7 %).

I dati sono preoccupanti. Tra le ferite aperte, oltretutto, ci sono gli abbandoni scolastici dei giovani dai 18 ai 24 anni: nel 2017 la quota è superiore di 4 punti percentuale alla media Ue (14% contro il 10,6%). Ma a preoccupare maggiormente sono il numero degli studenti che conseguono un diploma d’istruzione terziaria, il 26,9% contro una media europea del 39,9%. Insomma, l’Italia ha una serio problema di education e Bruxelles, anche in questo frangente, non può fare a meno di bacchettarci. La specifica dell'ultimo semestre 2018 da parte del Consiglio europeo lascia poco spazio all’immaginazione: l’Italia dovrà "promuovere la ricerca, l'innovazione, le competenze digitali e le infrastrutture mediante investimenti meglio mirati e accrescere la partecipazione all'istruzione terziaria professionalizzante”.

Ma i problemi non finiscono qui. L’Italia e il governo gialloverde sono alle prese con uno dei maggiori spasmi del sistema educativo della storia. La popolazione studentesca, sulla base delle previsioni fatte da Eurostat, dovrebbe ridursi di 1 milione di unità nei prossimi dieci anni, passando dagli attuali 9 milioni a 8 nel 2028 (la causa è da ricercarsi nella diminuzione dei tassi di fertilità nel paese, accompagnata dalla netta riduzione degli afflussi migratori internazionali). Ora, che la compagine Lega-M5S possa durare tanto, ci sono forti dubbi; tuttavia la partita più importante si gioca su un altro tema, ovvero quello dei posti di insegnamento. Il calo dello studentato porterebbe infatti alla perdita di oltre 50mila posti di insegnamento, con la conseguente riduzione della mobilità e del tasso di rotazione degli insegnamenti. Urge pertanto una riforma scolastica in grado di evitare questo scenario.

Ad alimentare la crisi del sistema scolastico ci pensano anche gli stipendi. Gli insegnanti italiani vengono pagati meno dei colleghi, sia a livello europeo che internazionale

Precedentemente indebolito dall’ultimo esecutivo, il nuovo governo in carica dopo le elezioni del marzo 2018 ha annunciato una revisione approfondita della riforma renziana "La Buona Scuola", con particolare attenzione per le deroghe successive alle norme più severe sulla mobilità introdotte da quest'ultima (un periodo obbligatorio di tre anni per gli insegnanti di nuova nomina prima di poter chiedere il trasferimento) che hanno intensificato la rotazione degli insegnanti.

Questa licenza infatti, se non disinnescata, rischia di scatenare un cortocircuito se combinata con le previsioni Eurostat, non contando inoltre la frattura interna creata in questi due anni di attività. La rotazione ha determinato una carenza di insegnanti al nord - no, non è una battuta! -, in favore di una migrazione verso le strutture del sud Italia. Negli ultimi tre anni quasi 240 000 insegnanti su 819 000 hanno cambiato scuola o zona geografica (un tasso di rotazione del 29 %), segnando come preferenze le regioni meridionali.

Lo squilibrio geografico è frutto del fatto che la maggior parte degli insegnanti proviene dal sud, mentre la maggior parte dei posti di insegnamento è disponibile al nord, oltre alla mancata attuazione della norma che avrebbe consentito ai dirigenti di assumere gli insegnanti direttamente in base alle esigenze delle scuole (per "chiamata diretta"), abolita a giugno 2018 e in grado forse di alleggerire il gap.

Ad alimentare la crisi del sistema scolastico ci pensano anche gli stipendi. Gli insegnanti italiani vengono pagati meno dei colleghi, sia a livello europeo che internazionale. Secondo l'Ocse, le retribuzioni contrattuali dei docenti nella scuola pre-primaria fino alla scuola secondaria nel settore pubblico sono diminuite costantemente tra il 2010 e il 2016 (nel 2016 gli stipendi degli insegnanti corrispondevano al 93% del loro valore rispetto al 2005). Una busta paga scarna che si va ad aggiungere alle prospettive di carriera limitate hanno spinto il Miur e il ministro Bussetti a inserire nel Def dello scorso 9 aprile, due norme mirate al contrasto dell’abbandono scolastico e all’arricchimento dell’offerta formativa. Promesse più che norme, segno comunque di un rinnovato interesse per la sfera scolastica.

A chiudere il cerchio della "malaistruzione" nostrana sono i risultati di apprendimento e il tasso di occupazione dei neodiplomati.
Se i Neet sono ormai una costante di quasi tutti i discorsi del settore - nonostante nel 2017 circa un quinto degli italiani di età compresa tra 15 e 24 anni non aveva né un lavoro né seguiva un percorso scolastico o formativo e quella del Bel Paese è di gran lunga la percentuale più alta dell’Ue - il problema dell’apprendimento è emerso con violenza dopo l’ultimo ciclo di test Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione).

Nel 2017 il tasso di occupazione dei neodiplomati dell'istruzione terziaria nella fascia di età 25-29 anni era del 54,5 %, rispetto alla media UE dell'81,5 %

Al sud il numero di studenti con scarsi risultati in italiano, matematica e inglese nel terzo anno di scuola secondaria di primo grado è più elevato rispetto al nord (45 % contro 28 % in italiano, 54 % contro 32 % in matematica, 67 % contro 30 % in inglese). La grammatica di questi risultati è viziata da un sistema d’istruzione che al sud sembra essere meno equo rispetto al resto d’Italia: sono molte infatti le differenze tra le scuole, a livello primario, e molto spesso tra le classi della stessa scuola, quasi a voler evidenziare una tendenza a raggruppare fin dall'inizio gli studenti meno capaci in classi separate.

Sul versante lavoro, il tasso di occupazione dei neodiplomati dell'istruzione terziaria è in aumento. Finalmente un dato positivo, vien da pensare. Non del tutto. La percentuale infatti rimane al di sotto dei livelli pre-crisi: nel 2017 il tasso di occupazione dei neodiplomati dell'istruzione terziaria nella fascia di età 25-29 anni era del 54,5 %, rispetto alla media Ue dell'81,5 %. Sulle orme cinematografiche del film “Smetto quando voglio”, l’origine di questa convulsione professionale si deve alla scarsa domanda da parte del settore produttivo, ma in primis al fatto che le imprese privilegiano candidati con precedenti esperienze lavorative. Ciò significa che Pietro Sermonti in una delle scene madri della pellicola di Sibilla - ripreso durante un colloquio per un posto da operaio edile nel quale tenta di convincere il suo potenziale datore di lavoro di non aver conseguito una laurea - non si allontana molto dalla cruda relatà quando perde il controllo e ammette: “Sì sono laureato, ma guardi che è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole”.

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