23 Aprile Apr 2019 0600 23 aprile 2019

Applausi a Charlize Theron: ogni figlio ha diritto di essere quel che vuole (e non solo a Hollywood)

La prima è stata Angelina Jolie, la cui figlia si faceva chiamare John. Ora anche l'attrice sudafricana ha un figlio che si sente femmina, e lei lo incoraggia. È giusto così: lasciare che i figli siano liberi di esprimersi è l'unica cosa sensata da fare

Charlize Theron_Linkiesta
VALERIE MACON / AFP

La prima era stata Angelina Jolie. Aveva spiegato al mondo perché la figlia Shiloh, avuta da Brad Pitt, si vestisse con abiti maschili e si facesse chiamare John. Con estrema semplicità, disse che la piccola si piaceva così perché in realtà si sentiva un bambino; lei non la ostacolava, la lasciava libera di essere ciò che voleva essere. Adesso, sempre a Hollywood, un’altra attrice racconta una storia simile. Charlize Theron, sudafricana, ex modella premio Oscar e madre di due figli adottivi, non si vergogna a dire che il primo, Jackson, 9 anni, vuole essere una femmina. Lo è, dice lui. Con naturalezza, spiega perché porta la gonna, le treccine e i capelli lunghi. E dichiara al Daily Mail: "Sì, anche io pensavo fosse un bambino. Fino a quando non mi ha guardato quando aveva tre anni e mi ha detto: 'Io non sono un ragazzo'". “Ora ho due bellissime figlie”, prosegue la star del cinema, “chi vogliono essere non posso deciderlo io. La Theron ha adottato i due figli da single perché sì, negli Stati Uniti come nella maggior parte dei paesi europei è possibile, in Italia no. Ma questo è un altro discorso.

Angelina e Charlize. Non è un caso che siano due donne. Non per fare del facile femminismo, per carità, ma è più difficile immaginare un padre esprimersi con la stessa tenerezza parlando di un figlio che da piccolissimo si ribella alla natura, non si sente bene nel corpo di cui è dotato. E fa lo stesso se la vicenda può essere collocata tra le “stranezze hollywoodiane”, se arriva da un mondo dove tutto sembra facile e se è stravagante non ci sono problemi. Calare lo stesso caso in una realtà diversa avrebbe forse un effetto dirompente. Ma sono parole, quelle della Theron, che possono dare coraggio a tutte quelle famiglie in cui si consuma un dramma, perché la questione è serissima. “E se tuo figlio volesse essere un’automobile, tu gli daresti da bere la benzina?”, è la stupida replica dei tradizionalisti e ultracattolici. Che ovviamente inorridiscono all’idea. Come se sentirsi diversi, o forse semplicemente se stessi, fosse una cosa da nascondere o nociva. Come se non ci fosse dietro un dolore immenso, sia del bambino che del genitore.

“E se tuo figlio volesse essere un’automobile, tu gli daresti da bere la benzina?”, è la stupida replica dei tradizionalisti e ultracattolici. Che ovviamente inorridiscono all’idea. Come se sentirsi diversi, o forse semplicemente se stessi, fosse una cosa da nascondere o nociva

Le parole dell’attrice sudafricana irrompono nel dibattito sulla “teoria gender” che gli ambienti di ultra-destra considerano il male assoluto. Una teoria controversa le cui origini arrivano da lontano, da studi psichiatrici e antropologici intorno agli anni ’50 e ’60 che distinguono il sesso (la dimensione corporea della persona, la sua anatomia) dal genere, ossia la percezione che una persona ha di se stesso. Si chiama “disforia” di genere: ossia quando non ci si riconosce nel proprio sesso. I bambini transgender avvertono questa rottura già in giovanissima età, tra i 3 e i 4 anni.

Di recente, la serie tv britannica Butterfly (andata in onda su Sky) e il film americano A Kid Like Jake, con Claire Danes, mai arrivato in Italia, raccontano proprio la storia di due bimbi trans. Un tema complessissimo. Il famigerato congresso sulle famiglie che si è tenuto il mese scorso a Verona ha ribadito la sua crociata contro un farmaco, la triptorelina, molecola in grado di agire sul sistema endocrino e sospendere l’arrivo della pubertà dando così più tempo per indagare la propria identità di genere. L’Aifa, Agenzia Italiana per il farmaco, invece ha detto “sì” al prodotto. Ovviamente dagli ambienti conservatori il tema viene visto come la minaccia alla famiglia tradizionale, e figuriamoci. Ma forse c’è più famiglia in una madre che accoglie il figlio e lo lascia libero di esprimersi rispetto a nuclei in cui prevalgono la disapprovazione e il giudizio. Affrontare l’argomento con le armi dell’empatia e della comprensione è preferibile rispetto alla chiusura e dell’omofobia. Sicuramente, ci sono più amore e più umanità.

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