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26 Maggio Mag 2019 0948 26 maggio 2019

Il futuro è già qua: benvenuti nell’Italia senza bambini

Già oggi si può calcolare come sarà la popolazione scolastica tra dieci o vent'anni e i risultati mettono i brividi. Tra il 2030 e il 2040 ci sarà un milione di bambini in meno alle elementari. E nello scenario a “migrazioni zero”, il problema sarebbe doppio. Un estratto del libro “Genitori cercasi”

Altalena Linkiesta
John MACDOUGALL / AFP

Pubblichiamo un estratto del libro “Genitori Cercasi” (Egea, 2019) di Letizia Mencarini e Daniele Vignoli. Il libro sarà presentato al CNEL - Sala Gialla (viale David Lubin 2) il 28 maggio alle 11.00

A meno di un qualche significativo cambiamento del contesto globale, il futuro demografico della popolazione italiana appare in gran parte già scritto. Le ipotesi riguardo al comportamento demografico futuro possono soltanto attenuare (o accelerare) le tendenze in corso, ma non modificarle in modo sostanziale. Da un lato si assisterà a coorti di popolazione in età anziana (65 anni e più) sempre più infoltite dalle positive condizioni di sopravvivenza presenti e future, dall’altro a una progressiva riduzione numerica delle coorti di donne in età feconda (dai 15 ai 50 anni) che influenzerà molto il futuro numero dei nati. Programmare e progettare interventi e servizi in campo sanitario, sociale, urbanistico e scolastico non può quindi prescindere dalla considerazione di quale, e quanta, sarà la popolazione dei prossimi decenni. Le previsioni demografiche sono in grado di guidare e supportare le scelte politiche degli amministratori chiamati a decidere in merito a tutti i temi in cui il numero della popolazione complessiva, o dei potenziali utenti è un elemento importante, dalle pensioni alle scuole, dagli ospedali ai cimiteri.

Il calo più sostanzioso si avrà nelle regioni meridionali, che sono previste perdere il 17% della popolazione potenziale della scuola dell’infanzia, il 19% della primaria e della secondaria di primo grado, e il 13% anche dei giovani della scuola secondaria di secondo grado

Qui ci limitiamo a citare un esempio eclatante: quello dell’andamento previsto della popolazione scolastica. La Fondazione Agnelli ha pubblicato nell’aprile 2018 un rapporto sull’evoluzione della popolazione scolastica fino al 2028 e sulle sue implicazioni per le politiche. Nel rapporto viene evidenziato come, in un decennio, si perderanno in Italia, con molta probabilità, almeno un milione di studenti dai 3 ai 18 anni, dato che la popolazione in questa fascia di età, secondo la previsione mediana dell’Istat, diminuirà dai circa 9 milioni attuali a 8. Un calo molto consistente che, se le regole sulla formazione delle classi e la distribuzione dei docenti restassero quelle attuali, farebbe calare il fabbisogno di docenti.

Molina, redattore del rapporto della Fondazione Agnelli, ha ripreso sul sito di divulgazione demografica neodemos.info questo tema e calcolato che, appunto, nella costanza delle regole vigenti dell’assegnazione dei docenti, la riduzione della popolazione scolastica comporterebbe una forte contrazione degli organici dei docenti, a partire dai gradi inferiori, per un totale di oltre 55 mila cattedre perse. Il declino investirà progressivamente tutte le regioni, comprese quelle del Centro-Nord, dove però, nel prossimo decennio, si prevede un aumento degli studenti limitatamente alle scuole superiori. Il calo più sostanzioso si avrà nelle regioni meridionali, che sono previste perdere il 17% della popolazione potenziale della scuola dell’infanzia, il 19% della primaria e della secondaria di primo grado, e il 13% anche dei giovani della scuola secondaria di secondo grado. Molina sottolinea come le conseguenze della perdita di domanda di docenti possano avere un effetto nefasto sul ricambio del corpo docente, e quindi anche sull’innovazione didattica, ma potrebbero far risparmiare quasi due miliardi di euro all’anno. Queste risorse «liberate» dal calo degli studenti potrebbero essere reinvestite a favore della qualità dell’offerta formativa (come, per esempio, la riduzione di studenti per classe o lo sviluppo di attività integrative, ma anche destinate al rafforzamento generalizzato della scuola del pomeriggio, con la diffusione del tempo pieno e del tempo prolungato). Per affrontare le situazioni critiche, o anche quelle inaspettatamente favorevoli, occorre, quindi, che amministratori locali e nazionali considerino seriamente, e per tempo, quali saranno le prospettive demografiche, sia a breve che medio periodo, per prendere le opportune decisioni strategiche.

Qui ci preme anche sottolineare che il numero degli studenti delle scuole superiori del prossimo decennio è molto facile da calcolare e totalmente attendibile, dato che i ragazzi che tra dieci anni avranno dai 14 ai 18 anni sono già nati. Prevedere, invece, quanti bambini nasceranno nei prossimi anni, e quindi quanti saranno i potenziali utenti delle scuole dell’infanzia e delle elementari, è più difficile. Questi bambini devono ancora nascere e – come ormai detto molte volte – il loro numero dipende da quello dei potenziali genitori e da quanti figli in media questi genitori metteranno al mondo. Quello su cui concordano tutti gli scenari, però, è che il calo dei bambini in età pre-scolare ed elementare ci sarà senz’altro. Nella Tabella 4.1 abbiamo dettagliato la previsione – secondo vari scenari dell’Istat e dell’Eurostat – della variazione del numero bambini dai 3 ai 5 anni, cioè gli utenti potenziali della scuola dell’infanzia, e dai 6 ai 10 anni, cioè gli utenti potenziali della scuola elementare.

Come si può notare, la diminuzione della popolazione potenziale per la scuola dell’infanzia è piuttosto simile nello scenario mediano dell’Istat e in quello base dell’Eurostat, prevedendo dal 2017 (anno rispetto al quale sono stati fatti i calcoli) oltre 85 mila bambini in meno dai 3 ai 5 anni nel vicino 2020 e tra i 150 e 170 mila in meno al 2030 e intorno ai 140 mila in meno nel 2040. Il calo è più contenuto, soprattutto nel lungo periodo, nel caso dello scenario a «più alta migrazione» e, invece, diventa più che doppio (soprattutto nel 2040) nel caso (improbabile) di «migrazione zero», ma anche in quello (non del tutto trascurabile) di «più bassa fecondità». Gli stessi andamenti si ritrovano nelle previsioni della popolazione scolastica per le scuole elementari, e anche per questo segmento di popolazione, in caso di «più bassa fecondità», i bambini dai 6 ai 10 anni calerebbero nel medio periodo di quasi il doppio rispetto allo scenario di base, con oltre un milione di bambini in meno al 2030 e al 2040.

Quando ci riferiamo alla scuola dell’obbligo, l’importanza della conoscenza dell’ammontare e della composizione per età della popolazione futura per ogni decisione di politica scolastica è evidente, dato lo stretto legame tra scolarizzazione e struttura demografica. Tuttavia, l’onda lunga del calo della dimensione delle generazioni di giovani arriverà inevitabilmente anche nel sistema universitario italiano, a meno che non vi sia un forte incremento dei tassi di immatricolazione (ancora tra i più bassi d’Europa). Già dieci anni fa, in un nostro studio condotto per l’Unesco, e poi pubblicato anche sulla rivista internazionale Genus, avevamo analizzato l’impatto del cambiamento demografico sul sistema dell’istruzione terziaria italiana. Pur in presenza di tassi crescenti di immatricolazione all’università tra i giovani che finiscono le scuole medie superiori, la sostenibilità dell’istruzione terziaria deve confrontarsi con la tirannia dei numeri dell’attuale e futuro declino dei ventenni italiani.

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