Penisolati
5 Giugno Giu 2019 0600 05 giugno 2019

Italia, Polonia e Regno Unito: ecco chi sono i tre appestati d’Europa (e perché è un errore isolarli)

Roma e Varsavia isolate dagli altri Stati Ue nel giro delle nomine ma sovraniste convinte saranno il problema principale che dovrà affrontare la prossima commissione europea. E a Londra Boris Johnson si candida per guidare il Regno Unito fuori dall'Unione senza un accordo

Salvini_Linkiesta

Sono isolati, emarginati, trattati come gli appestati d’Europa. Italia, Polonia e Regno Unito per ragioni diverse fanno parte del club degli esclusi dal tavolo delle trattative. Dopo le elezioni del 26 maggio si è creato attorno a loro un cordone sanitario politico, mentre gli altri Stati giocano al Trono di Spade per spartirsi le quattro cariche più importanti dell’Ue: il presidente della Commissione, quello del Consiglio europeo, il capo del Parlamento e della Banca Centrale. Ma non potrà durare per molto. Già in passato il Consiglio europeo, l’organo che riunisce i leader dei 28 Stati Ue, ha dimostrato che a tirar dritto a colpi di scelte approvate a maggioranza qualificata non si va lontano. Lo ha ammesso a Linkiesta la stessa commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager che vorrebbe prendere il posto di Jean-Claude Juncker come presidente della Commissione: «Non possiamo forzare. I nostri problemi sull'immigrazione derivano proprio da quell'approccio sbagliato che abbiamo avuto con alcuni stati. La politica della maggioranza su questi temi è stata controproducente. I Paesi Ue che si sono trovati in minoranza non hanno ritenuto queste scelte legittime né democratiche. Dobbiamo capire bene come essere solidali gli uni con gli altri ma allo stesso tempo rispettare gli stati membri che la pensano diversamente».

L’Italia sarà pure sovranista, il governo polacco continuerà a fare riforme illiberali e il Regno Unito avrà quasi un piede fuori, ma fanno ancora parte dell’Unione e hanno un voto a testa nel Consiglio europeo che in teoria dovrebbe decidere all’unanimità sulle cariche. A mali estremi tutte e tre possono mettere i bastoni tra le ruote del progetto europeo, soprattutto se messi alle strette. L'occasione fa il sovranista spregiudicato. I tre “appestati” insieme fanno 162 milioni di persone, il 31% della popolazione europea, e 197 seggi su 751 (il 26%). E nel club non abbiamo messo l’Ungheria (altri nove milioni di cittadini rappresentati e 21 seggi) solo perché il premier Viktor Orbàn è ancora dentro il Partito popolare europeo e ha un margine di rendita politica da potersi giocare sulle nomine. Lasciarli al margine potrà essere una strategia vincente nel breve periodo, ma quei Paesi resteranno e nei prossimi mesi saranno loro a creare problemi su tre fronti: brexit, eurozona e tenuta democratica dell'Unione. L'Italia è il caso più eclatante: Stato fondatore, terza economia dell'Ue, seconda manifattura del Continente eppure a causa della politica del governo gialloverde è isolata, scavalcata dalla Spagna nel tavolo dei vincitori delle elezioni europee. Del perché se n'è parlato molto, forse troppo, ma l'isolamento potrebbe indebolire la stessa Europa. Come scrive Fulvio Scaglione su Linkiesta il rischio è che così aumenti il sentimento anti europeista degli italiani. Non dare un commissario europeo economico all'Italia con il 132% del rapporto debito pubblico Pil è comprensibile, dare un commissario irrilevante o peggio derisorio come il turismo o l'allargamento sarebbe un insulto politico che in pochi capirebbero. L'Italia non si aspetta di avere tre cariche su quattro come negli ultimi quattro anni. Anche il governo gialloverde sa che Antonio Tajani alla presidenza del Parlamento europeo, Mario Draghi alla Bce e Federica Mogherini Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza è stata una coincidenza irripetibile. Ma si aspetta di essere coinvolta nella decisione sul prossimo presidente della Commissione e magari nominare l'attuale ministro degli Esteri Moavero Milanesi un commissario con un portafoglio simbolico. O il rischio è dare una scusa a chi vuole dipingere la commissione europea come un gruppo di eurocrati non eletti e non voluti dall'Italia che impongono la legge di bilancio all'Italia. Non è così, ma chi va a spiegare le tecnicalità a 60 milioni di italiani quando c'è una narrazione facile facile da poter usare? La prossima commissione europea entrerà in carica il 1 novembre, e l'idea che i suoi membri siano stati decisi anche con l'ok di Roma potrebbe migliorare e di molto le trattative. Il pugno duro rischia di fare male a entrambi.

Il prossimo premier inglese potrebbe mettere il veto a qualsiasi nomina e far allungare i tempi. Il bon ton istituzionale imporrebbe a Londra di rimanere in disparte sulle nomine visto che dovrà andarsene ma perché Johnson, o chi per lui, dovrebbe rinunciare all’unica arma a disposizione per poter avere qualcosa in cambio nella trattativa?

Il problema principale da affrontare nel breve periodo è la Brexit. La premier Theresa May ha annunciato le sue dimissioni per il 7 giugno ed è partita la gara tra i leader del partito conservatore per sostituirla al numero 10 di Downing Street. A meno di clamorosi colpi di scena, il favorito è l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson che due giorni fa ha lanciato la sua candidatura. Dalla campagna elettorale per il referendum ha sempre avuto una posizione intransigente sulla Brexit, non escludendo l’uscita senza accordo. Forse anche per questo Johnson ha ricevuto i complimenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «Farebbe un buon lavoro come premier». A far preoccupare i leader europei è la strategia che Trump ha consigliato al Regno Unito per il negoziato: uscire dall’Unione europea senza pagare i 39 miliardi di sterline per contribuire al bilancio comunitario fino il 2021. Il problema non sarebbe l’uscita perché dopo tre anni di negoziati, annunci e rinvii inglesi ed europei vogliono la stessa cosa: far finire il prima possibile la Brexit. Ma senza quei soldi già previsti da anni per completare il bilancio 2014-2021 si creerebbe un buco nei conti notevole e un problema politico tra i 27 su come finanziarlo.

Nel video di lancio della sua campagna per diventare premier Johnson ha detto che il Regno Unito lascerà l’Ue il 31 ottobre con o senza accordo. A differenza della May che aveva come unico scopo politico far approvare il suo accordo, Johnson non deve convincere la Camera dei Comuni. Basterebbe aspettare con calma Halloween e fare uno scherzetto a Bruxelles per dare un dolcetto all’ala più oltranzista dei conservatori e agli oltre 5 milioni di inglesi, il 30% degli elettori che alle ultime europee ha votato il Brexit Party. Che abbia una zazzera bionda o meno, il successore di May non potrà usare la stessa strategia della premier uscente. L’accordo con Bruxelles è morto e sepolto per la Camera dei Comuni. E il capo negoziatore Brexit Michel Barnier ha fatto capire che Bruxelles non cambierà mai quell’accordo. Anche perché il francese vuole diventare il prossimo presidente della Commissione europea. E proprio nella nomina del prossimo capo del Berlaymont, l’idea di tenere fuori dai giochi il Regno Unito sembra miope. Il prossimo premier inglese potrebbe mettere il veto a qualsiasi nomina e far allungare i tempi. Il bon ton istituzionale imporrebbe a Londra di rimanere in disparte sulle nomine visto che dovrà andarsene ma perché Johnson o chi per lui dovrebbe rinunciare all’unica arma a disposizione per poter avere il coltello dalla parte del manico nella trattativa? La Commissione europea rimarrà in carica fino al 1 novembre e per questo è stata scelta la data del 31 ottobre come scadenza per la Brexit, ma nessuno vuole uno scenario senza accordo perché danneggerebbe entrambe le economie.

Continuare a tirar dritto minacciando di non dare fondi europei alla Polonia se non si ravvedono sulla via di Damasco è ottuso. Il governo sovranista polacco è al potere da quattro anni proprio perché si dipinge come l’argine nazionalista all’invasione di migranti e all’ingerenza di Bruxelles. Come si può pensare che la linea politica cambi di colpo solo per la minaccia di togliere i fondi?

L'altro appestato di cui si parla poco nei retroscena di palazzo è la Polonia. Sembra passata un’era politica ma solo un anno e mezzo fa la Commissione europea ha attivato la prima procedura per sospendere il diritto di voto della Polonia al Consiglio europeo. La prima volta in cui è stato attivato l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Da quando il partito PiS guidato da Jaroslaw Kaczynski sono state tante le tensioni con Bruxelles. Dal no della Commissione al disboscamento di Białowieża la foresta più antica d’Europa, nonostante il governo polacco volesse radere al suolo una parte per farci passare una circonvallazione, alla riforma della giustizia e dei media. Ad aprile il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, candidato dei socialisti per la poltrona di Juncker ha avviato un’altra procedura contro Varsavia che ha due mesi per cambiare la sua riforma della giustizia sull’indipendenza dei giudici, bloccata alcuni mesi fa. A differenza di Orbàn che si trova dentro il Ppe, il Pis fa parte della minoranza del Parlamento europeo. È il partito più numeroso dell’eurogruppo dei riformisti e conservatori con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ma continua a navigare nella periferia dei sovranisti. Nell'ultimo consiglio europeo, Macron ha incontrato i leader del gruppo di Visegrad, compreso il premier polacco Mateusz Morawiecki, ma li ha incontrati come blocco unico. La fortuna della Polonia è aver creato un altro club, quello di Visegrad che permette anche se in maniera periferica di dire la propria sulle nomine, ma il ballo lo guida Orbàn grazie alla sua posizione strategica nel Ppe.

La posizione del premier Morawiecki non è proprio conciliante. Il 30 aprile, poco prima delle elezioni europee ha pubblicato una lettera manifesto sul sito Politico in cui critica il processo decisionale europeo, chiede di tornare alle origini e non fare differenza tra figli e figliastri: «L'Ue deve fare un lavoro migliore per garantire che le regole siano applicate equamente tra i suoi paesi membri. È inaccettabile che le autorità europee critichino le istituzioni di alcuni paesi per pratiche che non sollevano obiezioni altrove». E ancora «È troppo facile per la Commissione europea ignorare la voce dei parlamenti nazionali, anche quando la maggioranza dei governi dell'UE condivide un parere simile». Continuare a tirar dritto minacciando di non dare fondi europei se non si ravvedono sulla via di Damasco è ottuso. Lo ha dimostrato il tentativo fallito di far cambiare idea a Pis con l’articolo 7. Il governo sovranista polacco è al potere da quattro anni proprio perché si dipinge come l’argine nazionalista all’invasione di migranti e all’ingerenza di Bruxelles. Come si può pensare che la linea politica cambi di colpo solo per la minaccia di togliere i fondi? Una pistola alla tempia scarica, visto che basta anche solo il veto di un Paese all’interno del Consiglio europeo per rendere inefficace l’articolo 7. E la Polonia ha almeno quattro Paesi, tra cui l’Ungheria che potrebbero aiutarla. Alle ultime elezioni europee il Pis ha preso il 45% dei voti dopo quattro anni di governo. La speranza degli europeisti è la coalizione di partiti di centro e centrosinistra eurofili che insieme hanno raggiunto il 35%. Troppo poco.

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