Isolati in Europa
4 Giugno Giu 2019 0600 04 giugno 2019

Chi comanda in Europa? l’Italia si guarda l’ombelico, e Macron vince tutto

A Bruxelles si gioca la partita delle nomine più importanti delle istituzioni europee, dal presidente della Commissione europea a quello della Bce. Conte dà ultimatum ai suoi vicepremier per capire se il governo gialloverde andrà avanti. E già si pensa al deficit della prossima legge di bilancio

Macron_linkiesta
JOHN THYS / AFP / POOL

Per capire l’isolamento italiano in Europa basta una locuzione latina. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Ovvero mentre i senatori romani discutevano su come fermare Annibale, il generale cartaginese conquistava la città di Sagunto. Lo stesso accade in Europa. Mentre a Bruxelles si gioca la partita delle nomine più importanti delle istituzioni europee, dal presidente della Commissione europea a quello della Banca centrale, l’Italia si guarda l’ombelico per capire se il governo gialloverde andrà avanti o meno, rassegnandosi al ruolo di comprimario. E invece, a guardar bene, si nota qual è la vera partita in campo. Il presidente francese Emmanuel Macron da settimane sta spezzando quel poco che resta dell’asse italo-tedesco e cercare di spartirsi con la Germania le cariche più importanti, invitando al tavolo la Spagna a dividersi il bottino. E l’Italia che potrebbe infilarsi nello stallo tra Merkel e Macron l'appoggio per Jens Weidemann alla Bce in cambio di un commissario importante, sta a guardare.

Dopo il flop alle elezioni europee il presidente Conte non ha né i numeri né la forza politica per far valere gli interessi dell’Italia in Europa. Anche perché il Movimento Cinque Stelle non ha ancora un eurogruppo e con quel pugno di eurodeputati non potrà essere l’ago della bilancia di alcuna decisione. E il vero uomo forte del governo, Matteo Salvini, non ha costruito una rete di alleanze in grado di far sedere Roma al tavolo delle trattative. La logica del buonsenso che gli ha portato tanti voti in Italia, il leader della Lega non l’ha mai usata in Europa. Ha preferito sbattere i pugni sul tavolo e cercare di far entrare nel suo eurogruppo sovranista il periferico premier ungherese Viktor Orbàn, o l'irrilevante Nigel Farage senza riuscirci. E dire che i leader italiani di qualsiasi colore politico hanno sempre capito come infilarsi nelle contraddizioni tra Francia e Germania, alleandosi di volta in volta con Parigi e Berlino a seconda della convenienza. Come nel 2011, quando l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si accordò a Villa Madama con il presidente francese Nicolas Sarkozy per nominare Mario Draghi a capo della Banca Centrale europea per evitare l’arrivo di Alex Weber, l’allora capo della Bundesbank. «Draghi è un uomo di qualità e anche italiano e sarà un ottimo segnale anche per chi mette in dubbio il ruolo dell'Italia in Europa», disse Sarkozy che in cambio chiese il via libera di Roma all’acquisto di Parmalat da parte di Lactalis e le dimissioni di Lorenzo Bini Smaghi nel board della Bce, per metterci un francese. Perché non fare la stessa cosa questa volta? L’Italia avrebbe potuto sfruttare lo stallo tra Macron e Merkel appoggiando la cancelliera in cambio del commissario economico che Salvini vuole. Tradotto: sì a Weidmann alla Bce in cambio del commissario agli affari monetari. Difficile, quasi impossibile. Ma a mirar alla luna si naviga tra le stelle e qualcosa di buono sarebbe arrivato. E invece l’Italia sovranista ha preferito rassegnarsi all'isolamento.

Fino al governo gialloverde i leader italiani di qualsiasi colore politico hanno sempre capito come infilarsi nelle contraddizioni tra Francia e Germania, alleandosi di volta in volta con Parigi e Berlino a seconda della convenienza. Come nel 2011 quando Berlusconi si alleò con Sarkozy per nominare Mario Draghi capo della Banca centrale europea

Eppure lo stesso Salvini aveva capito che l’alleanza con la Germania era l’unico asse possibile per uscire dall’isolamento. Sì, proprio “asse”, fu la parola usata dal leader della Lega nel dicembre 2018, davanti ai giornalisti della Stampa estera: «L'asse franco-tedesco sta mostrando dei limiti, farò di tutto per rinnovare un nuovo asse Roma-Berlino». Un’espressione infelice che richiamava il patto siglato da Hitler e Mussolini nel 1936, ma anche il primo tentativo urlato di creare un’alleanza con il Ppe, poi fallita dopo il no della Merkel e il flop dei sovranisti alle elezioni europee. Sempre Salvini lo aveva ripetuto un mese dopo: «Tra Francia e Germania scelgo Berlino». Anche Luigi Di Maio il 5 aprile in un’intervista al quotidiano conservatore Die Welt aveva provato a mandare un messaggio distensivo a Berlino per far parte della futura alleanza europea.«Non ho mai attaccato la Germania, anzi ho più volte ribadito che in Italia ci avrebbero fatto bene avere più politici come la Merkel». Lo spazio politico c’era ma subito dopo le elezioni europee Macron ha creato un cordone sanitario politico per escludere l’Italia dalle nomine più importanti. Il presidente francese ha parlato con i leader Ue più importanti, tranne Conte. E il fatto che Lega e M5S facciano parte della minoranza nell’Europarlamento non aiuta.

Come raccontiamo da giorni, l’unica cosa certa che sappiamo del prossimo presidente della Commissione europea è che non sarà Manfred Weber. Lo spitzenkandidat del Ppe, anche se pubblicamente appoggiato da Merkel. Ma la cancelliera non ha la forza politica per imporlo: è all’ultimo mandato, il suo partito, la Cdu, ha già nominato il suo successore e in questi giorni il partito socialdemocratico tedesco, alleato di governo, sta vivendo una piccola crisi interna. Le dimissioni della leader del Spd Andrea Nahles dopo la batosta alle ultime europee, ha messo il partito nel caos. Macron non vuole Weber come presidente della Commissione e sfrutterà questa occasione per cercare con ancora più forza sponde politiche con altri Stati Ue dicendo di voler far eleggere la liberale danese Margrethe Vestager, ex commissaria europea alla concorrenza. Lo scontro tra Merkel e Macron sembra puro wrestling e si accorderanno su Michel Barnier, capo negoziatore Brexit per la Commissione europea. La sensazione è che come nel migliore dei negoziati Merkel faccia sudare la nomina di Barnier per avere poi via libera per far andare l’attuale presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. La nomina di Weidemann sarebbe una novità per il modo in cui Merkel ha gestito finora le cariche europee. La cancelliera non ha mai voluto, o potuto, mettere nei posti mediaticamente più rilevanti un tedesco. Sa che esiste una tendenza a limitare l’egemonia dello Stato più forte, e per questo ha fatto valere la sua influenza più con i veti evitando ruoli di primo piano per Berlino e puntando a ruoli strategici nel lavoro giorno per giorno dell’Unione europea. Qualche esempio? Gunther Oettinger commissario europeo al bilancio comunitario, Klaus Regling a capo del Meccanismo europeo di stabilità, Manfred Weber capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, Werner Hoyer presidente della Banca europea degli investimenti. E come non citare Martin Selmayr ex capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, ora segretario generale della Commissione. L’eccezione che conferma la regola è Martin Schulz, per cinque anni presidente del Parlamento europeo. Ma Schulz era già capogruppo dei socialisti e democratici europei all’Europarlamento un anno prima che Merkel diventasse per la prima volta cancelliera, nel 2005. Altra storia. Ma ora che si trova al suo crepuscolo politico Merkel potrebbe lasciare in eredità un tedesco alla presidenza della Bce, sarebbe la prima volta di sempre. Anche qui però sembra una partita a due: Francia e Germania, Germania e Francia, con la Spagna di Sanchez pronta a prendersi le preziose briciole. Perché l'unica nazione che ha dimostrato di saper spezzare quel binomio giocando con l'uno e con l'altro nella miglior tradizione della diplomazia all'italiana ha deciso di guardarsi l'ombelico.

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