porti aperti
12 Giugno Giu 2019 0601 12 giugno 2019

Scafisti ucraini, barche a vela e prezzi alle stelle: adesso i migranti arrivano da Est

Solo nell’ultimo mese e mezzo, dalla rotta a Est dell’“immigrazione di prima classe”, sono arrivati in Italia 554 migranti (almeno tra quelli intercettati). Ieri l’ultimo naufragio a largo di Lesbo. L’accordo Ue-Turchia vacilla?

Refugees Greece Linkiesta
(ANTHI PAZIANOU / AFP)

Aggirano i “porti chiusi” e pure i decreti bis di Matteo Salvini. Scavalcano i muri europei della rotta balcanica. E dalle coste turche, attraverso l’Egeo e il mar Ionio, arrivano sulle coste pugliesi, calabresi e lucane, a bordo di insospettabili barche a vela. Con viaggi pagati a peso d’oro. Il ministro dell’Interno non ne parla nei suoi tweet. Ma solo nell’ultimo mese e mezzo, dalla rotta a Est dell’“immigrazione di prima classe”, sono arrivati in Italia 554 migranti (almeno tra quelli intercettati). Quattro approdi in una sola settimana. L’ultimo sbarco a Crotone lo scorso 9 giugno, con 53 pakistani stipati sottocoperta. Un fenomeno non nuovo, che si era attenuato dopo l’“accordo della vergogna” tra l’Europa e la Turchia del marzo 2016 per il blocco dei flussi migratori. Ma ora che l’Europa si mostra debole, alla ricerca di nuovi equilibri post elettorali, i migranti potrebbero diventare di nuovo un’arma di ricatto nelle mani del sultano Erdogan contro gli amici-nemici di Bruxelles.

Gli sbarchi sulle isole greche, Lesbo in testa, con il mare buono sono ripresi: dall’inizio dell’anno, dalla Turchia alla Grecia sono arrivate via mare 9.753 persone, più altre 4.560 via terra. E proprio l’11 giugno una barca è affondata al largo dell’isola e sette persone, tra cui due bambine, hanno perso la vita.

Erdogan ha sempre usato l’apertura e chiusura dei porti per i 3,5 milioni di rifugiati siriani fermi sul proprio territorio come spauracchio per l’Ue, a seconda dei rapporti più o meno distesi con Bruxelles. Lo scorso febbraio, a neanche un anno dal rinnovo dell’accordo, con l’invio di altri 3 miliardi ad Ankara per fermare i profughi diretti verso l’Europa, era stato lo stesso Erdogan a dichiarare che la Turchia non sarebbe stata in grado di gestire da sola una nuova ondata migratoria. «Costruire muri più alti con filo spinato non è stato un modo per prevenire l’immigrazione irregolare», aveva detto da Budapest il presidente turco.

Ora che l’Europa si mostra debole, alla ricerca di nuovi equilibri post elettorali, i migranti potrebbero diventare di nuovo un’arma di ricatto nelle mani del sultano Erdogan contro gli amici-nemici di Bruxelles

Ad oggi, Ankra ospita oltre 3 milioni e 600 mila siriani in fuga dalla guerra. Bloccati oltre il Bosforo da quel marzo 2016, quando l’accordo voluto da Angela Merkel ha messo un tappo alla rotta balcanica. Sei miliardi di euro in cambio di un blocco dei flussi. L’Europa di fatto ha esternalizzato le proprie frontiere a Est ma, come hanno scritto Oxfam e altre 23 ong in una lettera inviata lo scorso marzo ai leader europei, l’accordo ha prodotto solo politiche “miopi, insostenibili e disumane”. Lasciando di fatto nelle mani delle organizzazioni criminali la ricerca di vie di fuga possibili per raggiungere la fortezza europea. Lungo quella che viene definita “la rotta di prima classe”. Più sicura del Canale di Sicilia, ma anche più costosa per i migranti e più remunerativa per gli scafisti. Che spesso dalle coste turche si spingono direttamente verso le regioni meridionali dell’Italia.

Dalla punta estrema della Puglia alle coste turche ci sono poco più di 450mila miglia nautiche. Gli scafisti si imbarcano a bordo di potenti barche a vela e motovelieri anche da tre o quattro motori, spesso rubati in Grecia o sulle coste della Croazia. Imbarcazioni con 70 migranti a bordo, non di più, difficili da intercettare per le autorità, che spesso valutano il galleggiamento per individuare le irregolarità. E se nel Canale di Sicilia i migranti in mare lanciano gli allarmi per essere salvati, in questa parte di Mediterraneo si fa di tutto per non essere soccorsi. Una autostrada via mare lungo percorsi che partono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, addirittura dal Pakistan, passando per la Tuchia e anche per la Grecia.

Qui, non c’è nessuna Ong da accusare come “taxi del mare”, insomma. I criminali fanno da soli. Anche perché le barche sono sicure e a terra ci arriverebbero comunque. Non a caso il prezzo del “biglietto” che pagano i migranti può arrivare anche fino a 10mila euro a testa. E a gestire il traffico, da quello che viene fuori dalle indagini, sono organizzazioni criminali dell’Est Europa, spesso in collaborazione con quelle turche. Gli scafisti che la Guardia di Finanza sta fermando al largo delle coste calabresi e pugliesi sono tutti russi, ucraini, georgiani. Per ogni imbarcazione fermata, i verbali sono tutti simili: 60-70 migranti stipati sottocoperta, di solito iracheni, pakistani, siriani, ma anche iraniani, e scafisti dell’Est.

Se nel Canale di Sicilia i migranti in mare lanciano gli allarmi per essere salvati, in questa parte di Mediterraneo si fa di tutto per non essere soccorsi. Le imbarcazioni sono sicure e difficilmente vengono intercettate

Il 29 aprile una barca a vela con 54 persone a borso si è arenata al largo di Policoro, in Basilicata. Il 12 maggio in 64 sono arrivati dalla Grecia a Crotone. Il 16 maggio 71 migranti sono stati rintracciati già a terra, a Punta della Suina, in Salento, quando degli scafisti e dell’imbarcazione non c’era già alcuna traccia. Il 25 maggio, di nuovo al largo di Crotone, la Guardia Costiera ha individuato una barca a vela con 54 migranti a bordo e due scafisti russi. Il 2 giugno 73 profughi sono arrivati a Torre Colimena, Taranto, direttamente da Bodrum, Turchia. Il giorno dopo, stessa scena con 85 migranti di etnia curda e irachena a Calopezzati, sulla costa ionica cosentina: l’imbarcazione usata era una barca a vela battente bandiera tedesca, probabilmente rubata in un porto greco. Il 7 giugno, a Roccella Ionica, Reggio Calabria, è stata trainata in porto una vela con 62 migranti a bordo e due sospetti scafisti ucraini. Poche ore dopo, al largo di Crotone, sempre due presunti scafisti ucraini sono stati fermati alla guida di una vela con 53 migranti a bordo, tutti pakistani.

Basta guardare le mappe dell’Unhcr con gli approdi dei principali sbarchi in Italia nel 2019 concentrati sulle coste ioniche italiane: 253 in Puglia, 55 in Basilicata, 402 in Calabria.

(Fonte: Unhcr)

La rotta a Est era molto attiva nel 2015, quando nel “giro” erano entrati anche scafisti italiani. Diversi connazionali erano stati arrestati alla guida di potenti imbarcazioni che prima nel basso Adriatico trasportavano sigarette di contrabbando, e che per l’occasione avevano sostituito il tabacco con gli esseri umani. Stessa rotta e con mezzi molto simili. L’operazione Triton all’epoca aveva potenziato i pattugliamenti nell’area del basso Adriatico e dell’alto Ionio. Ma dopo l’accordo del 20 marzo 2016, le cose sono cambiate. Gli sbarchi non sono mai scomparsi del tutto, ma sono diminuiti. Salvo riprendere quando i controlli turchi allentavano la presa. Come sta accadendo in questo momento, probabilmente.

Così, mentre gli sbarchi dai grandi barconi della rotta del Mediterraneo centrale diminuiscono, i cosiddetti “sbarchi fantasma”, soprattutto da Est, sono in grande ascesa. Non parliamo di grandi numeri. Ma spesso si tratta di sbarchi che passano sotto traccia. Anche perché non tutti vengono intercettati in mare. Solo l’anno scorso, 2.157 migranti in Sicilia, 634 in Calabria, 585 in Sardegna e 292 in Puglia sono stati identificati diversi giorni dopo l’arrivo via mare.

La Direzione investigativa antimafia già nella sua ultima relazione sottolineava il nuovo “filone” nella gestione dell’immigrazione clandestina: «I migranti inizialmente sono stati convogliati verso località della Turchia e della Grecia», si legge, «e da lì imbarcati su natanti, condotti da skipper ucraini, russi, azeri, rumeni, moldavi e georgiani, fatti approdare sulla costa salentina». Il ministro Salvini continua a prendersela con le ong e a replicare il mantra dei porti chiusi. Intanto le organizzazioni criminali sanno come muoversi. In una intercettazione raccolta dai ricercatori di Ecrime dell’Università di Trento, uno scafista dice: “Voi alzate pure i muri. Io tanto cambio rotta e chiedo prezzi più alti proprio perché c’è il muro”. La domanda di emigrazione esiste. E se non c’è offerta legale, se ne appropriano le organizzazioni criminali, esperte e sempre in evoluzione, come avviene in qualsiasi altro mercato.

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