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15 Giugno Giu 2019 0601 15 giugno 2019

Il caso Lotti fa esplodere il Pd: la pace armata ora è guerra senza quartiere (e finirà malissimo)

La vicenda di Luca Lotti e le nomine del Csm ha fatto capire a tutti come la pace all’interno del Pd fosse solo una tregua armata. Tra autosospensioni, dimissioni e interviste non concordate ora rischia di aprirsi una frattura insanabile. Che potrebbe finire per rafforzare Renzi

Luca Lotti 2 Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

È bastato il deflagrare mediatico della vicenda legata a Luca Lotti e alle nomine del Csm per far esplodere il Pd e scoperchiare una situazione di conflittualità interna che, con tanta fatica, il segretario Nicola Zingaretti aveva provato a coprire negli ultimi mesi. In realtà, la vicenda ha fatto capire a tutti come la pax fosse in realtà solo una tregua armata, dalla quale il Pd potrebbe uscire ancora più a pezzi rispetto a come ci è entrato. L'autosospensione di Lotti, invece che risolvere un problema, ne creerà molti altri. E la Direzione di martedì si configura già come una resa dei conti che metterà a durissima prova le abilità di mediatore di Zingaretti.

Aprendo le rassegne stampa, nelle primissima mattina di ieri, si era capito subito che la giornata non sarebbe finita senza un colpo di scena. E il colpo di scena, puntuale, è arrivato, affidato ad una lettera indirizzata a Zingaretti, firmata dallo stesso Lotti e pubblicata su Facebook: "Ti comunico la mia autosospensione dal Pd fino a quando questa vicenda non sarà chiarita. Lo faccio non perché qualche moralista senza morale oggi ha chiesto un mio passo indietro. Lo faccio per il rispetto e l'affetto che provo verso gli iscritti del Pd".

Quello che restituisce la giornata di ieri è infatti un Partito Democratico a pezzi, in cui è scattato una sorta di tutti contro tutti

L'obiettivo del durissimo attacco di Lotti è Luigi Zanda, tesoriere dem, uomo legatissimo a Dario Franceschini e Paolo Gentiloni, che in mattinata, dalle pagine del Corriere della Sera, chiedeva all'uomo macchina del renzismo di lasciare il Partito Democratico, in seguito alle intercettazioni pubblicate su vari quotidiani, in cui Lotti discuteva di nomine e attaccava frontalmente il vicepresidente del Csm David Ermini. Secondo alcuni ben informati, l'intervista non è stata concordata con il segretario Zingaretti, a dimostrazione del fatto che anche i pezzi grossi della maggioranza si muovono secondo logiche legate a priorità di corrente, che, nello specifico, hanno a che fare con le ruggini mai curate tra Renzi-Lotti da una parte e Franceschini-Gentiloni dall'altra.

Quello che restituisce la giornata di ieri è infatti un Partito Democratico a pezzi, in cui è scattato una sorta di tutti contro tutti. I focolai si sono accesi uno dietro l'altro. I renzianissimi Lotti ed Ermini uno contro l'altro, l'ex ministro Calenda, politicamente vicino all'area liberal, che si scaglia contro il delfino dell'ex premier, il tesoriere che si muove in autonomia dal segretario, lo stesso Renzi viene descritto come arrabbiatissimo e disorientato. Il lavoro di ricucitura di Zingaretti, questa volta, dovrà essere certosino ed incisivo.

L'impressione, si sussurra dalle stanze dei bottoni dei vertici dem, è che il segretario sia sempre più solo

Anche perché Luca Lotti non è proprio l'ultimo arrivato. Guida la corrente chiamata Base riformista, che conta tra le proprie fila il drappello parlamentare più numeroso del Pd, che ovviamente non ha atteso neppure un minuto per sentenziare che il nuovo corso dem si sia piegato a logiche giustizialiste che non appartengono alla cultura del principale partito del centrosinistra italiano. Anche i turborenziani di Giachetti sono sul piede di guerra. Dice Luciano Nobili, colonnello della corrente Sempreavanti, che oggi e domani svolge ad Assisi la prima convention nazionale: "Sono giorni pesanti, e il garantismo, come già nel recente passato, sta come le foglie d'autunno sugli alberi".

Il riferimento di Nobili va alla vicenda che ha portato alle dimissioni di Catiuscia Marini a presidente della Regione Umbria, finita al centro di uno scandalo legato alle nomine in sanità. Anche in quel caso, la richiesta di dimissioni, venuta direttamente da Zingaretti, fu interpretata come un cedimento. Complice la campagna elettorale, però, la questione è finita un po' sotto traccia. Il caso Lotti rischia invece di aprire una frattura pesante, se, come temono al Nazareno, finirà per rinsaldare il fronte renziano. L'impressione, si sussurra dalle stanze dei bottoni dei vertici dem, è che il segretario sia sempre più solo e che, adesso come adesso, solo con un miracolo potrà riuscire a tenere insieme una comunità sempre più lacerata. Non certo un buon viatico per la costruzione di quell'alternativa al governo Salvini (non ce ne vogliano Conte e i Cinque Stelle) di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi.

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