Follia
2 Agosto Ago 2019 0600 02 agosto 2019

“La psichiatria è innanzitutto gentilezza”: dialogo con Eugenio Borgna tra scienza, poesia e follia

Parola al celebre psichiatra autore di numerosi libri sulla follia: “È un diverso modo di intendere la vita, per questo la psichiatria è soprattutto una scienza umana”

Eugenio Borgna_Linkiesta
Foto tratta da Facebook

Incarnato in alcune figure ‘di frontiera’, francamente inafferrabili – Alda Merini, Dino Campana, ma pure Nietzsche e Van Gogh – il binomio, veritiero ma delicatissimo, arte e follia, o meglio, poesia è follia, è diventato pop, un logo pubblicitario come un altro, luogo e criterio di vendita. In realtà, non c’è alcun giudizio di valore – la cerca di una impalpabile ‘diversità’ rispetto alla palude della ‘norma’ – in un concetto che va auscultato, soprattutto nel suo nido di dolore. “Gli schizofrenici soffrono della verità”, scriveva Norman O. Brown in un libro decisivo, Corpo d’amore.

D’altro lato, è Eugenio Borgna, luminare della psichiatria, a tornare con gloria sul tema, disseminato nelle sue innumerevoli pubblicazioni – cito, un po’ a caso, in una bibliografia a suo modo salvifica, L’arcipelago delle emozioni, Le intermittenze del cuore, La solitudine dell’anima, La nostalgia ferita – anche nel libro più intimo, La follia che è anche in noi (Einaudi, 2019), che racconta gli anni della direzione del manicomio di Novara e la ‘rivoluzione’ di Basaglia, nel 1978, e ci fa toccare, con delicatezza, la nostra meridiana ‘diversità’.

Borgna, che da sempre usa materiali poetici per giungere a soluzioni psichiatriche originali, improntate all’egida della gentilezza, al carisma dell’ascolto, è estremamente chiaro: “La psichiatria… non può fare a meno della poesia che l’aiuta a riconoscere la fragilità e l’umanità della follia”; “La grande poesia e i grandi romanzi consentono alla psichiatria di dilatare e di ampliare la conoscenza dell’anima che ne è l’orizzonte infinito… la follia e la poesia confluiscono in una straordinaria associazione creativa”. La prima frase conclude l’Introduzione al libro, la seconda sigilla il volume.

Non importa qui la poesia come ‘terapia’ – nonostante nel volume Borgna ricalchi le “poesia di una straziante bellezza” di una sua rara paziente, Margherita – ma la poesia come lingua dell’eccezionalità e dell’eccedenza – cioè, dell’uomo ‘naturale’ –, selvaggia e inafferrabile, non delegata al ‘comunicare’, ma, finalmente, al ‘dire’, smascherando. In questo caso, sì, la poesia è il calco delle zone oscure, o delle inaccettabili luminosità, dell’uomo, e leggere è una cura, cara, feroce.

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