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24 Ottobre Ott 2019 0600 24 ottobre 2019

Gli Stati Uniti riportano in vita i Monuments Men: e li mandano a salvare le opere d’arte in Medioriente

La squadra, che comprenderà membri dell’esercito ed esperti del settore, non andrà più a caccia di tesori rubati e nascosti. In modo meno avventuroso, assisterà i militari sul campo e le istituzioni dei Paesi per salvaguardare il patrimonio culturale dell’area

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Zaid AL-OBEIDI / AFP

Come ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Ma stavolta in Medioriente. Il Pentagono ha annunciato, in collaborazione con lo Smithsonian Institution di New York, che ricreerà una squadra di “Monuments Men”. Sarà un gruppo di curatori, ricercatori, archeologi ed esperti di arte che lavorerà a stretto contatto con i militari americani impegnati nelle missioni dell’area. Obiettivo: recuperare e conservare il patrimonio culturale della zona, messo a rischio dai recenti conflitti.

La stessa cosa, come sa chi ha visto l’omonimo film di George Clooney del 2014, era accaduta dal 1943 al 1946 in Europa, quando una squadra di oltre 300 studiosi era stata formata e inviata nel vecchio continente per recuperare, salvare – quando possibile –restituire centinaia di opere d’arte, alcune di valore inestimabile, razziate dai nazisti o nascoste in luoghi di fortuna per metterle al sicuro.

I tempi sono cambiati, ma i danni che fa la guerra anche al patrimonio artistico no: «Durante i conflitti», spiega Richard Kurin, ambasciatore straordinario dell’Istituto, «distruggere i monumenti e rubare le opere d’arte non implica solo far sparire oggetti materiali di enorme valore, ma anche la cancellazione della storia, della conoscenza e dell’identità di un popolo». E allora ecco che tornano in campo gli addetti ai lavori: il compito di creare l’ossatura della nuova squadra toccherà ai direttori di museo, archivisti e archeologi che fanno anche parte dell’esercito di riserva americano – soldati non a tempo pieno che svolgono anche una carriera civile.

Non sarà come negli anni ’40, però. La nuova squadra, che ha aperto le candidature a volontari con competenze nel settore e che comincerà il periodo di formazione a marzo 2020 proprio nella sede dello Smithsonian, non dovrà andare a caccia di dipinti in antichi castelli, né cercarli in miniere di sale o vecchi sottoscala. La posizione sarà più diplomatica e, per la precisione – come spiega Scott DeJess, pittore texano e insegnante all’Army War Collge di Carlisle, in Pennsylvania – dovrà fornire un «collegamento accademico» tra i comandanti militari e le autorità locali. Un compito meno avventuroso, senza dubbio, ma che riflette la tendenza generale del disimpegno militare americano, perfino nel recupero e nella protezione delle opere d’arte. «La nazione che ci ospita dovrà proteggere il suo stesso patrimonio. Adesso sono loro gli eroi. Sono loro che devono cavarsela».

E «loro» sono, appunto, i Paesi dell’area mediorientale, dove vengono custoditi i resti archeologici delle prime civiltà della storia, risalenti ad almeno 10mila anni fa. Tesori spesso esposti ai rischi degli scontri e che, nel caso specifico, vennero presi d’assalto negli ultimi anni dai miliziani dell’Isis. Le immagini in cui gli uomini dello Stato Islamico distruggono i monumenti del Museo di Mosul, nel 2015, hanno creato una reazione a livello mondiale – anche se poi è risultato che molti manufatti, in realtà, fossero copie più recenti.

Oltre a collaborare con le istituzioni locali, i nuovi Monuments Men dovranno consigliare anche gli ufficiali sui luoghi dove è più rischioso, dal punto di vista della protezione dei beni culturali, lanciare attacchi aerei o intraprendere scontri sul campo. Oltre a segnalare le aree dove è più probabile il rischio di saccheggio. Lo prescrive del resto una convenzione firmata all’Aja nel 1954 che gli Stati Uniti, con un certo ritardo, hanno sottoscritto solo nel 2009. Cioè sei anni dopo il disastro del Museo Nazionale di Baghdad, che fu depredato mentre i soldati americani conquistavano la città.

In ogni caso, è un buon segnale. Segue una iniziativa simile messa in piedi, nel 2018, dal Regno Unito, ma comprende una portata più ampia: la nuova squadra non sarà operativa solo in zone di guerra. Il loro intervento è previsto anche nelle aree colpite da disastri naturali, terremoti e inondazioni. Perché al primo posto, come sottolineano allo Smithsonian, c’è «l’idea che la cultura non sia un accessorio, ma che racchiuda l’identità di un popolo».

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